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Maternità surrogata
Femministe contrarie agli uteri in affitto?
«Sono tutte omofobe»
Antonella Mariani
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​Il dado è tratto. È ufficiale: chi è contrario all’utero in affitto è omofobo. E mica solo i cattolici, per definizione (nelle teste di qualcuno) arretrati e conservatori. No: omofobe sono le femministe che da qualche tempo si interrogano sulla pratica della «gestazioni per altri» (Gpa) e che si riuniranno con molti altri il prossimo 2 febbraio a Parigi per chiedere l’abolizione universale della maternità surrogata... Sono omofobe pure le giornaliste, con tanto di minaccia di segnalazione all’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, che danno conto su uno dei blog collettivi più animati, La 27esima ora (su Corriere.it), di una vivace ma serena discussione tra femministe romane.

I fatti. Il confronto aperto in seno a tante voci del femminismo storico ormai è cosa nota: Avvenire ha fatto emergere la preoccupazione di donne del calibro di Sylviane Agacinsky e Luisa Muraro (le interviste e l’intero dossier si trovano su Avvenire.it). La loro contrarietà all’utero in affitto è la parte emersa di un iceberg: perché nei circoli femministi e non solo, nei dibattiti tra intellettuali vicini al femminismo e alle organizzazioni omosessuali ormai la posizione è conclamata. Il no alla maternità surrogata (non solo quella a pagamento, ma anche volontaria) è motivata da alcuni punti fermi: è contraria ai diritti delle persone, considera la donna come mezzo di produzione di bambini, è in gran parte un mercato neocolonialista perché si esercita soprattutto nei Paesi poveri...


La denuncia: giornalista omofoba. Ebbene, Monica Ricci Sargentini, giornalista specializzata nel dibattito sui diritti civili, il 24 novembre riferisce di un incontro romano tra femministe storiche. Il suo servizio su la 27esima ora è illustrato dalla fotografia di una coppia di uomini spagnoli con in braccio un neonato ottenuto da maternità surrogata in India. Apriti cielo: tale Giovanni Boschini, 24 anni, a capo di un gruppo Lesbico-gay-bisessuale-transgender (Lgbt) di Varese, la denuncia (o minaccia di farlo) all’Unar perché quella foto sarebbe stata pubblicata apposta per scatenare commenti omofobi da parte dei lettori. Ricci Sargentini ha incassato la solidarietà di tantissime colleghe, da Paola Tavella, che definisce la denuncia «incredibile», a Marina Terragni, che ha lanciato sui social network lo slogan «denunciateci tutte». La diretta interessata, in effetti, è piuttosto impressionata dalla reazione: «Sono basìta. Da molti anni seguo il dibattito sui diritti civili, ho tanti amici nelle comunità Lgbt e tra le famiglie arcobaleno. Mi dispiace di quello che sta accadendo – confessa ad Avvenire –. C’è una sorta di ricatto psicologico. Se appena uno esprime un pensiero contro l’utero in affitto viene etichettato come cattolico integralista e omofobo. Può essere che in questo Paese se uno dice che un bambino ha diritto a un padre e a una madre finisce alla gogna? Ma la libertà di espressione è ancora viva?».


Anche le femministe sono omofobe. Ed ecco un altro fronte piuttosto sorprendente. Il 26 novembre sul sito lezpop.it – sottotitolo «La cultura lesbo in salsa pop» – compare l’articolo «Quando il femminismo diventa omofobo. Il no delle femministe alla gestazione per altri». Qual è il nodo? È l’ovvia constatazione che uomini e donne nella procreazione non sono uguali. E se Paola Tavella, altra giornalista impegnata sui diritti civili, lo ripete e aggiunge che «non possiamo organizzare scientificamente di fare nascere un figlio che non avrà mai una madre», oltre ad apparire a lezpop.it colpevolmente «simil-cattolica», esprime un’omofobia radicale, reato di cui si macchia anche Arcilesbica, che appoggia la surrogata solo se volontaria e gratuita. Ma omofobia perché? E qui sta il nocciolo della questione: perché se la coppia gay femminile può procreare, quella maschile no, e non è giusto «discriminare le coppie in base al genere». Parità al di fuori di ogni possibilità, senza se e senza ma. Altrimenti si è omofobi, appunto. Donne, femministe e omofobe. Sarà omofobo anche Aurelio Mancuso (ma forse no, lui è un maschio...), storico attivista per i diritti Lgbt, già presidente di Arcigay e ora di Equality Italia? Lui che in un post su Facebook ha chiarito la sua posizione sulla maternità surrogata una volta per tutte: assolutamente contrario anche a quella volontaria (la Gpa) per un motivo, anzi una «constatazione: il desiderio di avere un figlio non si traduce in diritto», e una convinzione: che non sia «eticamente lecito che per soddisfare il (legittimo) desiderio di genitorialità si utilizzi il corpo di una donna, e si sostenga che il suo ruolo è praticamente inesistente (in barba a tutte le ricerche scientifiche sul rapporto prenatale tra madre e figli)».


Scontro in vista. Quello che emerge sottotraccia e che presto esploderà anche in Italia (negli Usa è già conclamata) è una disputa tra pensiero femminista di qualunque orientamento sessuale e organizzazioni omosessuali maschili. A molti uomini gay potrebbe non piacere una posizione largamente condivisa dal mondo femminista, secondo la quale è una falsa parità quella che si vuole stabilire tra uomini e donne sulla nascita di un figlio. Il maschio per sua natura non può avere una gravidanza, il suo apporto è genetico, niente di più, come ha sottolineato in un intervento molto letto la ricercatrice Daniela Danna, autrice di Contract Children
 
La vera posta in gioco.  E poi c’è un altro fronte, che riguarda in particolare l’Italia: le adozioni per le coppie omosessuali, in discussione sotto forma di adozione del figlio del partner (stepchild adoption) nel disegno di legge firmato da Monica Cirinnà sulle unioni civili in discussione al Senato. C’è chi, per non comprometterne il percorso, suggerisce di mettere la sordina al dibattito diventato quantomai aperto e interessante sulla maternità surrogata. «Fermatevi tutti – chiede Paola Concia, attivista per i diritti Lgbt e deputata Pd –. State contribuendo a mettere in pericolo una legge per una questione che riguarda a malapena il 5% della popolazione omosessuale». Allora, quando se ne potrà parlare? Senza essere chiamati omofobi, però.
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