venerdì 13 febbraio 2015
COMMENTA E CONDIVIDI

«Ahi quantomar…», può aver sussurrato commosso e smarrito, l’uomo elegante che veniva da lontano, e lontano, in quel mattino gelido del gennaio 1938, se ne tornava. Sul molo del porto di Genova, a salutare Julio Libonatti, uno dei massimi eroi della domenica del pallone, c’era soltanto il suo fraterno amico, il geniale Adolfo Baloncieri. Il compagno fedele di tante battaglie in campo, abbracciò forte, e per l’ultima volta, il suo Julio. Assieme, in un settennale d’oro, dal 1925 al ’32, avevano cementato le fondamenta di quello che di lì a poco sarebbe diventato il “Grande Torino”. Erano entrambi italiani d’Argentina, ragazzi cresciuti per le strade e il barrio di Rosario. Ma uno, Baloncieri, laggiù nella provincia di Sanfa Fe, c’era arrivato bambino dal Piemonte, per poi rimpatriare a 16 anni ad Alessandria. L’altro, Libonatti, figlio di emigrati calabresi, a Rosario c’era nato, nel 1901, e nel ’25, quando sbarcò nella terra dei genitori, fece il suo ingresso in società come il primo sudamericano ingaggiato da un club calcistico europeo. È stato lui, il Potrillo, il “Puledro” di Rosario, a fare da apripista a quella folta colonia di artisti, geni, ribelli, sognatori e talora anche insospettabili bidoni, arrivati, per la gioia e la disperazione del popolo dei nostri stadi, dall’altra parte dell’Oceano. A portare nel Belpaese, anche del calcio, quello che le cronache argentine avevano ormai consacrato come il lepresco “Juliogol”, fu il futuro conte Enrico Marone Cinzano. Nell’estate del 1925, il presidente del Torino brindava dalla felicità a bordo del piroscafo Re Vittorio, di ritorno con il suo primattore appena comprato, assieme al regista Baloncieri (preso dall’Alessandria per una cifra folle, 70mila lire, di cui 50mila in nero), ad un solo scopo: interrompere l’egemonia - non più solo sotto la Mole -, della Juventus di Edoardo Agnelli. Per una simile missione, occorreva tutto il fosforo di quel Baloncieri, idolo venerato, per stile ed eleganza impareggiabile, da Gianni Brera, ma soprattutto serviva l’imprevedibilità, i guizzi da tanghero sulle note dell’amato Carlos Gardel, del bimbo prodigio che aveva preferito il fùtbol al teatro. Il Newell’s Old Boys lanciò Julio, il più piccolo di una nidiata di otto fratelli, uno dei quali, Humberto, dal 1918 l’aveva accolto nella prima squadra del Nob e poi nella Selección albiceleste.  «Riso e ceci» prima di ogni partita, scodellati dalla nonna per i due campioni di casa, ma il vero eroe tra i Libonatti (imbianchini e muratori che costruirono la Tribuna Roja dello stadio del Nob) fu il “Potrillo”. Il castigatore dell’Uruguay nella finale di Copa America del ’21, vinta dall’Argentina. Libonatti jr segnò il gol della vittoria, meritandosi il trionfo dei tifosi che lo scortarono dallo stadio Barracas fino a Plaza de Mayo. Al conte Marone Cinzano queste e altre imprese vennero riportate con dovizia di dettagli e toni a dir poco enfatici. Così, l’antesignano di Omar Sivori, maradoniano nella postura, baricentro basso e fisico tracagnotto, in quella massima serie ancora divisa in sette gironi (due del Nord e cinque del Sud), si presentò forte di un senso innato per il gol e una fame atavica di successo, tipica dei poveri in cerca di riscatto a tutti i costi. Nella stagione del «nuovo fuorigioco» (offside rilevata non più a tre ma a due uomini) per garantire in campo maggiore spettacolarità, lo spettacolo assoluto lo riservava il tandem dei “tani” Libonatti- Baloncieri. «Sembrava che un filo invisibile ci tenesse legati l’uno all’altro», raccontava il vecchio Julio in un raro momento di confessione. Simbiosi di un duo di cui Brera annotava: «Con Balon (Libonatti, ndr) parlava stranito di Martin Fierro, un Orlando che gli argentini considerano eroe nazionale: è il gaucho immortale, mai esistito».   