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Il caso
"Due mamme", lo strappo di Torino
Marco Bonatti
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I servizi anagrafici di Torino trascriveranno l’atto di nascita del "bambino con due mamme". Il Comune aveva preso tempo, chiedendo lumi al ministero degli Interni su come applicare la sentenza della Corte d’Appello subalpina che stabiliva, «nell’interesse del minore», la possibilità di trascrivere anche in Italia l’atto di nascita, pur in assenza di un quadro normativo organico e coerente.

Ieri è intervenuto l’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, con una dichiarazione che va oltre gli elementi della cronaca per illuminare la riflessione sugli aspetti culturali e sociali del caso. Le parole di Nosiglia sono prima di tutto un richiamo al buon senso; l’arcivescovo cita il vecchio detto «di mamma ce n’è una sola», per sottolineare i paradossi di questa storia. Nel suo comunicato, Nosiglia è attento non tanto ai risvolti "giudiziari" quanto agli aspetti pastorale e culturale. «Non si tratta di appassionarsi alla problematica legislativa – scrive il presule – ma di constatare come l’espansione senza fine di certi "diritti soggettivi" porti a situazioni di grande confusione (giuridica e non solo), con il rischio che a pagarne le conseguenze siano prima di tutto proprio quei "minori" che si intende tutelare».

La vicenda delle due mamme sembra raccogliere e miscelare insieme elementi e "rivendicazioni" ben note: una coppia omosessuale, una donna spagnola e una italiana, si "sposa" in Spagna, dove la legislazione riconosce questo tipo di unioni; poi decide di mettere al mondo un bambino tramite l’inseminazione eterologa. Infine le due donne decidono di divorziare. Si pone così la questione di far riconoscere in Italia la nascita del bambino come "figlio" di entrambe. Operazione non prevista dalla normativa italiana; in primo grado il tribunale boccia la richiesta. Ma in Appello la magistratura dichiara che il vero punto non è tanto quello dei diritti rivendicati dalla "mamma" italiana ma l’interesse del minore che, se riconosciuto come figlio in Italia, potrà godere anche qui di tutti i diritti civili connessi.
 
Nosiglia sottolinea che quella dell’interesse del minore è la prospettiva veramente significativa: «È importante che la magistratura italiana, nei due gradi di giudizio, abbia comunque sottolineato l’attenzione prioritaria alla tutela della persona più debole: ma la crescita di questo bambino avverrà comunque in una situazione dove si incrociano diverse, obiettive difficoltà, legate in particolare all’assenza di un vero contesto familiare. È augurabile che l’affidamento congiunto alle due "mamme" stimoli il reciproco senso di responsabilità degli adulti in questione; ma non si può non rilevare che proprio il merito della vicenda giudiziaria si caratterizza per le "assenze" di vari presupposti: l’assenza di figure materne e paterne chiare, riconoscibili e "presenti"». Rimane, alla fine (e sono di nuovo parole di Nosiglia), preoccupazione, e forse un po’ di amarezza nel dover constatare come, pur con l’intenzione di tutelare i più deboli, si producano situazioni paradossali, sempre più lontane da quel "bisogno naturale di famiglia" che è proprio di qualunque essere umano, e dei bambini soprattutto.
 LA VICENDA

 
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