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La nuova schiavitù
delle «gravidanze
in affitto»
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La compravendita di neonati è generalmente considerata un reato in tutti i Paesi del mondo. Ma forme analoghe di commercio, scientificamente più sofisticate e presentate in modo più accettabile, sono in buona sostanza riproposte all’interno dell’enorme e prospero mercato mondiale della procreazione in vitro, in tutte le sue varianti. Un commercio che conferma la consuetudine antichissima per cui sono i più poveri e bisognosi a cedere i propri corpi e i propri figli ai più ricchi, per soddisfarne bisogni e desideri.

La manifestazione più evidente di questo vecchio mercato, pur nella sua nuova veste, è quella della maternità surrogata: pagare una donna perché porti avanti una gravidanza e partorisca un figlio conto terzi. Niente di nuovo sotto il sole, si direbbe, se non che con le nuove tecniche il bambino partorito può non essere suo, dal punto di vista biologico, ma di una coppia di perfetti sconosciuti: nel caso più semplice, l’embrione trasferito nell’utero temporaneamente messo a disposizione è generato da un uomo e una donna sposati o conviventi. Ma sempre più spesso a commissionare la gravidanza è una persona sola o una coppia omosessuale, e allora anche sui legami biologici fra il nascituro e chi lo ha concepito concretamente regna un’incertezza totale. Per una coppia omosessuale maschile, poi, utero in affitto e compravendita di ovociti sono pressoché l’unico modo (rarissimi sono i casi di donne che si prestano a "fornire" gratis l’uno e gli altri) di avere figli con qualche proprio contributo genetico: per questo l’introduzione dei matrimoni gay o il riconoscimento paramatrimoniale di unioni tra persone omosessuali porta inevitabilmente alla legalizzazione e al dilagare di questi commerci e alle pratiche di fecondazione in vitro.

Per questo è istruttiva la lettura del report «Surrogate Motherhood. Ethical or Commercial», a cura del Center for Social Research, una ong di New Delhi che si occupa della condizione delle donne indiane, e che con questa sua indagine disegna un quadro abbastanza completo di quello che significa un percorso di maternità surrogata, confermando purtroppo tutte le peggiori notizie e aspettative già in circolazione sull’argomento.
A essere intervistate sono un centinaio di madri surrogate, tutte indiane, e cinquanta coppie che hanno commissionato la gravidanza, coinvolte in centri e cliniche fra Delhi e Mumbai, divenute oramai le capitali internazionali del mercato di affitto degli uteri.

Con la transazione finanziaria, recita il report nelle sue primissime righe, il bambino nato da maternità in affitto – abbreviato con l’espressione surreale di «bambino surrogato» – diventa una "merce vendibile", a discapito dei diritti delle donne e dei nascituri.

Il business indiano in questo settore è talmente elevato da far scattare l’allarme: l’Indian Council of Medical Research, organismo governativo, nel 2005 ha emanato linee guida – ma ancora non c’è una normativa dedicata – per cercare di regolamentare un fenomeno che ha registrato un vero e proprio boom, attirando coppie letteralmente da tutto il mondo. Inoltre dal dicembre 2012 non è più possibile per gli stranieri accedere alla maternità surrogata in India con un semplice visto turistico ma è necessario procurarsene uno medico, per avere il quale occorre comunque offrire alcune garanzie minime, come per esempio il fatto che nella nazione di provenienza dei committenti questo tipo di pratica sia consentita, oppure che l’accordo con la madre surrogata sia formalizzato ufficialmente. Nonostante queste disposizioni minimali, la situazione descritta dall’inchiesta rimane agghiacciante, e non è esagerato parlarne usando la parola "schiavitù".

L’industria indiana della maternità surrogata è stimata produrre un indotto complessivo enorme, circa due miliardi di dollari, con un migliaio di cliniche non regolamentate. Impossibile conoscere con certezza il numero di bambini nati in questo modo. Il costo di ogni gravidanza surrogata in India va dai 10.000 ai 35.000 dollari: un conveniente low cost, confrontato con i 59.000-80.000 dollari necessari per la stessa procedura negli Stati Uniti.

