Supplementari & rigori
A cura di Giorgio De Simone
17/04/2012
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Le parole al vento
di un giorno silente
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Maledetto week-end se un ragazzo di 25 anni muore di sabato pomeriggio su un campo di calcio. Un giovane rimasto orfano di madre a cinque anni, di padre a diciassette, con un fratello handicappato che non ce l'ha fatta a vivere. E lui, però, Piermario Morosini, bergamasco, da tutto questo era uscito, felice di giocare nel Livorno, felice di vivere con la sua ragazza Anna. Un destino che non poteva essere più crudele per come lo intende il nostro sentire terreno. La morte del ragazzo che (parole di Anna) «adorava giocare sotto la pioggia» ha impressionato, scosso, emozionato. Ma per gli occhi del video chiamati a guardare al di là del pallone che salta, la morte di Morosini è diventata subito il caso di chi poteva essere salvato e non lo è stato perché i soccorsi sono stati concitati, perché non c'era il defibrillatore, perché un'auto dei vigili ostruiva l'ingresso all'ambulanza, perché il massaggio cardiaco, al momento del trasporto in ospedale, era stato interrotto. Ripetute all'infinito sono state le immagini del dramma, la partita che si ferma, i compagni con la testa tra le mani e lui, Piermario, steso sul prato e sottoposto a quel massaggio che in altri casi aveva voluto dire salvezza e stavolta è stato vano. Ma quello giallo è il defibrillatore? Perché non è stato impiegato? Cosa può dirci, professore? Come, secondo lei, dottore, può essere accaduto? Domande e risposte per tutto il maledetto week-end fino a quando la serafica conduttrice della domenica sera ha cavato dal suo cilindro le immagini di un contrasto tra il giocatore del Livorno e un avversario con le teste che un po' si toccano, ma il gioco subito riprende e tuttavia... Eh sì, perché tutto si può dire e quando irrompono, implacabili, i popoli delle mail e degli Sms, chi non si spiega perché il campionato sia stato fermato, chi sa come ci si doveva comportare perché è stato volontario della Croce Rossa, chi è scandalizzato per la vettura dei vigili, chi si chiede perché l'ambulanza non fosse già sulla pista dell'atletica. Domande, alcune, anche legittime. Ma alla fine del maledetto week-end nulla è mai stato così oscuro, anche perché solo l'autopsia dirà, se lo dirà, a cosa sia dovuta la morte del giocatore, se a un attacco cardiaco, a un aneurisma, a chissà che altro. E intanto nessuno che, tra sabato e domenica abbia detto: «Io non parlo, non me la sento». Nessuna televisione dove si sia detto: «Siamo venuti qui per parlare di calcio, ma c'è stata una tragedia, non si gioca e noi ci fermiamo». No, nessuno si è fermato. E nessuno, mentre scriviamo, ancora si ferma.