Passa a livello superiore
Accesso
Vita
L'intervista
Agacinski: basta col mercato dei figli
Daniele Zappalà
  • twitter
  • google +
  • segnala ad un amico
    mail
  • font
  • stampa quest'articolo
    print
Leggi anche

​​​​

Dopo la bocciatura al Consiglio d’Europa del famigerato rapporto De Sutter favorevole a un via libera "inquadrato" alla maternità surrogata, giunta martedì a Parigi con appena un voto di scarto, esulta il fronte europeo sempre più vasto e trasversale che lotta per mettere al bando la piaga su scala planetaria. Ma in Olanda, intanto, prosegue il lavoro tecnico della Conferenza dell’Aja sul diritto privato internazionale, teso dal 2011 a perseguire «un’armonizzazione» dei quadri legislativi nazionali riguardo all’utero in affitto, senza focalizzarne prioritariamente i nodi etici.

Protagonista da anni del fronte abolizionista attraverso saggi, conferenze, associazioni quali il collettivo Corp, petizioni e convegni, come le «Assise per l’abolizione universale della maternità surrogata» del 2 febbraio presso il Parlamento transalpino, la filosofa francese Sylviane Agacinski, storica figura di riferimento del femminismo progressista europeo, esprime soddisfazione per la crescente mobilitazione, ritenendo nondimeno che la battaglia sarà ancora lunga e difficile.

Lei ha voluto unirsi ai manifestanti che hanno gridato in piazza un fermo "no" alla surrogata, proprio al momento del voto del Consiglio d’Europa. E adesso?
«Siamo più che mai determinati a proseguire il nostro impegno contro la surrogata, come al momento delle Assise. Continueremo a difendere i diritti della persona umana, a cominciare da quelli di donne e bambini. Noleggiare il corpo di una donna per nove mesi è l’opposto che rispettarla. Secondo le stesse clausole dei contratti di surrogazione, significa mettere sotto controllo la sua vita privata, notte e giorno. Stiamo parlando di tutti gli aspetti: scelte alimentari, qualsiasi pratica, atti sessuali, vita familiare. Più che mai, dobbiamo chiedere con forza a chi ha responsabilità: fra le generazioni che si sono battute per i diritti umani, chi avrebbe potuto pensare ancora possibile una tale riduzione allo stato di schiavitù nel XXI secolo? Nessuno. Le persone della mia generazione, in particolare le donne che si sono battute per gli ideali femministi, cadono dalle nuvole constatando a che punto una pratica come la surrogata è in grado di asservire le donne in così tanti Paesi».

Lei citava anche i diritti dei bambini...
«Dobbiamo portare grande attenzione al destino dei bambini coinvolti in questi contratti. Sono acquistati e trattati come prodotti registrati in un ordine commerciale. E poi – per così dire – vengono raccolti: si semina e si raccoglie. La prova è che se il bambino non arriva, o se non corrisponde ai criteri previsti nel contratto, i committenti non pagano. Accanto a ciò, si acquista qualcosa di cui a mio avviso non si parla abbastanza: il legame filiale. In tutti i Paesi del mondo, il bambino è figlio o figlia della madre che lo mette al mondo, che l’ha portato in grembo. Nel caso della surrogata si impone per contratto l’abbandono del bambino. E immediatamente gli si attribuisce arbitrariamente un altro legame filiale. Un legame acquistato. Sono estremamente gravi questi passi indietro dei diritti fondamentali di fronte al denaro».

Molti guardano con preoccupazione alla Conferenza internazionale dell’Aja sul diritto internazionale privato, artefice del più complesso tentativo di approdare a forme di regolamentazione. Condivide quest’inquietudine?
«Certamente. Siamo molto preoccupati da questi tentativi, anche se negli ultimi mesi si osserva in tanti Paesi una tendenza a una maggiore prudenza e condanna della pratica. Ci preoccupa ogni tentativo di aggirare le legislazioni nazionali attraverso raccomandazioni o regolamentazioni provenienti da istituzioni sovranazionali, tanto più se situate in Europa. Pur essendo un’istituzione meno emblematica del Consiglio d’Europa, anche la Conferenza dell’Aja ha un impatto potenzialmente rilevante sulle legislazioni. Per questa via si possono talvolta calpestare completamente e trascurare i diritti nazionali. E nel caso della surrogata pure quello europeo, poiché il Parlamento di Strasburgo si è appena espresso assolutamente contro la surrogata, chiedendo la sua abolizione e ribadendo che si tratta di una mercificazione del corpo. Possiamo accettare che l’istituzione dell’Aja, intergovernativa a un altro livello, detti legge alle nazioni e alla stessa Unione europea? Non è pensabile. Dunque, se ci resta ancora qualche valore, se conserviamo un diritto di controllo democratico sulle nostre leggi, dobbiamo continuare a batterci in modo estremamente vigoroso. È ciò che faremo, a livello nazionale ed europeo. E in proposito, di recente, gli italiani mi sono sembrati talvolta più coraggiosi di noi francesi».

In Francia si riuscirà ad approdare a un’iniziativa di legge?
«È una possibilità concreta, anche perché l’ultimo rapporto del Senato diretto da Catherine Tasca ribadisce la condanna di questa pratica. Sarebbe importante approdare presto a una proposta di legge in modo da contrastare gli aggiramenti dell’attuale divieto mettendo fine alla vergogna degli europei che vanno a far fabbricare bambini nei Paesi poveri. Abbiamo il dovere di proteggere pure le donne dei Paesi poveri e di costruire un’etica dell’avvenire, ciò che il filosofo Hans Jonas chiama "etica del futuro". Non occorre solo proteggere i diritti dei bambini già nati ma chiedersi in quali condizioni umane i bambini nasceranno domani. Non vi è nulla di umano nell’essere fabbricati come un prodotto. È umano essere generati da persone, un uomo, una donna. Dunque, un certo uso dell’argomento che parla del riconoscimento dei diritti dei bambini indipendentemente dalle circostanze della nascita corrisponde a un’ipocrisia. Le circostanze della nascita riguardano la dignità del bambino. Occorre considerare la dignità del bambino già prima della nascita. La clonazione è stata vietata proprio per questo. Nell’epoca delle biotecnologie di cui disponiamo occorre tener conto di tutto ciò per ripensare un’etica delle circostanze della nascita, affinché i bambini non vengano più ridotti a oggetti da acquistare, alla stregua del legame filiale».
© riproduzione riservata
segnala ad un amico stampa quest'articolo
Articoli in evidenza