Ma parlare di "scelta" delle donne che accettano di diventare gestanti in sostituzione di altre, è una crudele menzogna: le madri surrogate sono solitamente povere e semianalfabete, con impieghi precari e comunque senza prospettive di carriera lavorativa. Lo fanno per soldi, sostenute dai mariti che spesso ne hanno bisogno per pagare debiti, o per assicurare un’educazione ai propri figli. Le donne intervistate hanno per la maggior parte un’età fra i 26 e i 30 anni e devono essere fertili, quindi hanno già altri bambini. La legge vieta di utilizzare i propri ovociti per gravidanze a pagamento: per un surreale paradosso, quindi, donne giovani e feconde vengono obbligate per contratto a sottoporsi esclusivamente a tecniche di fecondazione in vitro per avere bambini a cui dovranno rinunciare subito dopo il parto.

Le donne sono per la maggior parte reclutate da agenti intermediari, che spesso a loro volta sono state madri surrogate. Il contratto è sottoscritto dalla coppia committente, dalla gestante surrogata e da suo marito ma non dalla clinica coinvolta, che in questo modo evita qualsiasi contenzioso legale. Di solito viene stipulato a gravidanza già avanzata, nel secondo trimestre, quando la coppia che paga è ragionevolmente certa che si arriverà al parto e che non ci sono anomalie nel nascituro, caso in cui la madre surrogata può essere obbligata ad abortire senza neppure essere consultata, se così decidono gli aspiranti genitori.

Se invece alla nascita un bambino fosse disabile, allora rimarrebbe in carico alle cliniche e/o agli intermediari, che hanno il compito di trovare una soluzione. A volte il contratto include anche il sesso del nascituro.
Il fatto di formalizzare l’accordo a gravidanza già avanzata mette le donne alla totale mercé delle cliniche, considerando anche che quasi nessuna (così come i loro mariti) è in grado di leggere e scrivere: per esempio le linee guida limitano a un massimo di tre i cicli di fecondazione in vitro per ogni tentativo di gravidanza surrogata – l’utero affittato deve essere "preparato" ad accogliere gli embrioni – ma essendo le donne illetterate spesso non si rendono conto dei trattamenti cui sono sottoposte. Dall’indagine emerge che le condizioni poste dal contratto sono spiegate di solito a voce dagli agenti e/o dai medici delle cliniche, e solo poche donne ricevono una copia del testo concordato, di cui comunque generalmente ignorano le clausole.

Nel caso di aborto, spontaneo o procurato, non sempre le gestanti vengono pagate, così come non è stabilito il compenso in presenza di gemelli. Può accadere anche che la stessa coppia si procuri due o tre madri surrogate contemporaneamente, per avere una maggiore possibilità di successo: se tutte rimangono incinta, sono i committenti a decidere se farle partorire tutte o no. Può anche essere un’opzione più economica: di solito due madri surrogate in contemporanea costano meno di due assoldate successivamente. Insomma: nelle maternità conto terzi, come in ogni transazione commerciale, spetta ai clienti porre le condizioni prima di ottenere il servizio per cui pagano; la gravidanza surrogata è un servizio a tutti gli effetti, così come il bambino a tutti gli effetti è un prodotto.

La somma che le donne ricevono per l’uso del proprio utero è totalmente a discrezione delle cliniche, e di solito è l’1 o il 2% della somma complessiva richiesta. Generalmente i rapporti fra madre surrogata e coppia committente non sono incoraggiati e tanto meno facilitati dalle cliniche e /o dagli agenti, per evitare accordi economici diretti che farebbero diminuire i guadagni dell’organizzazione.

La maggior parte delle madri surrogate trascorre i nove mesi di gravidanza in veri e propri "rifugi": residenze protette innanzitutto per impedire alle donne di scappare con i figli in pancia, e poi per assicurare loro una nutrizione adeguata e anche per tenerne sotto controllo le condizioni igieniche e sanitarie, evitando, per esempio, che contraggano malattie sessualmente trasmesse dai propri mariti. Le donne consultate per il report in genere non si sono lamentate dei trattamenti ricevuti in questo periodo, ma gli autori della ricerca sottolineano che durante le interviste le gestanti non sono mai state lasciate sole dal personale della clinica. Nella maggior parte dei casi il bambino viene sottratto immediatamente dopo il parto, impedendone l’allattamento, e spesso alle donne non viene neppure detto se è nato un maschio o una femmina.
Un vero e proprio colonialismo riproduttivo a cui un Occidente invecchiato e ricco si è pacificamente assuefatto, in nome, naturalmente, dei nuovi "diritti civili".​​​​
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