venerdì 30 settembre 2016
Ve la diamo noi la moviola
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La moviola entra in campo sempre d’ottobre. Era il 22 ottobre del 1967 infatti quando per uno «sbuffo di gesso» sulla linea di porta di San Siro si mise in moto quella “macchina” che da mezzo secolo in qua anima le discussioni del bar sport nazionale. «Manda avanti Heron... No anzi, torna indietro. Blocca l’immagine. Ralenti. È dentro o fuori la porta quel pallone?... Fuori.Va bene è fuori!». Questo fu il dialogo beckettiano tra i due padri fondatori della moviola in tv nel corso della Domenica sportiva (Rai 1), Carlo Sassi e Heron Vitaletti. Il “gol fantasma” incriminato era quello di Gianni Rivera nel derby del 1967, Inter-Milan 1-1. «La nuvola bianca era la prova che quel gol non era da dare, ma l’arbitro D’Agostini si era fidato del suo guardalinee e convalidò», ricorda Carlo Sassi, classe 1929, che nemmeno a farlo apposta compie 87 anni il 1° ottobre: il giorno del debutto della sperimentale “Var” ( Video assistant referees) – alias la moviola in campo – in Serie A. «Se usata con criterio la moviola può essere un valido supporto – spiega Sassi –, ma attenzione a un aspetto fondamentale: l’arbitro deve rimanere la figura centrale, l’uomo anche nello sport viene prima della macchina ». Difficile far passare il concetto a chi ormai ha reso il calcio uno spettacolo principalmente televisivo, quindi destinato a diventare sempre più tecnologico. «In effetti si è realizzato un po’ il sogno di un ex dirigente del Milan, che una trentina di anni fa mi disse: “Sassi, abbiamo i tabelloni elettronici a San Siro, e allora sfruttiamoli, facciamo vedere gli episodi da moviola durante la partita”. Io gli risposi che era pazzo e che in caso di un gol contestato durante un derby avremmo provocato la guerra civile... Questa moviola in campo sarà utile come alle origini per dimostrare il “gol-non gol”, ma ricordiamoci che nel calcio le variabili sono molteplici. Per esempio una rete contestata può essere il frutto di un azione fallosa iniziata a metà campo, e allora in quel caso che facciamo, sospendiamo la partita ogni cinque minuti?».Dubbio legittimo del pioniere, con il fraterno Heron Vitaletti (1930), di quella “macchina” che agli inizi venne vista con sospetto, quanto l’attuale moviola in campo. «In Rai gli ingegneri non erano d’accordo per via delle immagini poco nitide. Si lavorava su pellicola con almeno due passaggi tecnici dopo l’invio dai campi alla sede Rai di Milano. Gli arbitri stavano con noi, Concetto Lo Bello fu il nostro primo tifoso, quando in un Milan-Juve non concesse il rigore a Bigon per il fallo dello juventino Morini venne alla Domenica Sportiva e dopo il ralenti ammise: “Morini è stato più furbo di me”. I giornalisti della carta stampata, a cominciare da Gianni Brera, ci amavano meno: correvano il rischio che il loro pezzo pubblicato sull’edizione del lunedì poteva essere smentito alla domenica sera dalla moviola – continua Sassi –: se avevano scritto di un gol valido e invece era stato segnato in fuorigioco, o di un rigore assegnato a un “tuffatore” del tempo (come Chiarugi, ma ce n’erano tanti altri che abitualmente traevano in inganno arbitro e tribuna stampa). A volte anche noi eravamo spiazzati, del resto sui campi si piazzavano al massimo un paio di telecamere, mica le venti- trenta di adesso che seguono il calciatore fin sotto la doccia».  All’inizio degli anni ’70 al tandem Sassi-Vitaletti si aggiunse il terzo uomo, “The Voice” di Cormons: Bruno Pizzul, classe 1938. «La novità della moviola in campo io la prendo sub judice. Può essere provvidenziale per le azioni che si svolgono nell’area di rigore, ma sono perplesso sulla sua funzione di stabilire se sia fuorigioco o no. Il rischio è che con la presenza del mezzo tecnologico l’assistente di linea si senta autorizzato a non tirare su mai la bandierina per paura di sbagliare. L’abuso del mezzo va calcolato. Io credo che si potrà fare ricorso alla moviola due-tre volte a partita, ma se si palesano cinque-sei casi discussi nell’arco dei novanta minuti allora diventa un cinema. Che poi è quello che chiede qualcuno, il cinema: l’addetto alla moviola che dal campo si trasferisca in uno studio interno allo stadio in cui operi come il regista delle riprese televisive. Del resto, la desertificazione dei nostri stadi conferma che l’italiano atavicamente pigro preferisce assistere alla partita direttamente dalla poltrona di casa, e il calcio è ridotto a mero spettacolo televisivo». Sassi, Vitaletti e Pizzul sono gli ultimi epigoni di un giornalismo televisivo vissuto in presa diretta, telecronisti abituati ad annusare l’erba del campo dalla loro postazione per poi correre in corso Sempione a montare le immagini da regalare a quegli italiani di una volta che alla domenica lasciavano la moglie da sola «per andare a vedere la partita di pallone». «Vitaletti ha segnato più gol del Milan – sorride Sassi – Quando seguivamo dalla tribuna la partita a San Siro dovevo scansare le ginocchia sotto al tavolo perché Heron scalciava in sincronia con i tiri in porta di Rivera e compagni». Il prode Heron è rimasto alle gesta eroiche dell’“Abatino” o al massimo a quei pomeriggi tristi e di scighera (di nebbia) in cui «’sto Rivera ormai non mi segna più», come cantava sconsolato Enzo Jannacci in Vincenzina e la fabbrica. «La moviola come prova tv può avere una funzione educativa ed è un antidoto ai simulatori, ma da qui ad assumerla come mezzo per fare del calcio una scienza esatta lo trovo ridicolo. Il fascino del calcio sta proprio nell’errore, quello tecnico del calciatore e a volte anche nella svista in buona fede del povero arbitro», chiosa Vitaletti. Il calcio scientifico è ostaggio delle telecamere e della Rete, quella gonfiata dai social. Un calcio che ha perso i suoi narratori, le sue maschere e quei personaggi che avevano trasposto la commedia all’italiana in uno stadio. «Qualcuno allora dalla commedia passava facilmente alla tragedia. Ho ricevuto anche minacce di morte da interisti che pensavano fossi del Milan e viceversa – racconta Sassi – solo per aver detto cosa pensavo di un fallo visto alla moviola. Io non avevo una squadra del cuore... anzi no, per amicizia a un uomo straordinario come il presidente Domenico Luzzara, in segreto mi misi a tifare per la sua Cremonese. Eppure alla prima partita casalinga in Serie A della Cremonese, quando vinse con il Torino 2-1, andai alla moviola e dissi tranquillamente: mi spiace per il Toro, perché il calcio di rigore per la Cremonese non c’era». Pizzul usò la stessa schiettezza per un rigore concesso alla Juve contro il Cesena. «Cera non tocca Bettega, che però si lascia cadere. All’indomani mi telefonò Boniperti arrabbiatissimo e per tre mesi i calciatori della Juventus per protesta evitarono telecamere della Rai. Silenzio stampa fino a quando la Juve non vinse lo scudetto e ricevetti l’invito per la cena di festeggiamento a Torino. Una volta il calcio andava così...».
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