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editoriale
Nel mondo tanti nuovi muri
Finita l’illusione di Berlino
Piergiorgio Pescali
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Il recente incontro tra i leader delle comunità greco e turco cipriota, Nicos Anastasiades e Dervis Eroglu, non ha solo riproposto il problema della divisione di Cipro, tema particolarmente delicato all’interno dell’Unione Europea, ma ha presentato all’intera comunità internazionale la realtà di un mondo ben più frazionato e diviso, anche letteralmente e fisicamente, di quanto si sia portati a pensare.

La caduta del Muro di Berlino, avvenuta nel 1989, fu festeggiata dal mondo Occidentale e dall’Est Europeo come uno dei passi più importanti per la conquista della pace nel mondo. Est ed Ovest, nazioni e popoli retti da sistemi politici ed economici antagonisti si ritrovarono improvvisamente accomunati in un’unica terra che correva da Lisbona a Mosca. La Cortina di Ferro, quella striscia fatta di fili spinati, torrette di avvistamento, fossati, steccati, muri di cemento era stata finalmente abbattuta ponendo fine all’eredità della Seconda Guerra Mondiale. O, almeno, questo era quello che quasi la totalità dei media affermavano. Ci volle, però, poco per accorgersi che la divisione tra capitalismo e socialismo era solo una delle tante sezioni in cui era spezzettato il mondo; la punta di un iceberg ben più massiccio e duro da sciogliere.
Nel corso dei quattro decenni che trascorsero tra la caduta del Terzo Reich e la pacifica invasione di Berlino Ovest da parte dei berlinesi dell’Est, altre barriere furono costruite tra l’indifferenza di gran parte dell’opinione pubblica e della classe politica internazionale ed altre ancora ne sono state erette in seguito. Così, se all’atto della caduta del Muro di Berlino, nel mondo esistevano una quindicina di sbarramenti fisici, oggi ve ne sono più del triplo ed altri se ne stanno costruendo.

All’ultimo retaggio della Guerra Fredda ancora oggi esistente, il muro che divide le due Coree, se ne sono aggiunti altri, sicuramente più paradossali. Come definire, altrimenti, gli sbarramenti esistenti all’interno dell’Unione Europea che impediscono ai suoi cittadini la libera circolazione nei loro stessi Stati o addirittura nelle loro stesse città? La Linea Verde di Cipro e il Muro della Pace di Belfast sono i più celebrati dai media, ma ne esiste uno anche tra Spagna e Gibilterra.

È interessante notare che l’erezione di questi nuovi divisori sta seguendo la traslazione del fulcro economico mondiale dall’Europa all’Asia, È in questo continente che, attualmente, si concentrano la maggioranza delle barriere fisiche. Ai muri tra India e Pakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakhstan, Arabia Saudita e Iraq, a breve si aggiungeranno nuove palizzate che divideranno il Pakistan dall’Iran e dall’Afghanistan, mentre la Russia ha in progetto la costruzione di un muro con la Cecenia per fronteggiarne l’impeto indipendentista e jihadista. La guerra civile siriana ha visto nascere numerose palizzate che dividono città in piccole zone religiose.

È il caso del muro che separa i quartieri di Bab Amr e al-Insha’at ad Homs. Molti muri sono stati oggetto di reportage e di cronache da parte dei media o di proteste dei movimenti d’opinione (ad esempio il muro tra Israele e Palestina), altri, invece, sono passati inosservati. Come il cosiddetto Muro dei Rohingya che il Myanmar sta costruendo al confine con il Bangladesh per impedire ai musulmani Rohingya di "invadere" il Paese e preservare lo spirito buddhista o, per lo stesso motivo religioso, il progetto della costruzione di un muro che dividerà la Malesia musulmana dalla Thailandia buddhista. Più tristemente famosa è la barriera fatta di sassi, sabbia, reti metalliche costruita dal Marocco lungo i 2.700 chilometri di frontiera tra il Sahara Occidentale e la Mauritania ed l’Algeria per prevenire eventuali attacchi Saharawi. Dal 1975 l’esercito di Rabat occupa l’intero territorio (266.000 kmq) nonostante le Nazioni Unite continuino ad insistere affinché ai 500.000 abitanti venga concesso il diritto di scegliere quale possa essere il loro destino.
Con il tempo, le recinzioni hanno cambiato anche la loro funzione. Se, fino alla fine del XX secolo, la maggioranza di esse aveva un carattere prettamente politico e anti-terroristico, al passaggio del millennio si sono moltiplicati i muri anti-immigrazione. I primi sbarramenti costruiti a tale scopo sono stati piantati nel 1975 dal Sudafrica al confine con il Mozambico.

Nel 1998 è stata la Spagna a erigere le ormai note palizzate che separano le enclavi di Ceuta e Melilla dal Marocco, mentre dal 2002 gli Stati Uniti continuano ad allungare la serie di sbarramenti al confine con il Messico, che oggi hanno raggiunto la lunghezza complessiva di 560 chilometri. Anche la Cina, preoccupata per una sempre più massiccia immigrazione clandestina da Pyongyang, dal 2006 ha in fase di costruzione sbarramenti con la Corea del Nord. La relativa maggiore facilità di movimento oggi esistente all’interno della Repubblica Democratica retta da Kim Jong-un ha fatto intensificare l’afflusso di coreani verso le regioni di confine creando non pochi problemi alle autorità di Pechino.
Il boom economico dei piccoli Paesi del Golfo Persico ha indotto Emirati Arabi ed Oman a separare i loro confini per evitarne la porosità e impedire l’osmosi di immigrati asiatici tra le due nazioni. Così è stato tra Arabia Saudita e Yemen; Turkmenistan ed Uzbekistan; Brunei e Malesia; Botswana e Zimbabwe; Israele ed Egitto, Grecia e Turchia. Ma il record assoluto spetta all’India, Paese che, pur continuando a recitare il ruolo di patria del pacifismo gandhiano, sta circondando l’intero Bangladesh di una serie di sbarramenti formati da filo spinato e cemento che, una volta ultimati, raggiungeranno la lunghezza di 3.200 chilometri ed isoleranno i 155 milioni di abitanti della nazione musulmana dal resto del continente.

Una terza tipologia di pareti divisorie tra Stati è quella dei muri che vengono costruiti ufficialmente a puro scopo di difesa da catastrofi naturali o per rallentare una desertificazione in atto. Ne sono un esempio le barriere costruite dall’Arabia Saudita al confine con l’Oman, gli Emirati Arabi, il Qatar e la Giordania, o quello tra Zimbabwe e Zambia e Sud Africa e Zimbabwe. Israele sta progettando di innalzare una palizzata lungo il confine meridionale con la Giordania che, se realizzata, isolerebbe completamente lo Stato ebraico dalle nazioni confinanti.

Caratteristica comune di questi nuovi steccati costruiti "per difese naturali", è che sono tutti prolungamenti di barriere già esistenti rendendo, di conseguenza, difficile separare l’effettiva utilità preventiva nei confronti di cataclismi, da quelle prettamente politiche o sociali. I muri dovrebbero, nell’ottica di chi li costruisce, garantire un senso di sicurezza alla comunità tenendo lontani i pericoli (umani, naturali o di qualunque altro genere) contro cui sono stati eretti. Forse, per un breve lasso di tempo, è così, ma a lungo andare l’auto-isolamento rende la comunità più debole e insicura perché un muro, per qualunque motivo venga costruito, restringe drammaticamente la libertà e l’orizzonte dello sguardo.
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