lunedì 15 settembre 2014
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È solo dopo che abbiamo visitato la chiesa nuova di Coredo e poi la pieve del XIII secolo, con la sua preziosa pala d’altare e un ambone da cui si protende un braccio a brandire la croce, che finalmente riusciamo a sapere qualcosa della sua ultima gara: quella che, sabato scorso, gli è valsa il titolo mondiale di corsa in montagna. «Sì, stavolta è andata bene. Ho vinto», si limita a dire Franco Torresani. Meglio: don Franco Torresani, perché il neo campione mondiale della specialità per i master over50 è un sacerdote. Classe 1962, ordinato nel 1987, parroco dal 1994. In effetti un quadri-parroco, visto che da solo si occupa delle 3mila anime delle parrocchie di Coredo, Tavon, Smarano e Sfruz, incastonate fra i meleti della Val di Non.Ha vinto – riusciamo a fargli dire dopo un altro quarto d’ora passato a esaminare il meccanismo dell’orologio del campanile – con un tempo di 1 ora 4 minuti e spiccioli la gara a Telfess in Austria: 11,5 chilometri di salita, per un dislivello di 1.100 metri. «Stavolta l’Inglese (Martin Cox) l’ho battuto, non come l’anno scorso che lui mi ha sorpassato in volata e mi ha dato 4 secondi», aggiunge. Quindi non era la prima volta a un mondiale, indaghiamo. «No, in realtà – si lascia finalmente andare il don, mentre deve farci vedere la radio parrocchiale – questa è l’undicesima volta che disputo un mondiale: ho vinto 3 ori, 4 argenti e 3 bronzi». Tre più quattro, sette, più tre dieci... «Ah sì, una volta sono rimasto giù dal podio». Il «parroco volante», come è stato ribattezzato nell’ambiente, infatti, ha collezionato più medaglie lui che santini una beghina. «Quest’anno è andata abbastanza bene», si lascia andare dopo un’altra oretta di tour turistico-religioso. Dove "abbastanza bene" sta per: vittoria del titolo italiano, del titolo europeo e del titolo mondiale di corsa in montagna (con vittoria, grazie a lui, anche della medaglia d’oro a squadre, sempre MM50), titolo europeo pure per la specialità "Vertical" (3 chilometri di salita per 1.000 metri di dislivello) e un titolo regionale assoluto sui 10.000 in pista, battendo anche i ventenni. E poi vittorie di categoria in gare con le ciaspole, la mountain bike, lo scialpinismo, lo sci di fondo... Perché don Franco Torresani parla pochissimo ed è restio alla pubblicità (strappargli qualche foto è un’impresa), ma è un atleta da Dio. Non lo indovineresti in quel fisico gracilino, quasi da adolescente: più ossa che carne, più nervi che muscoli, mentre ti corre davanti sotto la pioggia («va bene l’intervista, ma facciamo anche una sgambata»). Passetti piccoli, quasi saltelli sul posto, una specie di danza... e mentre col fiatone cerchi di fargli qualche domanda, lui sale, sale, sale."Atleta da Dio", ma prima di tutto e sempre "atleta di Dio". Possibile conciliare fede e agonismo, attività sportiva e pastorale? A giudicare dall’affetto dei parrocchiani si direbbe di sì. Per gli allenamenti, il don sceglie la mattina presto prima della Messa, una sorta di Lodi itineranti, o la sera dopo il Vespro: la salita al santuario di San Romedio, quello dell’orso addomesticato, non manca mai. E poi, sempre di corsa, tra una e l’altra delle parrocchie. Quanto alle gare: mai (o quasi) di domenica mattina per non privare i parrocchiani delle funzioni. Meglio al pomeriggio o al sabato, come il giro delle tre cime di Lavaredo questa settimana (21K con 1K di dislivello). Per il resto: niente tabelle, niente integratori, nessuna alimentazione speciale se non quella offerta dall’ospitalità delle suore o dei parrocchiani (il segreto starà forse nelle tagliatelle ai finferli di nonna Ancilla?). E poi lo sport come occasione di evangelizzazione. «Quando condividi la fatica di una gara, a molti viene naturale confidarsi. E così, senza tante prediche, puoi stare accanto alle persone, comprendere i loro problemi – spiega don Franco –. Mi è capitato pure di confessare dopo una corsa e cerco sempre di dire Messa per gli atleti». Sarà la lunga esperienza come consulente ecclesiastico per il Csi – «dobbiamo fare attenzione ai giovani: perché magari vincono qualche titolo juniores, vengono "pompati" e si illudono di essere già campioni. Poi arrivano negli assoluti, non vincono più e si demoralizzano completamente», sottolinea tutto d’un fiato – ma ti sembra che la corsa e la fede, la competizione e la siano per lui qualcosa di connaturato. «Competere correttamente, senza prevaricare, sempre pronti comunque a tendere una mano all’avversario, fa bene – dice don Franco quando durante la corsa la (sua) lingua finalmente si scioglie –. Libera la testa, predispone all’amicizia, spinge a tirar fuori il meglio di sé e a prendere il meglio degli altri facendo a gara per superarli, per essere davvero "migliori"». E ancora: «La corsa ti segna e la fatica insegna. Ha tratti in comune con la fede: esige fedeltà, coerenza, impegno fino alla fine, a dare tutto te stesso fino all’ultima risorsa. Che c’è anche quando pensi di non averne più...». Finisce la corsa e anche la nostra intervista al prete-campione, che negli anni ’90 è stato nella squadra nazionale di atletica, unico caso di atleta «consacrato» nel vero senso della parola. Don Franco ci saluta, non prima però d’aver insistito perché accettiamo due cavoli cappucci e delle pere dell’orto della canonica di Smarano. Prima della competizione viene la condivisione. E poi sono perfetti per le gambe, assicura.
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