Passa a livello superiore
Accesso
Sport
La fede in campo
Se il presidente è un don o una suora
Antonio Giuliano
  • facebook
  • twitter
  • google +
  • segnala ad un amico
    mail
  • font
  • stampa quest'articolo
    print

Chiamateli, se volete, presidenti. Loro però la classifica non la guardano. Non perché non puntino in alto. Ma perché mirano molto più su. Succede quando a dirigere una società sportiva ci sono uomini e donne con la talare o col saio. Gente che ha deciso di scendere in campo per il vero patron, quello celeste, e che non ha nessuna intenzione di farsi cogliere in fuorigioco: la (con)vocazione più importante della loro vita è questa. Hanno soltanto scelto il terreno dello sport per seminare la buona novella. 


Da nord a sud della penisola e con un ecumenismo che abbraccia diversi sport, sono sempre di più coloro che hanno deciso di esportare il modello vincente dell’oratorio nell’ambito di un vero campionato federale. Con risultati anche clamorosi. Non è più una novità l’Agil-Igor Gorgonzola Volley di Novara che da anni ormai è alla ribalta della pallavolo femminile nazionale. Una società professionistica in piena regola al cui vertice c’è una “schiacciatrice” sui generis: suor Giovanna Saporiti, più nota come “la presidente”. Sua vice è suor Monica Loro, un’altra sorella delle Ministre della Carità di san Vincenzo de’ Paoli, l’ordine protagonista di questa sfida lanciata nel lontano 1983 a Trecate. Dai tornei oratoriani alla Terza divisione, fino all’incredibile scalata alla Serie A1 con la conquista della Coppa Italia e del primo trofeo internazionale: la Coppa Cev.


Un miracolo sportivo racchiuso nell’acronimo di battesimo di questa squadra: Agil, (Amicizia, gioia, impegno, lealtà). Si scende di categoria e si cambia sport, ma nel mondo dilettantistico la fede e la passione non sono da meno. Il vulcanico presidente dell’Asd Bottegone Basket (sponsorizzato daValentina’s Camicette) iscritto al campionato nazionale di serie B2 di pallacanestro è don Piergiorgio Baronti. «Fino a qualche anno non sapevo nemmeno che cosa fosse la pallacanestro – spiega il sacerdote, 73 anni, parroco di Bottegone (Pistoia) –. Seguivo una comunità per il recupero dei tossicodipendenti e i ragazzi mi chiesero di accompagnarli a vedere una partita di basket a Pistoia. Fui folgorato da questo sport. Diventai grande amico dei dirigenti della Giorgio Tesi Group, fino alla proposta folle: “Te la senti di metter su una squadra?”. Era una pazzia, ma in chiesa avevo tanti tifosi di pallacanestro. E accettai».


Correva l’anno 2000. Da allora una scalata continua, dalla Prima Divisione regionale alla serie B. Oggi Bottegone, frazione di appena 3.600 abitanti del comune di Pistoia, è la nuova “parrocchia” del basket nazionale: «Una cavalcata incredibile – racconta entusiasta don Baronti – , per anni il nostro palazzetto è stata la palestra di una scuola, un’aula di 99 posti… Adesso giochiamo al PalaCarrara ». Quelli che un tempo erano i ragazzi del catechismo oggi sono giocatori e dirigenti: «Li ho visti tutti crescere, dal battesimo fino al matrimonio. Oggi abbiamo più di 130 ragazzi dal minibasket alle serie maggiori. Sono un loro grande tifoso, ma devo stare attento. A volte ammetto di aver esagerato con gli arbitri e non voglio scandalizzare i più piccoli.


Il mio impegno nel basket è una missione, ma non ho mai anteposto una partita alla Messa. Anzi, ci tengo a promuovere le celebrazioni più importanti dell’anno liturgico al Pala-Carrara come la Pasqua con il vescovo e gli sportivi. Attraverso la pallacanestro cerco di instaurare un legame con i giovani: anche con quelli che poi si allontanano dalla Chiesa. Devono sapere che possono sempre contare su di me». Una meta più alta è anche quella proposta da don Andrea Bonsignori, direttore della Scuola del Cottolengo a Torino, presidente e fino a qualche anno fa giocatore della Drola Rugby il club fondato nel 2011 con i reclusi del carcere delle Vallette: primo esempio a livello nazionale di squadra composta da soli detenuti e regolarmente iscritta a un campionato Fir (Serie C piemontese). 


