martedì 9 ottobre 2012
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Dici Armenia e non pensi mica alla partita di venerdì tra la nazionale di calcio di Everan e gli azzurri di Prandelli. La mente infatti va a un ricordo tragico, quello del massacro subito dal popolo armeno sotto l’impero ottomano. Tra il 1915 e il ’17, si calcola che oltre un milione e mezzo di armeni siano stati sterminati.Un genocidio che qui da noi, tanti degli 8mila armeni rifugiati hanno conosciuto attraverso il mirabile romanzo di Antonia Arslan la Masseria delle allodole. «È il primo libro che ho letto nella vostra lingua...», dice “Giorgio”, alias il campione del mondo di kickboxing Gevorg Petrosyan. Nella sua Armenia poteva essere davvero una vita presa a calci e pugni e così a 13 anni assieme al padre Andranik e al fratello Stepan è fuggito da Everan a bordo di un camion. Stipati e nascosti con altri esuli in “bilico”, è arrivato fino in Italia. «Siamo passati dalla Russia e dopo 10 giorni di viaggio ci siamo ritrovati a Gorizia». È questa la città che lo ha accolto, ma i primi tempi furono duri. «Appena arrivati abbiamo dormito alla stazione di Milano o per strada e la notte era freddissimo... Poi per fortuna la Caritas ci ha accolti per 5 mesi nella sua struttura e dopo sono arrivati Mario e Dolores che ci hanno offerto un alloggio e un lavoro da custodi nella loro fabbrica». Dei mesi trascorsi alla Caritas, Gevorg ricorda l’incontro provvidenziale con un ragazzo che frequentava la Palestra Satori Gldiatorum Nemesis, quella che ora è diventata la sua seconda casa. «Da bambino, alla tv non perdevo un film di Bruce Lee. Così un giorno mi sono presentato in palestra, dal maestro, armeno anche lui, Alfio Romanut. Mi disse che ero troppo piccolo d’età, che era meglio che tornassi a casa. Poi però dopo un po’ di tempo mi è venuto a cercare per dirmi che se volevo potevo cominciare ad allenarmi con lui». È cominciata così la carriera del piccolo armeno che combatte «con orgoglio» per i colori azzurri. «Non ho la vostra cittadinanza perchè non sono mica un calciatore... - sorride ironico - . Ma sono fiero di rappresentare l’Italia. E lo faccio ormai da tanto, ho 26 anni e il mio primo incontro l’ho fatto a 16». Si è fermato alla terza media Gevorg, ma ragiona da “Dottore”. Così infatti è conosciuto nell’ambiente il campione del mondo di K1 World Max, categoria 70 kg. «È vero, mi chiamano come Valentino Rossi, “The Doctor”, per via dei miei colpi di mancino che dicono siano chirurgici», sottolinea il recordman Petrosyan: 70 incontri quasi tutti vinti per ko, l’unico atleta nella storia di questa disciplina (di origine giapponese) ad aver conquistato due titoli mondiali di fila. «Sono traguardi che ho raggiunto facendo tanti sacrifici. Agli inizi per tenermi in forma facevo un’ora di corsa al mattino presto prima di entrare in cantiere e lavorare come muratore. Alla sera, quando staccavo, correvo ancora in palestra ad allenarmi. Niente vizi, alimentazione sana e nessuna discoteca al sabato sera». Così si spiegano i successi di Gevorg che con i soldi guadagnati dalle borse degli incontri può aiutare la sua famiglia che si è allargata nel tempo. Dall’Armenia presto l’hanno raggiunto anche mamma Karine, la sorella Lianna e il fratello Armen che sta cercando di emularlo nella carriera di professionista del K1. E il 3 novembre tutti i Petrosyan saranno a bordo ring, al Palalottomatica di Roma, dove Gevorg è atteso alla sua sfida più importante: le “Final Eight” dei pesi medi della Glory World Series (300mila dollari di borsa in palio). «Ho mai combattuto contro un turco? Una volta sì e ho vinto. Non ho avuto nessun problema, perché penso che la gente non ha mai colpa dei delitti che commettono i potenti al governo».​
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