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INCONTRO COL FIGLIO
«Mamma Audrey e la lezione sul bene»
Audrey Hepburn, l’eleganza della normalità. Dal 26 ottobre fino al 4 dicembre sarà allestita nel mueso dell’Ara Pacis a Roma, Audrey a Roma: Esterno, giorno una mostra omaggio con foto inedite e oggetti personali, come borse e vestiti ,appartenuti ad una delle star più amate dei nostri tempi. La mostra, che sarà accompagnata dalla presentazione del libro Audrey a Roma a cura di Ludovica Damiani, è stata ideata da Luca Dotti, il secondo figlio di Audrey Hepburn, insieme alla Damiani, in collaborazione con Assessorato alle Politiche Culturali di Roma Capitale, Audrey Hepburn Children’s Fund e Unicef con il Club "Amici di Audrey". Ne parliamo con Luca Dotti.

Come nasce l’idea della mostra?
In occasione del 50° anniversario di <+corsivo>Colazione da Tiffany<+tondo> abbiamo pensato, insieme all’Unicef, che sarebbe stato importante raccontare un altro volto di mia madre, Audrey Hepburn. I fondi raccolti dalla Mostra saranno devoluti a 32 centri nutrizionali nel Ciad. Per anni lei ha voluto utilizzare la sua immagine di star per spostare l’attenzione verso quei Paesi in difficoltà come l’Africa, il Sudamerica e l’Asia. La mostra ha perciò un taglio specifico: oltre 140 foto inedite dove mia madre non è mai ritratta in posa.

La mostra si intitola «esterno giorno».
In una delle poche foto del backstage di <+corsivo>Vacanze romane<+tondo> c’era in primo piano un ciak con la scritta «Esterno - Giorno»: l’abbiamo ripresa come sottotitolo perché con solo due parole si racconta proprio l’anima della mostra. Ovvero disegnare un ritratto di mia madre che cammina, come una donna normale, tra le piazze e le strade di Roma. Lei ha speso quasi 30 anni della sua vita in questa città: un dato conosciuto più dalla gente normale come i commercianti, i rilegatori, i corniciai e i tassisti. Adorava passeggiare da sola e si faceva trattare come la persona che si incontra tutti i giorni. Quando era sul set aveva abitato per molti anni a Piazza di Spagna, poi la prima casa era situata nei pressi di Corso Vittorio Emanuele e poi si trasferì nel quartiere Parioli.

Il ricordo più bello che hai di lei?
Ne ho tantissimi. Tra le cose che mi ha lasciato la passione per il debole che non si può difendere, l’amore per la natura e per i cani. Il suo impegno nasceva dal suo passato. La guerra le portò via tutto: quando tutto finì pesava 30 chili perché si nutriva anche di tulipani bolliti. Suo fratello era stato deportato e sua madre, con la quale lei si era nascosta in una cantina durante gli anni della guerra, da baronessa diventò fioraia. Lei arrivò quasi per caso ad Hollywood: voleva fare la ballerina. Per questo utilizzò il suo successo per gli altri. Aveva, e forse lo ha ancora, il record di copertine di giornali, circa 600. Era stata una star, una madre e poi decise di diventare ambasciatrice Unicef e di occuparsi dei bambini che morivano per la malnutrizione. Mi è rimasto la sua lezione: al momento giusto quello che si è ricevuto si ridà.

Il film preferito di Audrey Hepburn?
Era Storia di una monaca, che girò anche a Roma. Lei interpretava un personaggio più reale e più vicino alla sua anima, lontano dai ruoli di principessa e dalla commedie romantiche. Un ruolo che poi divenne realtà nella sua vita perché come la protagonista si occupò di una missione in Africa. Da bambino non amavo le commedie romantiche e mi era piaciuto invece molto <+corsivo>Gli occhi della notte<+tondo>: le chiesi allora di interpretare un personaggio cattivo per James Bond. Lei rispose che non era questa la sua ambizione.

Emanuela Genovese
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