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Chieppa: «Un desiderio che travolge ogni diritto»
Viviana Daloiso
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È difficile anche per un giurista del calibro di Riccardo Chieppa, presidente emerito della Corte Costituzionale, comprendere quali ragioni abbiano sostenuto la scelta della Consulta di svuotare la legge 40 del divieto di fecondazione eterologa. E quelle ragioni, quando saranno rese pubbliche, andranno analizzate con cura. Ma intanto restano i timori e l’amarezza per «l’impatto sociale gravissimo di questa pronuncia».


Professore, cosa la preoccupa?
La lista di ricadute è lunga. La principale è quella sulla tutela del nascituro, che nel nostro ordinamento è un obbligo costituzionale. La caduta del divieto di fecondazione eterologa apre a un vuoto legislativo che sostanzialmente espone i figli – vale a dire i soggetti più deboli – alla mancanza di certezza sui propri genitori. Chi è padre e madre? Potrà, questo figlio, conoscere i suoi genitori biologici? Come, quando? E tutte le dinamiche sanitarie circa il patrimonio genetico ereditato (malattie, sindromi, predisposizioni varie) come saranno gestite? I rischi sociali di una decisione di questo calibro sono enormi. Il desiderio di avere figli per una coppia non può avere, nel bilanciamento degli interessi rilevanti nella procreazione assistita, una prioritaria prevalenza sulla posizione che, nella fecondazione di tipo eterologo, assume il procreato e, aggiungo, persino il terzo donatore. Se fosse così vi sarebbe una sproporzione dello strumento utilizzato, che sarebbe assolutamente insensibile alle esigenze di tutela del procreato in primis e del terzo o dei terzi donatori. C’è poi, con evidenza, un colpo durissimo al sistema famiglia.


Cosa intende?
La legge 40 – e mi rifaccio a un ragionamento del mio collega scomparso Leopoldo Elia, già a capo della Consulta negli anni Ottanta – aveva già inserito il termine «coppia» all’interno del suo impianto, sostanzialmente equiparando in termini di filiazione l’unione di fatto alla società naturale fondata sul matrimonio. Con questa decisione di fatto anche la coppia viene meno. Nella filiazione ora entrano più genitori mentre il punto fermo è una non meglio specificata infertilità: chi è infertile? La madre? Il padre? Tutti e due (magari perché sono due padri o due madri)? Oppure una sola persona, che decide di avere un figlio senza un partner. È evidente fin da ora – prima, cioè, di entrare nelle motivazioni della Corte Costituzionale – che l’effetto di questo cambiamento sarà quello di aprire a una concezione di genitorialità del tutto svincolata dal modello naturale che finora abbiamo conosciuto.


Un vuoto ancora più grave di quello legislativo.
L’ennesimo di cui non avevamo bisogno. Anche perché – e va ricordato bene in queste ore, soprattutto a chi considera questa sentenza la molla che finalmente proietta l’Italia nella modernità internazionale – l’Europa ha detto che ogni Stato è libero di decidere in materia di fecondazione in base alle leggi vigenti al suo interno. Ammettendo la separazione della filiazione biologica da quella di carattere sociale o del rapporto di coppia, si produrrà un travolgimento dell’aspetto generativo. Con il rischio concreto di una deriva eugenetica.


In che senso?
Il business della provetta attendeva la sentenza della Consulta, come dimostrano le dichiarazioni esultanti di molti centri che si dicono già pronti – sin da oggi – a effettuare l’eterologa ai loro clienti. Chi controllerà ora come avviene questa pratica? Basterà adoperarsi affinché il gamete o l’ovulo provenga da un determinato Paese o da un determinato centro di raccolta, e da un ristretto numero di donatori, soprattutto se i dati per individuarne la provenienza non sono preclusi; non sarà difficile selezionare o indirizzare le caratteristiche genetiche ed operare una scelta selettiva in varie maniere, ma sempre eugenetica.
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