domenica 25 ottobre 2020
Nessuna reazione ufficiale alle accuse sul ruolo di narcos e mafie italiane nella Tripolitania. E mentre dilaga il Covid, si tace anche sulle motovedette regalate da Roma e «conquistate» dai turchi
Addestramento da parte della Turchia in Libia davanti alle motovedette italiane e sul terreno

Addestramento da parte della Turchia in Libia davanti alle motovedette italiane e sul terreno

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Continua il silenzio, anche italiano, dopo l’inchiesta di Avvenire sul traffico di droga attraverso la Libia, che rafforza le mafie della Penisola facilitate dalla desertificazione del Mediterraneo voluta dai governi per ostacolare i soccorsi in mare. Si tace anche sul capovolgimento di fronte nel porto di Tripoli, dove le motovedette regalate dall’Italia sono oramai nella disponibilità di Ankara. Secondo alcuni diplomatici tenebre la bocca chiusa è necessario a salvare il negoziato. Ma per alcune milizie è la tregua l’alibi per nascondere gli accordi sottobanco.

Come nell’area a Est di Tripoli, dove l’arresto del guardacoste-trafficante Bija aveva scatenato giorni fa una timida reazione a mano armata ora spenta con il pretesto del cessate il fuoco. Un segnale, questo, di come i capiclan siano disposti a consegnare le figure più ingombranti pur di salvare il ruolo delle milizie sul futuro del Paese, togliendosi di torno concorrenti in forte ascesa. Nessun cambiamento viene registrato sul fronte dei diritti umani. I campi di prigionia restano saldamente in mano alle mafie travestite da una qualche polizia territoriale. E anche la momentanea riduzione della partenze, in parte giustificata dal maltempo, viene interpretata da diversi osservatori sul terreno come l’intenzione da parte delle tribù di usare i migranti quali scudi umani nelle trattative per la “riforma” del sistema politico-militare del Paese. «Chi controlla il maggior numero di prigionieri – spiega una fonte di una agenzia Onu – potrà far pesare il proprio ruolo nel negoziato che dovrebbe portare, almeno a parole, al “superamento” dei campi di prigionia». Al 22 ottobre 9.389 rifugiati e migranti sono stati registrati dalle agenzie Onu come intercettati in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica e riportati nelle prigioni. Con gli ultimi interventi il numero delle persone catturate in mare nel 2020 ha ormai superato quello dell’intero 2019 (9.035).

Anche il Covid pesa sui round negoziali. Con il petrolio ai minimi storici, tanto che i contrabbandieri di greggio stanno diversificando le attività illegali per mantenere intatti gli introiti, la pandemia in Libia pare fuori controllo. Droga e armi sono in cima alla lista. Perché garantiscono denaro fresco munizionamento da far valere negli accordi per fermare gli scontri. Le uniche cifre ufficiali sulla pandemia riguardano in realtà alcune grandi città, ma dai sparuti dispensari nel deserto non arrivano informazioni attendibili, anche per mancanza di sistemi di analisi in grado di individuare il virus. Sono ormai più di 50.000 i casi confermati di coronavirus. Gli ultimi dati ufficiali riportati dal Libya Observer parlano di un totale di 50.906 contagi, con 22.328 casi attivi, dopo che sono stati diagnosticati altri 957 casi di Covid–19. Nelle ultime ore ci sono stati anche altri 14 decessi che hanno portato il bilancio delle vittime a 746. Sono invece 27.832 i pazienti dichiarati guariti. La salute non sembra però il primo pensiero dei capibastone che stanno tentando di ottenere un ruolo ufficiale nel piano di transizione ancora troppo fragile per non essere esposto a sabotaggi. Da capoclan a esponente di governo, il passo non è poi così difficile. Dipenderà anche dagli sponsor esteri. Turchia e Russia sono i veri osservati speciali.


Registrati oltre 50mila casi di coronoavirus, ma si tratta di dati parziali. Tensioni diplomatiche dopo la “tregua”. Intanto, nessuna certezza sul futuro dei migranti prigionieri

Con Erdogan che non vuol saperne di riportare a casa i suoi “adde-stratori”, e Putin che vuole assicurarsi il controllo di alcune zone petrolifere della Cirenaica e il definitivo l’accesso al mare che gli consentirà di avere una base navale nel Mediterraneo, a oltre cinquemila chilometri da Mosca. La Marina di Ankara sta tentando di prendere il completo controllo di quella parte di Guardia costiera libica che risponde direttamente al governo di Tripoli e non a una delle milizie. Da giorni le motovedette regalate dall’Italia vengono adoperate dagli istruttori turchi, che non hanno tempo per lasciarle andare a pattugliare le rotte solcate dai gommoni dei migranti. Un messaggio chiaro rivolto soprattutto all’Italia che negli ultimi giorni ha visto arrivare barconi con migranti e altri con soli libici, sfuggiti ai controlli delle navi di Tripoli e Malta, che non a caso si è congratulata con la Turchia che aveva annunciato le attività di addestramento a bordo dei pattugliatori donati dagli ultimi tre governi italiani. Dal canto suo la Grecia non nasconde la preoccupazione per la crescente influenza di Erdogan. I «problemi» della regione, risponde con una nota il ministero degli Esteri di Ankara non possono essere risolti «se i Paesi coinvolti non rinunciano alle loro politiche ostili». Un invito ad abbassare i toni e investire sulla trattativa arriva dalla Tunisia, che ha espresso il proprio apprezzamento alla Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) e ribadisce la propria disponibilità a garantire le migliori condizioni per il successo del prossimo round del Forum del dialogo inter- libico che si terrà a Tunisi il 9 novembre, sotto l’egida delle Nazioni Unite».

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