mercoledì 19 novembre 2014
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Per migliaia di ragazzi l’attesa è finita: torneranno di nuovo nell’arena degli Hunger Games. Questa volta, però, dovranno accontentarsi solo della prima parte ispirata all’ultimo capitolo della trilogia di Suzanne Collins. La serie, diventata un caso editoriale a livello mondiale, solo negli Stati Uniti ha venduto più di 65 milioni di copie. Il canto della rivolta - parte 1, sugli schermi da domani, giovedì 20 novembre, aprirà il gran finale in cui Katniss Everdeen (la beniamina sopravvissuta due volte alla brutalità degli Hunger Games negli episodi precedenti), affronterà da brava "Ghiandaia Imitatrice" la follia sempre più cieca del presidente Snow di Capitol City, abbattendo il suo assurdo e orribile governo. A lui si deve, infatti, l’origine dei sanguinolenti Hunger Games, maturati nella sua politica repressiva, chiedendo ogni anno un tributo maschio e un tributo femmina da ogni distretto da mandare nell’arena e affrontare gli altri partecipanti. I giochi sono ripresi 24 ore su 24 dalle telecamere, fino a quando non rimane in vita un solo concorrente. Ogni tributo deve salvarsi la pelle uccidendo gli altri. In premio, oltre alla vita messa in salvo, avrà cibo e ricchezza nel proprio distretto per quasi un anno.I motivi che scatenano questi giochi vanno cercati nel passato di Panem, una nazione immaginaria divisa in dodici distretti, in un’epoca in cui la Terra era flagellata da impressionanti cataclismi e ridotta quasi in macerie. Ogni distretto, di conseguenza, era diviso secondo l’attività che svolgeva sotto il perenne controllo del presidente Snow. Il Distretto 12, in cui vive la protagonista Katniss, è anche il più malfamato. In fondo, a Panem, domina la miseria e le risorse non bastano per tutti. Per questa ragione, Snow ha ideato gli Hunger Games: per tenere a freno le rivolte e dare una miserabile porzione di ricchezze ad un vincitore, e quindi a un distretto per volta. Ma entra in scena Katniss, non perché sorteggiata in piazza, in piena "mietitura" (il momento in cui vengono raccolti i partecipanti per la nuova edizione dei giochi) ma perché viene chiamata sua sorella minore Prim e lei si candida al suo posto per proteggerla, per impedirle di morire.La trilogia della Collins respira attraverso il fiato della protagonista, che narra al presente tutto quello che vive, impedendo in questo modo al lettore di saperne di più sulla sorte di altri personaggi. Per fortuna, nel film, queste informazioni vengono recuperate dai registi Gary Ross in Hunger Games del 2012 e Francis Lawrence nella Ragazza di fuoco del 2013 e nel Canto della rivolta di prossima uscita. Il motivo del successo di Hunger Games non è facilmente intuibile. Il racconto allude a diverse situazioni dell’attuale vita sociale e politica e perfino spirituale. L’autrice afferma di aver avuto l’ispirazione mentre faceva zapping alla tv. Gli ospiti inquietanti che si riflettono, freddi e penetranti, negli occhi di Katniss per tutto il racconto, sono proprio le telecamere, che ricordano come l’apparenza e la televisione sembrano governare le menti mentre la guerra distrugge vittime innocenti.Anche la malsana voglia del presidente Snow di trasmettere a casa gli Hunger Games richiama la spettacolarizzazione della morte decantata dalla nostra cultura. Anche se non si tratta di pura novità: basti ripensare ai gladiatori e ai martiri cristiani, sbattuti in un’arena per il delirio degli spettatori! Forse è per questo mix di antico, moderno (vedi il Grande Fratello) e futuristico (sempre incerto e spaventoso) che la Collins è riuscita a coinvolgere giovani e meno giovani.Al tempo dei reality in leggero ribasso, gli Hunger Games infrangono ogni tipo di sicurezza dei partecipanti, ponendo come regola del gioco la violenza e l’omicidio a tutela della propria vita. Come se la litigiosa ma convivenza "televisiva" dentro una casa o su un’isola non diverta ormai più nessuno.Suzanne Collins, mentre mette in guardia su una possibile degenerazione del reality, stigmatizza la spettacolarizzazione della morte. Per Snow la morte è più un gioco che un fatto reale. Al contrario, la morte è silenzio, pudore, rispetto. A sua volta, anche Capitol City fa riflettere. La città non è più la polis, il posto delle relazioni umane, ma un luogo violento, dove ciò che conta è essere unici e non avere rivali, come insegna il mercato: il più forte schiaccia sempre il più debole.
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