sabato 8 dicembre 2012
Tredici minuti di applausi per il Wagner diretto in modo toccante da Barenboim, qualche dissenso per la regia di Guth. Emozionano il tenore Kaufman e la sostituta Dasch. Ma l’Inno di Mameli slitta alla fine​​.
E la neve smorza anche le proteste
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​Alla fine, quando nel foyer del Teatro alla Scala le luci sono basse, appoggiata sul piedistallo della statua di Giuseppe Verdi resta una locandina: Lohengrin di Richard Wagner. L’ha dimenticata qualcuno uscito in fretta con nelle orecchie ancora il ritmo marziale dell’Inno di Mameli. Daniel Barenboim l’ha suonato a fine serata con il coro schierato sul palco a cantarlo, dopo che in molti si erano chiesti come mai le sue note non fossero partite prima che il sipario si alzasse su Lohengrin. Come da protocollo provato anche all’Anteprima per i giovani, con l’orchestra pronta a scattare in piedi. Ma ieri quando il maestro ha alzato la bacchetta l’attacco era senza dubbi quello lento e solenne del Preludio dell’opera. Una dimenticanza? Messo da parte l’Inno europeo – il presidente della Commissione José Manuel Barroso è rimasto bloccato a Bruxelles causa neve – Barenboim s’è lanciato a capofitto sulla partitura. Il direttore, però, in accordo con il premier Mario Monti, ha recuperato alla fine, dopo le cinque ore dell’opera che ha inaugurato la nuova stagione della Scala. Quella del doppio bicentenario che alla vigilia ha fatto storcere il naso a chi avrebbe preferito Verdi in locandina. Verdi che ieri sera, per un attimo, è sembrato passare nel foyer. Ma era solo un melomane vestito come il maestro.Visioni, invece, sul palco se ne sono susseguite in continuazione. Quelle di Elsa, ossessionata dal pensiero del fratello creduto morto. Lo vede in ogni dove e lo sovrappone all’eroe. Così la racconta il regista tedesco Claus Guth che porta Lohengrin nell’Ottocento di Wagner che, però, tanto assomiglia al nostro oggi. Perché in scena c’è un’umanità ai margini che appare senza speranza. Lo pensi sentendo l’odore di zolfo che si fa strada fra i corridoi del teatro. I manifestanti sono riusciti a lanciare un petardo oltre le transenne. Per dire il loro disagio di fronte all’incertezza del futuro. Disagio che, lo senti nella musica, è lo stesso di Elsa, sola e smarrita di fronte all’accusa di avere ucciso il fratello per impadronirsi del potere ma salvata dal cavaliere misterioso che combatte per lei, la sposa e le impone di non chiedergli mai il nome.Qualcuno in platea tra un atto e l’altro consulta internet sul cellulare in cerca di notizie da Roma dove Napolitano, che doveva essere in sala, è rimasto per gestire la crisi politica. A un tratto sulla musica di Wagner le immagini che Guth ha scelto per raccontare Lohengrin si sovrappongono quelle dei tg. Quelle dei palazzi della politica, ma anche quelle degli ultimi, con il freddo, la fame, e con il dolore tutto interiore della follia o le ferite dell’anima che chi è dietro le sbarre cerca di sanare. Perché il regista ambienta Lohengrin in un cortile sul quale si affacciano molte porte: carcere, ospedale psichiatrico? Fa di Lohengrin un antieroe, un diverso. E per qualcuno vederlo fuori sincrono rispetto al mondo, che si spinge fino alla violenza, forse è troppo. Eroe estremo per Guth (non senza dissensi del pubblico) che non sembra lasciare spazio alla speranza. Perché alla fine, anche se appare, capisci che il fratello di Elsa è morto, che muore un’altra volta con l’addio di Lohengrin. Tutto finisce nel buio mentre dal loggione piovono volantini dei lavoratori che denunciano morti per amianto e licenziamenti. E si spegne anche la musica, che pure Barenboim fa arrivare dritta al cuore. Così come conquista e inquieta il Lohengrin di Kaufman, il tenore che ieri si è trovato accanto Annette Dasch nei panni di Elsa: arrivata in corsa nella notte il soprano tedesco ha emozionato e commosso. Per lei e per tutto il cast 13 minuti di applausi (Inno compreso) mentre resta nell’aria quell’«ahimè» del coro che dice la disperazione di un mondo che mettendo Dio ai margini chiude le porte alla speranza. Lo dice Wagner. Lo dice Verdi. Lo dice tutta la musica che sa parlare al nostro tempo.
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