Invece i due bomber furiosi del Torino, sono esistiti eccome, e con Rossetti formarono il “trio delle meraviglie”. Potenza del tridente, spalancò le porte della Nazionale a Libonatti che così stabilì il suo secondo storico primato. Il 28 ottobre del ’26 dopo aver giocato e segnato per l’Argentina (15 partite, 8 reti) contro la Cecoslovacchia fu il primo oriundo sudamericano (il primo in assoluto era stato nel 1920 l’interista svizzero naturalizzato Ermanno Aebi) a indossare la maglia azzurra. Un debutto, nell’anno dell’introduzione della Carta di Viareggio (vietava l’ingresso agli stranieri nel calcio) che di fatto aprì il passaggio a tutti quei calciatori figli di italiani in Sudamerica.  Di lì a poco lo avrebbero seguito lo juventino Renato Cesarini (nato a Senigallia, vissuto a Buenos Aires) con il quale il 13 dicembre del 1931, condivise il battesimo dell’omonima “Zona Cesarini”. Libonatti aprì le marcature e al 90’, Cesarini firmò il gol del celeberrimo 3-2 contro l’invincibile Ungheria. Ma la prima volta che l’Italia aveva battuto i fortissimi magiari era stato tre anni prima: 43, all’85’ rete vincente del favoloso Julio-gol. Eppure in Nazionale, il bomber che a Gijon aveva beffato il leggendario portiere della Spagna, Zamora (gridandogli in spagnolo: «Lasciala », e quello lasciò entrare il pallone in rete) e conquistata la Coppa Internazionale del 1927-’30 con tanto di titolo di capocannoniere (6 gol), non venne convocato per le Olimpiadi di Amsterdam del ’28. Escluso con l’ipocrita giustificazione: «Avrebbe dato adito alle critiche di utilizzo del calciatore “professionista” straniero», sottolinea Alberto Facchinetti autore dell’imprescindibile Il romanzo di Julio Libonatti Edizioni inContropiede (www.incontropiede.it).In realtà, molti degli azzurri del ct Augusto Rangone, a cominciare dall’eroe olimpico Baloncieri, percepivano regolari compensi per le loro prestazioni e ricevettero anche il premio in denaro dal Duce per il bronzo (unico titolo conquistato ai Giochi dall’Italia del calcio). Una medaglia ingiustamente negata a Libonatti, quanto quello scudetto revocato del 1927 per la presunta combine ordita dal difensore juventino Allemandi e sgominata dallo scoop del settimanale fascista “Il Tifone”. L’allora presidente della Federcalcio era il gerarca Arpinati, tifoso del Bologna, molto prima che del calcio italiano. Il fascismo, dunque, tolse a Libonatti una Olimpiade, uno scudetto e, poi, quel poco che era riuscito a preservare durante una vita di dissipazione che, la memoria granata de “La Stampa”, Giglio Panza, descrisse come quella del «dandy: cravatte sgargianti, abiti alla moda». Il campione, strapagato per i tempi, che aveva chiuso con il Toro segnando 157 gol (in 266 partite, secondo cecchino granata di sempre dopo Paolino Pulici), e con un bottino invidiabile di 15 reti nelle 17 presenze in azzurro, lasciava l’Italia senza neppure i soldi in tasca per pagarsi il biglietto d’imbarco. Tornava in Argentina, nella sua Rosario (dove morì nel 1981), nauseato dal sentore delle leggi razziali che Mussolini avrebbe fatto promulgare di lì a poco (settembre 1938) e perché non voleva neanche pensare all’idea di partire per il fronte africano a combattere le truppe del Negus. Un pensiero che spaventò anche altri oriundi che prima di lui si diedero alla fuga. Mumo Orsi, - campione del mondo nel 1934 - e Cesarini dopo il quinto scudetto di fila vinto con la Juventus, volarono in Argentina, rispettivamente all’Independiente e al Chacarita Juniors. L’anno dopo, il ’36, li seguì il romanista, il “Corsaro nero” Enrique Guaita (campione del mondo nel ’34, suo ancora il record di marcature nel campionato a 16 squadre: 29 gol) scappò, con i compagni giallorossi Stagnaro e Scopelli, a Buenos Aires, per giocare nel Racing de Avellaneda. «Di pecore travestite da leoni domenicali non abbiamo bisogno», il saluto minaccioso del fascismo agli oriundi-traditori che fino alla fine del regime sarebbero stati “appena tollerati”. Ma oramai, la porta del futuro l’aveva spalancata il divo Julio.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: