martedì 4 febbraio 2014
Già ministro dell’Istruzione e sindaco di Milano, oggi l’imprenditrice partecipa alla task force sulla finanza sociale del G8.
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L’Europa si muove. A Strasburgo, il 17 e 18 gennaio scorsi, per la prima volta il mondo del Non profit si è confrontato con le massime istituzioni comunitarie, Commissione ed Europarlamento, per mettere in comune modelli ed esperienze che possono diventare una risorsa formidabile per la crescita. Fra i rappresentanti italiani, a dialogare con il Commissario europeo per il mercato interno, Michel Barnier, c’era anche Letizia Moratti. La quale, dopo esperienze di primissimo livello in campo imprenditoriale, politico e istituzionale – è stata presidente della Rai, sindaco di una città-laboratorio come Milano e ministro dell’Istruzione – ha scelto di misurarsi in una nuova sfida: sviluppare strumenti di finanza sociale che riescano a coniugare l’esperienza anglosassone alla straordinaria storia e ricchezza del Terzo settore italiano. E in quest’avventura ci si è buttata con entusiasmo, forte delle esperienze innovative maturate in questo campo in un altro laboratorio, quello di San Patrignano. Perché se è vero – com’è vero – che «siamo il Paese in cui tutto questo è nato» (lo ha ricordato a Strasburgo il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini), l’Italia ha quanto mai bisogno di allargare le prospettive della finanza sociale, garantendo al mondo delle organizzazioni che operano nel Terzo settore nuovi strumenti per svilupparsi. «E garantire al nostro Paese – aggiunge Letizia Moratti – nuovi percorsi per sostenere il Welfare a fronte di risorse pubbliche sempre più limitate».Il Terzo settore si è ritrovato a Strasburgo per scrivere una nuova agenda europea. L’Italia ha portato la sua esperienza. Ricchissima sul piano delle realtà operanti e della cultura economico-civile, ma con grandi possibilità di crescita sul fronte della finanza sociale: cosa si sta muovendo a livello europeo?A Strasburgo si è reso tangibile un autentico cambio di marcia. A partire dalla riforma dei fondi strutturali per il Terzo settore: dal 2014 al 2020 l’Unione europea mette a disposizione 800 milioni buona parte dei quali è destinata a finanziare l’economia sociale. E altri 85 milioni specificatamente per favorire l’occupazione. È poi previsto uno stanziamento di 96 milioni di euro per gli investimenti nei fondi a impatto sociale, attraverso diversi meccanismi, e 10 milioni per il microcredito.L’Europa, insomma, sta facendo progressi sul terreno della finanza sociale. Riconoscendone l’importanza "strutturale". E l’Italia?L’Italia non può assolutamente perdere questo treno. Per la ricchezza del Terzo settore nel nostro Paese, per una storia economica che ha contribuito a scrivere. Basti pensare che in sessione plenaria due relatori su tre erano italiani. San Patrignano, ad esempio, è considerato un modello di impresa sociale in Europa.Allargando lo sguardo anche all’esperienza di marca anglosassone, pare che economia civile e finanza non siano due mondi separati e tanto meno impossibilitati a dialogare fra loro.Infatti. Vedere che a pochi mesi di distanza dal lancio del Social Stock Exchange – la piattaforma fortemente voluta dal premier Cameron che aiuta le imprese sociali e non profit ad entrare in contatto con gli investitori – ci sono già 22 "matricole" che hanno aderito a questa sorta di "Borsa sociale" ne è una conferma, una sorprendente conferma.Che tipo di imprese si sono "quotate"?Le più svariate. Primary Healty Properties tlc, ad esempio, è un trust che ha messo insieme 185 centri dedicati alla cura e serve 2.000 pazienti. Con soluzioni meno care del pubblico e con qualità più elevata. Insomma: una bella mano per il Welfare britannico. Oppure Good Energy group, utility che abbassa le emissioni