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Ruffini: trasgredire è ridere con i down
Angela Calvini
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Un gruppo di ragazzi disabili che si stringono forte forte l’uno all’altro, ridendo. In mezzo sbuca la faccia da monello di Paolo Ruffini. Di primo acchito vien da chiedersi: ma che ci fa lì l’irriverente conduttore e attore visto in tanti cinepanettoni (ultimo della lista, Boss in incognito) noto per la battuta veloce e qualche volta di grana grossa? «Ma sa, siamo livornesi, è il nostro tipo di comicità a essere goliardica. Dove c’è bonta e buona fede, non si fa male a nessuno. E guardi che la loro asticella trasgressiva è piu alta della mia» dice Paolino “la peste” sparando due grandi occhi azzurri. Quei “loro” sono gli attori, in prevalenza disabili psichici, della compagnia teatrale toscana Mayor Von Frinzius che lo accompagneranno nella sua nuova, questa sì trasgressiva, avventura teatrale dal titolo Un grande abbraccio. Il debutto il 30 gennaio alla Città del Teatro di Cascina, per poi girare l’Italia in teatri di tutto rispetto, dal Tea- tro Nazionale di Milano, il 3 marzo al Teatro Goldoni di Livorno (il 31 marzo) al Colosseo di Torino (il 1 aprile). 

La scommessa di Ruffini è alta: fare da capocomico in uno spettacolo in cui i veri protagonisti sono i ragazzi down, «uno spettacolo pop, dove ci si diverte e ci sarà molta improvvisazione – spiega –. Spesso la disabilità è portata a teatro per occasioni socialmente difficili da decifrare per il pubblico. Io vorrei fare una cosa estremamente popolare. Non c’è bisogno di focalizzare l’attenzione sulla disabilità, ma sulla loro voglia di vivere».
 
Scopriamo chiacchierando che Ruffini non è un improvvisato in questo campo, anzi. E quindi, mentre si divide fra il ruolo di attore, sceneggiatore, regista, conduttore (in primavera lo vedremo con Diego Abatantuono alla guida di Eccezionale veramente, talent per comici di La7), lui trova anche il tempo per il sociale, «un aspetto che mi ha sempre interessato». Intanto per Mondadori è appena uscito il suo libro  Odio ergo sum sugli “ haters”, gli “odiatori”, coloro che attraverso insulti ed esplicito disprezzo creano veri e propri fenomeni mediatici distorti. «Il modo migliore per sdrammatizzare e disinnescare il potenziale negativo e la violenza verbale di questi fastidiosi commenti è quello di riderci sopra» aggiunge. Da una decina d’anni, intanto con la sua casa di produzione Nido del Cuculo (nota per video dalla comicità ruspante in cui si doppiano film famosi in livornese), produce intelligenti e toccanti videoinchieste sul mondo del disagio psichico visibili sul canale YouTube della casa di produzione.
 
«Ho sempre avuto una curiosità parallela per il mondo della psichiatria, su cui leggo molto» spiega l’attore orgoglioso di prodotti come Seondo te («Secondo te») prodotto in collaborazione con l’unità funzionale Salute Mentale Adulti A.U.S.L 6 di Livorno, dove Ruffini pone le stesse domande agli ospiti di un centro di recupero mentale, ad alcuni bambini e a gente comune incontrata per strada. Sulla stessa linea il documentario Sapessi com’è strano, mentre Peter Panico e Ansia no indagano paure purtroppo comuni a tanti. Particolarmente toccante è l’ultimo prodotto, Resilienza, un docufilm premiato al recente Capri-Hollywood dove il protagonista, racconta con un filo di commozione Ruffini, «è il mio amico Alessandro, scomparso a 14 anni per un neuroblastoma. Lui mi ha insegnato cos’è la resilienza, il modo di reagire in modo positivo nelle situazioni negative. È un film, con la regia di Andrea e Antonio Cavallini, che attraverso la morte vuole parlare di vita, di speranza, di positività». Paolo va in corsia per intervistare operatori sociali e scientifici, come i fondatori di Make a Wish, i responsabili del Dynamo Camp, i dottori clown di Ridolina, gli amici di Alessandro e si concentra soprattutto su medici e psicologi, domandandosi anche quanto gravoso possa essere il mestiere di chi deve comunicare ai genitori che un bambino ha un tumore, di chi deve operare talvolta l’ineluttabile. I filmati ricostruiscono la realtà che circonda i piccoli pazienti oncologici e, attraverso la battaglia di Alessandro, mostra il coraggio di tanti bambini nell’affrontare le cure.
 
Lo stesso coraggio e la stessa positività che dovrà scaturire sul palco da Un grande abbraccio. «Io sono un attore che vuole mettere in scena un grande varietà – spiega Ruffini –. I miei attori speciali mi demoliscono, entrando a gamba tesa con le loro battute: ci sarà tanta comicità e tanta tenerezza. L’idea nasce da me e da Lamberto Giannini, educatore e regista dello spettacolo: nasce dalle improvvisazioni che hanno vissuto insieme nei loro laboratori. Loro hanno una fisicità molto forte e in questo mondo mondo molto social e poco fisico l’abbraccio è un gesto rivoluzionario, è il gesto del perdono. È bello portare a teatro un valore, ma creando un evento con un grande momento di interazione con il pubblico».
 
Un abbraccio che Ruffini sogna di allargare a tutta Italia. «Vorrei andare con loro a Sanremo per compiere in tv un piccolo passo contro il pregiudizio. Sulla disabilità occorre riaprire il file, su chi sono gli abili e chi i disabili. Perché loro hanno tutte le abilità del mondo, un rapporto con la fantasia e la sensibilità molto più alto di noi. E oggi una persona sensibile è piu imporante di una intelligente».
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