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La fecondazione eterologa «smonta» la famiglia
Paola Ricci Sindoni
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Nell’epoca delle playstation e dei videogiochi, in questo tempo postmoderno, votato alla percezione fluida e frastornata della realtà, gli adolescenti che si affacciano al mondo non smettono – oggi come ieri, come sempre – di fare domande e di chiedere racconti. «Dove trovo me stesso?», è l’interrogativo.

E gli interlocutori primari, se sono capaci di intercettare quelle richieste, sono i genitori, i fratelli più grandi, i nonni in particolare, più disposti a dare il loro tempo con i racconti del tempo che fu, che in una strana alchimia che dal biologico cresce dentro l’ordine simbolico, ritrovano nello sguardo del più giovane, in qualche sua movenza, in quell’inossidabile patrimonio costituito dalla catena generazionale.
Sono questi i momenti – spiegano i dati empirici offerti dalle scienze umane – in cui il ragazzo comincia coscientemente a percorrere l’irto percorso di riconoscimento, che è per prima cosa riconoscimento di sé legato all’esigenza di vedersi riconosciuto da altri, proprio attraverso quei legami genetici intrecciati a quelli culturali, che fanno di ogni persona "simile" alla sua famiglia generativa e "unico" nello sviluppo libero della sua personalità.

Sin dalle remote origini, dunque, l’impulso istintivo alla riproduzione porta in sé "naturalmente" il desiderio di sopravvivenza e di proiezione verso il futuro, là dove la vita in tutte le sue inesauribili potenzialità si autoriproduce. Qualche volta, però, quella spontanea rincorsa si inceppa: qualcosa di malato si insinua nella vita biologica individuale e di coppia. Sterilità maschile e anche patologie dell’apparato genitale femminile bloccano il desiderio del figlio; il ricorso alle tecnologie riproduttive appare allora lo sbocco ovvio e, nonostante i grandi sacrifici fisici e psicologici, la coppia inizia il difficile percorso, in vista del risultato desiderato.

Dentro questa pratica, che si può chiamare di "responsabilità procreativa", ogni coppia esprime l’esigenza imprescindibile di bigenitorialità e con essa quell’insieme di racconti serbati al momento opportuno. Loro compito infatti non sarà soltanto garantire ogni richiesta di cura, ma anche offrire l’ambiente più consono per la futura identificazione del figlio dentro una genealogia, a loro consegnata e che a loro volta riconsegneranno.

Si affaccia però un altro modello procreativo, espressione di quella libertà autodeterminata, pronta a raccogliere quanto la scienza offre, pur di realizzare quel desiderio frustrato. Se dunque altre patologie si affacciano, perché non varcare ancora la soglia e servirsi di altro materiale biologico, esterno ai due genitori per garantirsi un nascituro? Da qui la procreazione eterologa, di cui si occuperà martedì prossimo – come è noto – la Corte costituzionale, quando deciderà se abolirne o meno il divieto, previsto dalla legge 40.

A noi tocca continuare a pensare sull’opportunità di amplificare l’ambito dei diritti individuali, che in questo caso nascono dalla convinzione che il desiderio di avere un figlio è di fatto espressione di legittimità per rivendicare un diritto. Diritto al figlio o diritto del figlio? Viene da supporre che anche il bambino, frutto di una plurigenitorialità, comincerà – come i suoi coetanei – a fare domande, a voler reinterpretare la propria storia parentale, con gli occhi confusi di fronte a una figura oscura che non conosce e che forse mai vedrà.

Come indica molta letteratura scientifica sul tema, questo figlio di una non verità biologica non potrà che coltivare confusione riguardo alla sua identità, che non è mai solo culturale e sociale ma che risulta intrecciata con quella genetica.

Ma c’è dell’altro: il nascituro, pur inizialmente bene accolto dalla coppia, comincerà ad assorbire il senso di frustrazione e di rivalità del genitore sociale nei confronti di quello biologico, quasi un vissuto di "adulterio genetico". Non è raro infatti il caso che il genitore "presente" nella vita familiare finisca per disconoscere la paternità così innaturalmente acquisita. Va da sé che donare un gamete non equivale a donare il sangue, dal momento che nel primo caso si mette a disposizione metà del patrimonio genetico, fonte in futuro di nuove storie biografiche e personali.

Da queste brevi considerazioni fenomenologiche del vissuto procreativo non può che scaturire un’etica, l’etica della terza persona, quella che, a differenza di una scelta autonomamente realizzata in nome di una esigenza pur legittima, vede spostare l’attenzione su quanti da quella scelta vengono inconsapevolmente coinvolti e per sempre segnati.

C’è da chiedersi al riguardo che tipo di racconti potrà aspettarsi quel ragazzo, quando risulta così difficile, se non impossibile, coniugare dentro il suo vissuto la componente tecnologica, l’apporto biologico, il legame sociale, il vissuto relazionale, l’ansia di verità, il desiderio di vedersi riconosciuto nello sguardo di un padre e di una madre.
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