di Co2 con le rinnovabili. V22, invece, supporta la logistica degli artisti. Tutte aziende, in settori così diversi, che riescono in ogni caso a coniugare impatto sociale e profitto economico.Profitto sociale, insomma. Oltre alla "Borsa sociale" quali altri strumenti finanziari si stanno sviluppando in Europa per finanziare il Terzo settore?In Germania stanno nascendo degli intermediari specializzati nel costruire pacchetti di soluzioni finanziarie per le imprese sociali. Che spaziano dall’equity ai prestiti, dai co-investimenti ai social bond. Un bouquet di strumenti adatti a diverse tipologie e diversi momenti. C’è fermento ovunque. Negli Stati Uniti anche un colosso del credito come Bank of America-Merrill Lynch ha lanciato recentemente un social impact bond finalizzato al reimpiego degli ex carcerati per evitare un fenomeno dagli altissimi costi sociali come la recidività. Si tratta di un’obbligazione da 13,5 milioni di dollari con una garanzia al 10% fornita dalla Rockefeller Foundation. Una garanzia percentualmente molto bassa per una raccolta molto alta e realizzata in pochissimo tempo che non ha impedito il successo dell’operazione. Segno che il mercato ci ha fortemente creduto.A proposito di social impact bond: in Italia ci sono degli ostacoli normativi che rischino di rendere poco praticabile da noi questo strumento.<+TONDOA>Vero, ma si sta lavorando alacremente sulla legge 155 che regola le imprese sociali per rimuoverne alcuni. Un tavolo di lavoro che ha raccolto un fronte ampio e trasversale, rappresentativo di diverse sensibilità all’interno dello stesso Terzo settore (vedi servizio a fianco, ndr).Quali sono gli ostacoli?Il primo è un perimetro legislativo troppo stretto per la imprese sociali. Che va quindi allargato ad ambiti non oggi compresi. In secondo luogo si è lavorato sulla possibilità per gli investitori di partecipare alla governance delle imprese sociali. Andrebbe infine garantita la possibilità anche alle imprese sociali di realizzare piccoli utili da distribuire ai soci finanziatori insieme al grande "profitto sociale" che già assicurano.Che ruolo possono giocare le banche italiane, molte delle quali sono tuttora piccole banche fortemente territoriali, per sostenere l’economia civile e sviluppare la finanza sociale?Il ruolo delle piccole banche è fondamentale. Perché conoscono e operano sul territorio. E la stragrande maggioranza delle imprese sociali e delle cooperative ha dimensione territoriale, vocazione e ricadute locali. A San Patrignano abbiamo avuto in tal senso esperienze sia con un gruppo bancario di dimensioni nazionali, come Ubi Banca, sia con un piccolo istituto di credito come la Cassa di Risparmio di Rimini. Entrambe positive. Ubi Banca ha emesso nell’ottobre scorso a favore della comunità un social bond da 20 milioni di euro, lo 0,5% dei quali hanno finanziato un programma di "pet therapy" e recupero di cani abbandonati. A novembre, invece, Carim (vedi servizio sopra, ndr) ha lanciato un social bond da 15 milioni con un "ritorno" dello 0,6% per l’accoglienza a San Patrignano.Sperimenterete nuove strade di finanza sociale a San Patrignano?Continueremo sicuramente a lavorare con Ubi, Carim e Banca Prossima per esplorare le strade legate al crowdfunding e ai social impact bond. Per quel che riguarda questo secondo strumento, l’idea è sviluppare un modello intermedio fra i social bond italiani e i social impact bond anglosassoni da destinare al sostegno dei ragazzi della comunità nel loro percorso di rientro nel mondo del lavoro. Mettendo così a frutto l’esperienza che abbiamo maturato in tal senso a San Patrignano. (Letizia Moratti  partecipa anche alla task force sulla finanza sociale del G8, alla quale il tavolo di lavoro italiano presenterà una propria proposta sui social impact bond).
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