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Milano riparte dal Musical
Pierachille Dolfini
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Uno schioccare di dita. Un gruppo di ragazzi balla tra le scale antincendio dei grattacieli dell’Upper west side di NewYork. «Raccontateci una storia» raccomanda Federico Bellone ai suoi interpreti mentre un computer portabile rimanda le note di Leonard Bernstein. Trombe e tromboni cambiano l’atmosfera. I passi sono più serrati. Si lotta. Jets e Sharks si contendono il territorio. «I movimenti della testa sono ancora troppo danza, più secchi» dice Gail Richardson ai ragazzi ai quali ha insegnato le coreografie originali di Jerome Robbins. Salti acrobatici, prese al volo.

Portoricani e americani vengono alle mani. Il fiatone e il sudore dei ballerini diventa quello dei personaggi, di Riff e di Bernardo. Alla Scuola del musical di Milano (che produce insieme a Wizard) si prova West Side Story. Ancora qualche giorno e ci si sposta sul palco del Teatro Manzoni. Il sipario si alza il 27 settembre, due settimane di repliche sino al 9 ottobre.

«Abbiamo avuto i diritti per presentare per un periodo limitato la versione italiana del musical che nel 2017 compirà sessant’anni» racconta Bellone mentre il fischio del tenente Shrank ferma la lotta. «Il conflitto tra americani e portoricani raccontato da Bernstein oggi potrebbe essere quello tra occidentali e profughi che bussano alla nostra porta» riflette Simone Leonardi, in scena nei panni del poliziotto che vuole ripulire New York dalla criminalità. In piazza Piemonte, invece, si va già in scena con le anteprime di Footloose. Al Teatro Nazionale rodaggio con il pubblico per mettere a punto la versione italiana del musical che Dean Pitchford, Walter Bobbie e Tom Snow nel 1998 hanno tratto dall’omonimo film del 1984. Debutto domani sera, repliche sino al 31 dicembre.

«Abbiamo vinto la scommessa di riportare Stage entertainment a produrre uno spettacolo in Italia, non accadeva dal 2103» dice, seduto in platea, Matteo Forte, ad per l’Italia della multinazionale olandese. Qualche poltrona più in là Martin Michel. Il regista e coreografo fa un cenno e si spengono le luci in sala. Parte la musica. Accanto a lui fa da supervisore Chiara Noschese, blocco degli appunti in mano, uno sguardo al palco e subito gli occhi sui fogli per annotare quello che va e quello che, invece, è da migliorare. «Bene il numero di danza iniziale. Ok il primo cambio scena. Domani in sala prove, invece, dobbiamo lavorare sulla scena del bar». La stagione teatrale milanese riparte dal musical. E da due titoli popolari.

«Perché oggi occorre una riconoscibilità per attirare pubblico» spiega ancora Forte. L’anteprima di Footloose intanto continua. Ren e sua madre lasciano Chicago per trasferirsi a Bomont dove una strana legge vieta il ballo. Ren non ci sta. Lotta e (naturalmente) vince e si innamora, ricambiato di Ariel (Beatrice Baldaccini). «È una storia per tutti, perché parla di famiglia, amicizia e amore, temi che ci riguardano. Ma anche di temi ancora attuali come il bullismo, l’emarginazione, la paura del diverso» riflette Riccardo Sinisi appena calato il sipario. Comasco, classe 1992, è stato scelto tra cinquecento candidati per il ruolo di Ren.

«Oggi in Italia c’è una generazione di performer che è cresciuta e che non ha nulla da invidiare a inglesi o tedeschi » riflette. Stessa opinione che ha il “collega” Luca Giacomelli Ferrarini. Che è Tony in West Side Story, «il musical che sognavo da sempre, mix ideale tra danza, canto e recitazione. La storia ha le radici in Shakespeare. Il canto la fa da padrone, è firmato da Bernstein, che ha concepito il suo lavoro come un’opera lirica» spiega l’artista veronese trentatreenne. Scala in spalla, latta della vernice in mano si prepara ad entrare in scena. La musica si ferma. «Vai Luca. Proviamo la tua scena con Giuseppe ». Giuseppe è Giuseppe Verzicco, nato a Trani trent’anni fa. «Sono Riff. Che poi è Mercuzio perché Bernstein immagina il suo West Side Story come la trasposizione contemporanea di Romeo e Giulietta. Musica e parole raccontano una storia e anche le coreografie assumono un ruolo drammaturgico ».

Le scale antincendio, che sono la scenografia voluta dal regista Federico Bellone, iniziano a muoversi. «Bene. Disponetele in orizzontale» ricorda ai ragazzi. Dietro appare Maria. Ha il volto della ventiquattrenne milanese Eleonora Facchini. «Al saggio del secondo anno della Scuola del musical abbiamo fatto West side story, io reggevo i pannelli delle scenografie, ora sono sul palco come protagonista, una ragazza innamorata che vede il suo amore diventare una tragedia». Le donne intanto sono pronte per scatenarsi nel Mambo. «Create sempre tensione – suggerisce Bellone –. La chiave dello spettacolo è la paura. La paura di chi incontri, la paura del diverso, la paura dei sentimenti e dell’amore. 

 Questo dice la scenografia con proiezioni rosse, il colore della paura, e scale antincendio che sono da sempre il simbolo dello spettacolo, ma che creano anche una gabbia claustrofobica che imprigiona e opprime i protagonisti». Temi impegnati sulle note di Maria, Tonight e America. Cosa che non ti aspetteresti di trovare in un musical, solitamente associato alla leggerezza.

«È un limite tutto italiano il relegare il musical a puro intrattenimento e non pensare che possa affrontare anche tematiche sociali» riflette Antonello Angiolillo, abruzzese, classe 1968, protagonista di molti musical. In Footloose è il reverendo Moore, «colui che impone il divieto di danza, ma che poi sa cedere, uscendo arricchito dal confronto con Ren. In scena affrontiamo il tema delle periferie e del riscatto, ma anche dell’uso di alcool e droghe». L’attualità si specchia sul palcoscenico. Tra ritmi rock e coreografie acrobatiche.

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