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La tv nella Rete/1
Etere addio, ora tocca al web
Giacomo Gambassi
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In principio era l’antenna per far entrare la tv nelle case degli italiani. Poi è arrivato il satellite, che ha moltiplicato i canali e abbattuto le frontiere. Adesso suona l’ora del cavo: telefonico, a dire il vero, che va a braccetto con la tecnologia mobile di cellulari e tablet. La rivoluzione del piccolo schermo si chiama tv via internet e sta scuotendo abitudini, linguaggio e mercato. Gli esperti hanno ribattezzato le stazioni che vivono nella Rete “Ott”, acronimo che sta per over-the-top.

In pratica sono canali che galleggiano sul web e non hanno bisogno di sostenere i costi di ripetitori o tralicci per raggiungere il pubblico. Sul tavolo calano soprattutto la carta dello streaming, ossia del sistema che permette di vedere le immagini senza scaricarle.

La società di ricerca britannica Digital tv research stima che nel 2020 la metà delle famiglie si sintonizzerà sulle “Ott”. Perché il vero punto di forza della nuova tv sta nella formula «guardo ciò che voglio, quando voglio»: non più una programmazione preconfezionata; ma film, fiction, cartoni animati, concerti o dirette da scegliere senza limiti e in qualsiasi momento. Come accade spesso per il mondo del web, anche la televisione che va su internet non ha confini ben definiti. C’è un po’ di tutto: dai servizi gratuiti, come il collaudato YouTube o le piattaforme delle emittenti che consentono di vedere (o rivedere) quello che va in onda, alle proposte a pagamento.

Ed è proprio il fronte pay che è diventato un terreno di battaglia fra i colossi della tv ma anche fra le società telefoniche. Si tratta di “stazioni” parallele che, con abbonamenti da sette a quindici euro al mese oppure grazie all’opzione “pago ciò che vedo”, stanno trasformando il panorama televisivo. Anche in Italia dove il duopolio Rai-Mediaset ha dettato legge per decenni.

Nel nostro Paese l’offerta di canali via web si sta ampliando. Non sono tanto i portali review come Rai Replay, Video Mediaset o La7.tv a cambiare il modo di rapportarsi con la televisione, quanto le vere e proprie “Ott”. Le prime a essere lanciate sono state Timvision (che in passato si chiamava Cubovision) e Chili. La tv di Telecom Italia ha tremila titoli in catalogo e nel 2015 si vedranno i frutti dell’alleanza con Sky, che tra l’altro porterà lo sport sui telefonini.

L’italiana Chili conta 350mila abbonati nella Penisola e ha appena annunciato di essere pronta a sbarcare in altri quattro Paesi europei. Grandi manovre anche in casa Sky. Oltre a Telecom, il gruppo di Murdoch ha stretto accordi con Fastweb per diffondere i suoi due “prodotti” web: Sky online (prima si chiamava River), che propone cinema, intrattenimento ed eventi in streaming, e Sky on demand, che è utilizzato da 1,3 milioni di abbonati e, grazie allo speciale videoregistratore My Sky, ha superato i 150 milioni di titoli scaricati in due anni. Fa più fatica Mediaset, che è a caccia di intese con le compagnie telefoniche per allargarsi sulla internet-tv. Due le proposte: Mediaset Premium per i clienti Premium e Infinity che è nato da un anno e mette a disposizione cinquemila titoli a meno di dieci euro al mese. Certo, il grande balzo dovrebbe avvenire con l’approdo in Italia di Netflix, la piattaforma Usa di video-streaming che conta cinquanta milioni di abbonati in quaranta Paesi.

L’indiscusso protagonista mondiale del mercato della tv via web non è solo un gigante che con 7,99 dollari al mese offre titoli di prim’ordine, ma ha all’attivo anche produzioni originali come le serie House of cards o Orange is the new black che hanno modificato lo stile televisivo. Come se non bastasse, potrebbe giungere il via libera a distribuire film che non sono ancora usciti nelle sale.

In Francia, dove Netflix è online da settembre, gli abbonati sono centomila anche se l’obiettivo è arrivare in un terzo delle case entro dieci anni. E in Olanda, a poche settimane dall’esordio, la piattaforma ha totalizzato il 20% del traffico della Rete. Ma è proprio questo uno degli ostacoli al suo sbarco in Italia. Appena il 55% delle famiglie del nostro Paese ha una connessione internet a banda larga, per lo più concentrata nei grandi centri, rispetto alla media europea che supera il 70%.

E anche i costi troppo elevati dei diritti sono un deterrente. Non è una via d’uscita il ricorso alla telefonia mobile: per un’ora di “trasmissione” sugli smartphone servono novecento megabyte quando in genere gli operatori offrono un gigabyte al mese. Così i ritardi nelle infrastrutture digitali diventano un freno alla tv del futuro, che in Italia potrebbe trovare anche sponda, soprattutto se si considerano i limiti del digitale terrestre televisivo e l’affermazione mancata del satellite, che da noi non si è mai davvero imposto.
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