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Parigi
Rete europea per proteggere la vita
Daniele Zappalà, Parigi
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​scheda
​(François Regis Salefranc)

Per una volta il pianoforte a coda è stato scostato, nel giorno in cui sulla scena della celebre Salle Gaveau, a due passi dall'Eliseo, è risuonato il concerto dell'impegno di 31 associazioni pro life di 18 Paesi europei. Ovvero, la neonata Federazione «One of us» (Uno di noi), che ha scelto simbolicamente il cuore ancora ferito di Parigi per organizzare ieri il suo primo, storico forum continentale, fra accenti dell'Ovest e voci dall'Est.

Il ciclo di tavole rotonde cominciate al mattino ha trovato un punto di sintesi finale in quella pomeridiana intitolata «Maternità surrogata, eugenismo, traffico di gameti: il transumanesimo in marcia», coordinata dal direttore di Avvenire Marco Tarquinio. Sul palco, Gian Luigi Gigli, deputato e presidente del Movimento italiano per la vita, lo scrittore e opinionista spagnolo Juan Manuel de Prada, al fianco di due personalità francesi come Ludovine de la Rochère, presidente del movimento della Manif pour tous, e Jean-Marie Le Mené, il magistrato al timone della Fondazione Jérôme Lejeune, punto di riferimento per la ricerca sulle malattie dell'intelligenza.

«La maternità surrogata è un vero condensato di tutto ciò che denunciamo», ha affermato in apertura Ludovine de la Rochère, osservando che a causa di questa pratica «l'essere umano subisce un cambiamento di statuto» fondato pure sullo «sbriciolamento del legame filiale». Una tragica coerenza di fondo unisce la surrogata e le utopie spettrali dell'«uomo aumentato», nel quadro del «transumanesimo».

Gigli ha sottolineato la necessità ormai imperiosa di «interrogarsi su cosa la donazione di gameti e la maternità surrogata significano per il corpo della donna, per la sua stessa salute, in termini di rischi, già da un punto di vista medico, per le persone che accettano di farsene carico». Un versante spesso sottaciuto o sottovalutato che contribuisce a smontare ogni presunta parvenza "altruistica" della pratica. «Siamo entrati nella fase in cui si può fare commercio del corpo umano, nonostante tutti i divieti e le leggi», ha denunciato il neurologo, notando che ciò coincide con uno sfruttamento della persona umana da cui può «uscire vincitore solo il mercato senza limiti». Fra gli sconfitti, invece, anche la democrazia e la giustizia. Occorre allora «rispondere con iniziative di popolo e legislative» alle derive in atto, anche perché grandi sono i margini di cooperazione possibili per i cittadini di buona volontà.

Tutte tese a rintracciare i retroscena filosofici delle più inquietanti tendenze odierne in campo bioetico, le osservazioni di Juan Manuel de Prada hanno trovato un pendant più pragmatico nella testimonianza appassionata di Le Mené, per il quale in un'Europa troppo distratta si è già aperta la corsa «per eliminare gli uomini diminuiti», nel quadro di un eugenismo sempre più abilmente mascherato da argomenti tecnicistici o falsamente buonisti, dunque solo in apparenza lontano dall’eugenetica praticata dai totalitarismi novecenteschi. Ma se i nuovi sofismi degli alfieri dell'eugenismo e del transumanesimo possono vincere apparentemente qualche round nel dibattito d'idee, chi milita in nome dell'umanesimo non «perderà mai la battaglia della realtà», dato che gli strappi bioetici lacerano ogni giorno la carne di persone reali.

Trattenuta in Italia, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha inviato un messaggio ai partecipanti per sottolineare l'importanza dell'evento.

Al termine, tirando le somme, Marco Tarquinio ha evocato l'«antilingua» dilagante, le contraddizioni, i tragici accenti neo-coloniali, ma pure le speranze di convergenza degli impegni che, proprio in queste settimane, caratterizzano l'emblematica sfida europea sull'utero in affitto. Cogliere l'odierno tempo delle scelte significa capire che «non fra cento anni, non fra cinquanta ma fra dieci, forse fra cinque, verrà chiesto conto a questa generazione, ai suoi politici come ai suoi scienziati, agli intellettuali come ai cittadini semplici, se avranno detto una parola e si saranno battuti affinché il transumanesimo non diventi una disumanità dilagante, con uomini e donne ridotti a pezzi di sé e della realtà.

Questa è la battaglia, ricordando sempre che accogliere la vita significa anche non alzare barriere». Ha seguito questa via la vincitrice del premio «Uno di noi», l'applauditissima thailandese Pattamaron Chanbua, giovane madre coraggio di Gammy, bimbo Down sottratto alle mostruose clausole di un contratto di surrogazione.
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