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Boscia (Amci): «La verità? Tutelare la donna costa»
 
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Tirar fuori la Ru486 dagli ospedali. Per tutelare ancora di più «l’autonomia e la libertà di scelta della donna», dicono. Per renderle più «facile», psicologicamente, il rifiuto di un figlio. Come se l’aborto perdesse di significato, se chi lo decide non dovesse varcare le porte d’una struttura sanitaria, vedere camici e barelle. In realtà, però, dietro l’acrobatica proposta della Toscana si nasconde un altro intento. Ben più pragmatico: «Quello di risparmiare sui costi della Ru486 – spiega il ginecologo Filippo Boscia, presidente dell’Associazione medici cattolici – che sarebbe nata per sostituire l’aborto chirurgico, troppo oneroso per gli ospedali, e che invece finisce per pesare ancora di più sulle casse della sanità pubblica».

Questioni economiche, insomma...
Da quando la pillola abortiva è entrata nei nostri ospedali – col vincolo stabilito dalle autorità che la donna cui fosse somministrata venisse ricoverata per almeno tre giorni – si è verificata quasi subito un’anomalia: le pazienti, cioè, hanno iniziato a firmare dimissioni volontarie e a uscire subito dopo l’assunzione del primo farmaco che mette in atto l’aborto. Risultato: le strutture si trovano a dover aprire una prima pratica di ricovero, e poi – al ritorno in ospedale della donna per il secondo farmaco previsto dall’aborto chimico – una seconda.

Due ricoveri, due richieste di rimborso alle Regioni giusto?
Esatto. Tradotto in cifre, significa che un aborto con Ru486 può costare a una Regione anche fino a 3mila euro, contro i 1.700 di un parto cesareo, tanto per fare un esempio. La verità è che la pillola abortiva, se è legata al ricovero in ospedale, è troppo cara. Ecco perché si sta tentando di farla uscire di lì. Ma l’ambizione è assolutamente irresponsabile, perché per una questione economica si passa sopra alla salute delle pazienti e si ignorano i rischi cui queste ultime possono andare incontro.

Il Consiglio sanitario regionale della Toscana, che ha avanzato la proposta, sostiene che la 194 indicherebbe le strutture territoriali come luoghi dove praticare l’aborto.
All’articolo 8 la legge 194 specifica che l’aborto deve avvenire in ospedale o in strutture fornite di requisiti igienico-sanitari e di adeguati servizi ostetrico-ginecologici. Significa che in caso di emergenza, la struttura deve essere in grado di poter intervenire con tutta la strumentazione adeguata. Mezzi che mancano, almeno in Puglia, alla quasi totalità dei poliambulatori. Qui non si parla di libertà o meno della donna di scegliere l’aborto. Qui stiamo dicendo che, siccome agli ospedali costa troppo, allora che lo facciano fuori e che dopo due ore dall’assunzione della pillola se ne vadano a casa, si prendano loro – le donne – la responsabilità di quello che accadrà: emorragie, crampi addominali, dolori.

Ci sono dei rischi, dunque?
Ma certo che ci sono e mi sembra incredibile che nessuno dei membri di questo Consiglio regionale li abbia presi in considerazione. Chi controlla? Chi controlla, per esempio, che l’embrione venga espulso correttamente? Perché questo accade, quando si assume la pillola abortiva: si butta fuori, un figlio. La Toscana suppone che la donna debba farlo da sola. Se ci sono problemi, basta una telefonata al pronto soccorso più vicino in fondo... Ma ci rendiamo conto della gravità di questa proposta?
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