mercoledì 13 gennaio 2016
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Si chiamava Nabil Fadly, veniva dall’Arabia Saudita ma era di origini siriane il ventottenne che ieri mattina si è fatto esplodere fra la folla di turisti a Sultanahmet, nel cuore di Istanbul, a due passi da Santa Sofia, dalla Moschea Blu, dal Palazzo Topkapi, uccidendo nove turisti e ferendone una quindicina. Il suo obbiettivo era il medesimo del Museo del Bardo a Tunisi, dei resort egiziani a Hurghada, degli innocenti spettatori del Teatro Bataclan a Parigi, della caserma delle reclute libiche di Zliten, forse anche – se pure su scala meno letale – delle donne aggredite e molestate a Colonia. Qual era la finalità di quest’attentato? Colpire il turismo? Sabotare l’economia turca? Mandare messaggi trasversali al presidente Erdogan? Otto delle vittime erano cittadini tedeschi e solo il caso forse ha stabilito che si trovassero sulla linea del fuoco, ma il fatto non può che complicare e aggravare i rapporti già non limpidi fra Berlino e Ankara (si pensi solo ai miliardi di euro concessi su pressione tedesca dall’Unione Europea al governo turco in cambio della garanzia di non aprire ulteriormente i cancelli a quei due milioni di profughi siriani, afghani e pachistani che affollano i campi profughi del Paese), così come complica e aggrava la posizione del cancelliere Merkel, in questi giorni al centro di vigorose polemiche per la sua politica di accoglienza dei migranti siriani. Mentre la stessa cancelliera è tentata di introdurre misure più severe verso gli stranieri dopo i fatti di Colonia e il conseguente crescere delle pulsioni xenofobe nel Paese. La Germania si sente in nel mirino e questo attentato aggrava la situazione.Quanto alla Turchia, la strage di Sultanahmet non fa che peggiorare la percezione di un Paese che in molti già consideravano altamente insicuro dopo gli attentati di Suruc nel luglio scorso e di Ankara alla vigilia delle elezioni di novembre. Un vento di nichilismo sanguinoso e destabilizzante soffia da quell’inferno a cielo aperto che è diventato il Medio Oriente, dove su tutto – ed in Turchia più che in ogni altro luogo – domina una desolante opacità, come opaca è la dirigenza del popoloso Paese anatolico, retto da un’oligarchia incardinata su un unico leader che punta – non meno del nordcoreano Kim Jong-un – all’eternizzazione del proprio potere, svincolato dal consenso elettorale e da ogni critica: nel giugno del 2015 il suo partito, l’Akp, aveva perduto la maggioranza assoluta che deteneva dal 2002, e subito ha provveduto, vista l’impossibilità di formare un governo di coalizione, a riconvocare le urne, dove ha riagguantato i numeri che consentono al partito islamico al potere di governare di nuovo da solo ma non quelli necessari per riformare la Costituzione. Nel frattempo briga per revocare l’immunità parlamentare al leader del partito curdo Demirtas e tiene stratta la briglia sulla stampa e i mezzi di comunicazione: non a caso il primo provvedimento deliberato ieri mattina pochi minuti dopo l’attentato è stato quello di mettere la mordacchia ai giornali e applicare la censura in forza della legge 5651, quella che consente il blocco di Internet e di tutti i social network. Non meravigliamoci dunque se la Turchia si trova al 148° posto su 169 nella classifica mondiale della libertà di stampa.Peraltro, l’opacità di un regime che non fa mistero di infischiarsene della trasparenza e della democrazia, capace di costringere la stessa Unione Europea a un’umiliante tassa sull’emigrazione si specchia nella medesima opacità di una guerra civile combattuta in casa contro il Pkk curdo e oltre confine con i peshmerga che si battono contro il regime di Bashar al-Assad. Un gioco al massacro nel quale individuare vittime e persecutori è ogni giorno più difficile: quanto ad ambiguità e opacità di intenzioni i curdi del partito armato non sono da meno di Erdogan, il quale non sembra aver lasciato nulla di intentato per complicare il già aggrovigliato quadro regionale, dapprima foraggiando e assistendo i jihadisti vicini al Califfato, quindi rompendo drasticamente con Putin dopo l’abbattimento di un caccia russo sulla linea di confine dei cieli anatolici, infine facendosi acciuffare con le mani nel sacco quale principale beneficiario del petrolio venduto dai contrabbandieri del Daesh. Troppo, anche per una pedina strategicamente cruciale come la Turchia, che potrebbe essere la chiave di volta per la soluzione di un incendio che da troppo tempo divampa nella regione e invece finisce per diventarne uno dei focolai più pericolosi. In numerose cancellerie si mormora – ma in fondo non è davvero un segreto – che il problema principale sia proprio lui, il Sultano, Recep Tayyp Erdogan.
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