giovedì 9 ottobre 2014
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Nonostante i dati negativi (dopo il timido miglioramento di questa primavera, il Pil è tornato negativo, la disoccupazione giovanile aumenta, le aspettative degli italiani peggiorano), il consenso per Matteo Renzi non accenna a diminuire. Anzi, sotto molti aspetti, si rafforza. Sia rispetto alle singole misure proposte (come nel caso della riforma del lavoro), sia rispetto alle intenzioni di voto (nei sondaggi il Pd è dato stabile oltre il 40%, con un vantaggio di oltre 10 punti sull’insieme dei partiti, oggi divisi, collocati nell’area di centrodestra). In buona misura ciò è merito della maestria comunicativa del nostro giovane premier. Ma anche quando si tenga conto di questo aspetto, i conti non tornano: le crescenti difficoltà di tante famiglie, le tante piccole imprese che chiudono e l’oggettivo e spesso grave disagio delle giovani generazioni sono tali chiederci che cosa spiega, al di là del marketing, una tale forbice.Dall’inizio dell’anno, la psicologia collettiva del nostro Paese è incagliata in una dinamica che crea un’opportunità eppure rischia di esserci fatale. Primo: nel tempo si è consolidato in Italia un profondo quanto diffuso disgusto nei confronti di un’intera classe dirigente (politica ma non solo). In questa situazione, il "nuovo" in quanto tale gode di una cambiale in bianco. Anche se si riconosce che Renzi e i suoi non sono perfetti, si ritiene che non possano comunque essere peggiori dei "vecchi". Se con Renzi le cose miglioreranno davvero, bene. Se le cose andranno male, continueranno a essere come sono sempre state.Secondo: tutto ciò che ha l’aria di un bombardamento sui quartieri generali del vecchio establishment responsabile dell’attuale situazione (i partiti, i sindacati, i giornali, la magistratura, Bruxelles…), trova ampia approvazione. Visto dalla parte degli elettori, lo scontro è tra coloro che vogliono cambiare (Renzi) e tutti gli altri che vogliono continuare a trarre vantaggio dallo status quo.Terzo: nella situazione in cui ci ritroviamo, si è ormai convinti che l’unica cosa da fare sia di provarci. Per questo, le critiche al premier sono viste con diffidenza: è opinione diffusa che si debba dare a Renzi la possibilità di governare. Lentezze e ritardi, più che da sue responsabilità, vengono attribuite alla pesante eredità di chi lo ha preceduto, all’Europa e alla difficile situazione internazionale, alle ostilità che si scatenano da tutte le parti. Quarto: in tutti i casi non ci sono alternative. Nel sistema politico in questo momento sembra esistere solo Renzi, forse perché il salto di modernità rispetto ai suoi avversari è enorme. Nè Berlusconi né Grillo appaiono come alternative credibili. In questo modo, seppur confusamente, il Paese esprime la sua voglia di cambiamento. Anche se non sa come, la grande maggioranza degli italiani riconosce che si deve cambiare. Nelle imprese, nella famiglie, nei territori ci si augura e ci si aspetta che sia possibile aprire finalmente una nuova stagione. Di fatto, esiste oggi in Italia un consenso vasto e interclassista paragonabile solo a quello che si realizzò per la ricostruzione nel secondo dopoguerra del Novecento, all’alba della Repubblica.  Il merito storico di Renzi è di aver catalizzato praticamente tutte le forze che vogliono guardare avanti. Ciò gli da un enorme vantaggio su tutti i suoi avversari. Dopo aver sbaragliato tutti, il premier si trova così nella condizione di fare le famose riforme. Ma, invece, è proprio qui che stenta. La cosa ha dell’incredibile. Al punto che molti non ci credono. Il fatto è che Renzi è bravissimo a creare consenso quando deve sfondare. Ma fa fatica quando deve costruire. E proprio la sua grande popolarità gli offre uno straordinario alibi per non fare ciò che si deve fare: come confermano i sondaggi, sono sempre gli altri a sbagliare. Così, il fatto di aver sedotto l’opinione pubblica e di non avere più avversari spinge Renzi a fidarsi troppo di se stesso e a diventare presuntuoso e in qualche caso, persino sprezzante. In questo modo, egli non fa che peggiorare gli aspetti meno brillanti della sua leadership, e cioè la scarsa metodicità associata alla poca attitudine al lavoro di squadra. Ma se si pensa insostituibile e si rende impermeabile alle critiche costruttive, il premier rischia di finire prigioniero di se stesso. Un errore molto frequente nella storia: quando ci si convince di aver sbaragliato l’avversario, è la stessa la spinta 'rivoluzionaria’ a venir meno.  Le accelerazioni di cui è capace – come quelle di questi giorni sul Jobs act o quella dei primi mesi sulla riforma del Senato – appaiono più legate a obiettivi di brevissimo periodo (per esempio, il vertice europeo sul lavoro) piuttosto che a un disegno riformatore. Renzi sembra riuscire a entrare in palla solo di fronte a un ostacolo immediato. Ma ha molta meno costanza nel fare la partita. E questo nonostante che, nel quadro della società italiana contemporanea, proposte serie di rinnovamento siano in grado di ottenere nell’opinione pubblica un sostegno tale da spingere anche il Parlamento più riluttante ad approvarle. Così, per quanto possa essere paradossale, l’eccesso di popolarità è per Renzi un problema. Al di là delle resistenze che ci saranno sempre, se le cose oggi non si fanno è per difetto di leadership (e di vero gioco di squadra). Lui, che è così veloce, si trova a inseguire: di fatto, oggi è l’Italia che lo sta aspettando. Per quanto? 
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