Nessuna meraviglia: questo sport ruvido ma nobile, che forgia al sacrificio all’umiltà, ha avuto anche “piloni” spirituali: i gesuiti – fondatori di numero- se squadre anche celebri, come il Petrarca Padova – hanno sempre considerato il rugby una metafora geniale degli Esercizi di sant’Ignazio. Nel mondo dorato del calcio si fa ovviamente più fatica ad emergere. Ma l’Apos Calcio Stradella non si pone limiti: nel giro di tre anni è passata dalla Terza alla Prima categoria. Il suo presidente è don Cristiano Orezzi, 32 anni, che ha raccolto il mandato dal compianto predecessore don Ermanno Ariata, mentore dell’Associazione polisportiva oratorio Stradella (Apos), fondata nel 1959 e oggi serbatoio calcistico dell’Oltrepò orientale con 350 tesserati: «Il valore educativo dello sport è enorme – dice don Orezzi –, insegna a mettersi in gioco e ad aver bisogno dell’altro per crescere. In prima squadra come all’oratorio, la missione è la stessa: formazione e divertimento. Il campionato è un richiamo maggiore per i ragazzi e per noi un’occasione preziosa per stare con loro». 


Mille e passa chilometri a sud di Stradella, è davvero un mistero felice quello di Gaudioso Mercuri, sacerdote impavido, sceso in campo per dare un calcio alla malavita e al disagio giovanile. Calabrese, 28 anni, don Mercuri è oggi presidente e fondatore dell’Asd Saint Michel, squadra di Gioia Tauro che da pochi mesi illumina la Terza categoria: «Purtroppo il nostro territorio è piagato dalla ’ndrangheta e dalla corruzione. Non ne potevo più di vedere i ragazzi disocuppati e rassegnati in mezzo alle strade. E il calcio è un ottimo veicolo per educare alla legalità e al rispetto delle regole. Mi hanno seguito subito oltre 60 giovani. Per un progetto che va oltre: puntiamo a creare una cooperativa che dia loro anche un lavoro». Per ora nessuna intimidazione, ma il presidente ammonisce: «Bisogna aspettarsele. Siamo pronti a tutto.


Non a caso abbiamo richiamato nel nome e nel simbolo san Michele: è il soldato di Dio che sconfigge il male. È purtroppo anche un santo impropriamente usato dalla mafia. Ecco perché per noi ha ancora più valore». Anche in questo caso l’unico patrimonio da gestire è quello umano: «Non sono solo. Mi aiutano altri volontari: abbiamo due psicologhe dello sport, un’educatrice e un gruppo di medici. Si lavora insieme, giocatori e “dirigenti”: il nostro motto è “Unitas victoria est”. Alla vittoria si arriva solo con l’unità. L’iscrizione al campionato vuol essere un segnale forte: la Terza categoria qui è il regno del malcostume. 


E fare l’arbitro è davvero difficile. Adesso vedo che quando giochiamo noi anche loro sono più tranquilli ». Nessun pericolo di farsi prendere troppo e dimenticare l’essenziale: «Sono direttore del Centro diocesano vocazioni di Oppido Mamertina-Palmi: attraverso il calcio voglio far conoscere il Vangelo a tutti, anche a quelli che in Chiesa non entrano mai. In campo si arriva dopo un cammino di fede. Io sono il padre spirituale, loro seguono mensilmente incontri e catechesi. Prima del fischio d’inizio recitiamo tutti l’Ave Maria. Mi commuovo se penso a un ragazzo che viene da una famiglia difficile e da un passato di violenze. Qualcuno pensava sarebbe stato un rischio prenderlo in squadra. Ma bisognava solo dargli fiducia e indicargli la strada. Ha scoperto la squadra come una famiglia. E oggi lui è diventato il nostro bomber».
© riproduzione riservata
segnala ad un amico stampa quest'articolo
Articoli in evidenza