mercoledì 23 settembre 2020
Aveva ammaliato i francesi e il mondo intero con la sua arte interpretativa, vocale e attoriale. La grande diva è morta a 93 anni in provenza
Juliette Gréco

Juliette Gréco - Ansa

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Icona, prima ancora che grande cantante e attrice. Affascinante e misteriosa, come quel fantasma del Louvre sotto le cui spoglie si nascondeva con il nome di Belfagor e che a metà degli anni Sessanta inchiodava grandi e piccini al video in bianco e nero, quando le serie tv si chiamavano sceneggiati. Ma Juliette Gréco aveva già ammaliato i francesi e il mondo intero con la sua arte interpretativa, vocale e attoriale. La grande diva è morta oggi, a 93 anni, «circondata dai suoi familiari nella sua casa tanta amata di Ramatuelle. La sua fu una vita fuori dal comune».

Recita così l’annuncio dato dalla famiglia, asciutto e profondo nel contempo. Juliette Gréco, nata a Montpellier il 7 febbraio 1927, fu la musa dell’esistenzialismo e un’indimenticabile interprete della canzone francese. Quasi al pari, per notorietà e iconicità, di Edith Piaf. «È stata un mito, tanto brava quanto però dura di cuore. Faceva di tutto per ostacolare le possibili rivali. E ci riusciva» ci disse della Piaf nel dicembre di 15 anni fa alla vigilia di un suo concerto a Milano al teatro Manzoni dove, a fine concerto, per omaggiarla personalmente e istituzionalmente si recò in camerino l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Ora l’omaggio è del mondo intero, per questa artista che ha cantato esibendosi dal vivo fino a quattro anni fa, quando la sua carriera si è conclusa a causa di un ictus. E sempre nel 2016 perse per un cancro la sua unica figlia, Laurence-Marie (nata dal matrimonio lampo con Philippe Lemaire, a cui seguirono le nozze con Michel Piccoli e Gérard Jouannest, ex pianista e amico di Jacques Brel), alla quale aveva dedicato una toccante canzone che parlava di guerra e di pace. «Mi manca terribilmente. E la mia ragione di vita è cantare. Cantare è tutto, c’è il corpo, l’istinto, la testa» aveva detto la Gréco alla rivista Telerama in un’intervista lo scorso luglio.

«È una grandissima donna che ci ha lasciato», dice a caldo Alexandre Baud, il produttore della sua ultima tournée: «Juliette era stanca da tempo, ma aveva mantenuto la sua mente estremamente acuta».Nella sua lunga carriera, iniziata a metà degli anni Quaranta nei caffè di Saint-Germain-des-Prés a Parigi, è stata l’ammaliante ispiratrice di tantissimi artisti, da Miles Davis (con cui ebbe una febbrile love story) a Jean Paul Sartre, da Jacques Prévert a Serge Gainsbourg, da Boris Vian a Jean Cocteau, da Marguerite Duras a Simone de Beauvoir. «Erano anni intrisi di quel clima culturale e artistico che guardava anche agli irrealizzabili ideali del comunismo e che è stato etichettato come esistenzialismo – ci disse in quella lontana intervista –. Io ero semplicemente là e con quegli intellettuali sono cresciuta. A loro devo tutta la mia arte».

Settant’anni di musica, figura emblematica dell’esistenzialismo, una giovinezza marcata dall’impegno politico fin da quando giovanissima venne arrestata e picchiata dalla Gestapo nella Francia occupata dai nazisti, mentre insieme alla sorella cercavano la madre deportata. «Penso che oggi – ci disse – c’è sempre più il dovere della memoria, non bisogna dimenticare la lezione della storia. Io nel ’43 sono stata prigioniera della Gestapo, assieme a mia madre, che era capitano nella Resistenza, e a mia sorella Charlotte, entrambe reduci dai campi di concentramento. Ai giovani dico: la libertà è un dono prezioso, una conquista che è costata sofferenza. Va preservata, servono coscienza e responsabilità».

Aveva solo 15 anni, quella volta. Poi nel ’49, a 22 anni, Juliette Gréco inizia a cantare in un ristorante-cabaret alla moda: “Le boeuf sur le toit”, nel quartiere degli artisti e dei poeti. La notano in molti per la sua voce così particolare ma anche per la sua figura esile e il piglio passionale. Diventa in breve tempo un’icona imitata e ammirata. Raymond Queneau e Jean-Paul Sartre firmano i primi successi di questo nuovo archetipo di donna moderna, dalla voce scura e profonda, mai sentita prima: Si tu t’imagines... e La Rue des Blancs-Manteaux.

Ma presto amplia il suo repertorio con Jacques Prévert, Boris Vian, Charles Aznavour. La consacrazione arriva nel 1954, con il primo concerto della “Jolie mômè”, il celebre music-hall parigino da cui passano tutti i grandi artisti. Attrice per vocazione, tra i suoi successi cinematografici spicca Bonjour Tristesse, nel 1958, con la regia di Otto Preminger. Superata soltanto, per fama, dalla maschera della sua Belfagor. Misteriosa come lei.

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