Passa a livello superiore
Accesso
Senza rete A cura di Mauro Berruto
stampa quest'articolo segnala ad un amico feed
 
Il «mantra» di nonno Umberto
 
 
Molti intellettuali e scrittori famosi sono stati attratti dal gioco del calcio: Thomas Stearn Eliot, Albert Camus, Jean-Paul Sartre, Eugenio Montale, Camilo José Cela, Kenzaburo Oe, José Saramago, Günter Grass, Gabriel Garcia Marquez giusto per citare esclusivamente i Premi Nobel. Gabriel Garcia Marquez scrisse: «Una volta mi hanno detto che in questo secolo ci sono stati solo tre grandi avvenimenti in Colombia: lo scoppio de La Violencia nel 1948, la pubblicazione di "Cent'anni di solitudine" nel 1967 e la sconfitta per 5-0 dell'Argentina per mano della nazionale colombiana nel 1933. E sapete qual è la cosa peggiore? Che è tutto vero».
Umberto Eco, salutato ieri al Castello Sforzesco di Milano, non è mai stato tenero con il calcio. Amava guardare le partite, ma non sopportava le isterie e gli eccessi che ruotano intorno al mondo del pallone, ritenendolo una specie di camomilla, ammortizzatore, arma di distrazione di massa. Così, con sfumature diverse, è possibile allineare l'opinione di Vincente Calderón, uomo di sport e per ventuno anni Presidente dell'Atletico Madrid: «Il football serve a fare in modo che la gente non pensi a cosa più pericolose» e due esperti di semiologia come Roland Barthes, che affermava come «esistano nell'uomo forze, conflitti, gioie, angosce che lo sport esprime, libera, brucia senza permettere loro di distruggere alcunché» e Umberto Eco che sosteneva che «il calcio è un rituale in cui i diseredati bruciano l'energia combattiva e la voglia di rivolta». Tuttavia l'intellettuale piemontese, amante del piacere e della bellezza del sapere, rivolgendosi in una bella lettera a suo nipote, gli ricorda che la memoria, strumento privilegiato del sapere, è un muscolo come quelli delle gambe che se non viene esercitato si avvizzisce. Il consiglio di nonno Umberto è quello di allenarsi, imparando versi di poesie, il nome dei domestici dei tre moschettieri, quello delle caravelle di Cristoforo Colombo oppure il nome dei giocatori delle squadre di calcio. «Non solo quelli dei tuoi idoli della Roma di oggi (chissà che cosa ne penserebbe Francesco Totti) ma anche di quelli di squadre del passato». Arriva così, il professor Eco, a svelare un retroscena curioso ed emozionante: per tenere vispa e allenata la sua memoria prodigiosa, recitava silenziosamente e quotidianamente la formazione del Grande Torino tragicamente scomparsa a Superga e causa, per sua stessa ammissione, di un "lieve" infervoramento per i colori granata. Una specie di mantra (Bacigalupo-Ballarin-Maroso-Grezar-Rigamonti-Castigliano-Menti-Loik-Gabetto-Mazzola-Ossola) che i tifosi del Toro considerano tanto una cantilena per far addormentare i bambini quanto una specie di personalissima haka.
Ecco che improvvisamente il gioco del calcio si riscatta: serve ad allenare quella memoria che permette alle nostre teste di popolarsi di personaggi e storie. «Verrà il giorno in cui sarai anziano - scrive Eco a suo nipote - e ti sentirai come se avessi vissuto mille vite. I tuoi amici che non avranno coltivato la memoria, avranno invece vissuto una sola vita, la loro». Bello pensare che fra le infinite pieghe di una mente così prodigiosa ci passasse anche il calcio. Bello pensare a una sorta di riscatto del calcio stesso che insieme ai libri e ai romanzi, indubitabilmente, aiuta a popolare le nostre vite di storie da leggere, da mandare a memoria e da raccontare ai nostri nipoti.

© riproduzione riservata