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Leggere, rileggere A cura di Cesare Cavalleri
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In grammatica non tutto è giusto o sbagliato. Parola della Crusca
 
Dal 1585 l'Accademia della Crusca veglia sulla salute della lingua italiana e del 1612 è il suo primo Vocabolario della lingua italiana, tuttora testo di riferimento. I fondatori erano filologi bontemponi che scelsero il buffo nome dell'Accademia per indicare la volontà di separare, nella lingua, la farina dalla crusca ispirandosi al motto petrarchesco «Il più bel fior ne coglie». Lungo i secoli, l'istituzione ha vissuto una storia travagliata, con soppressioni e rinascite, e anche recentissimamente si era parlato della sua chiusura per mancanza di fondi. Fortunatamente il delitto non è stato perpetrato.
Presieduta con fermo polso da Nicoletta Maraschio, la Crusca è approdata al web, e una passeggiata nel sito accademiadellacrusca.it rinfresca l'anima. Fra l'altro, si può consultare online il Vocabolario nei suoi successivi aggiornamenti, e c'è anche una simpatica rubrica di consulenza linguistica che dirime i dubbi linguistici degli internauti.
Una selezione delle risposte a tali quesiti viene periodicamente pubblicata in volume, ed è ora disponibile l'antologia riferita agli anni 1995-2005, con il titolo La Crusca risponde, a cura di Marco Biffi e Raffaella Setti (Le Lettere, pagine 264, euro 22,00). Come ha scritto Luca Serianni, citato da Setti nell'introduzione, gran parte dei quesiti sono ispirati da un atteggiamento «iper-razionalista, fondato sull'idea che la lingua sia un monolite nel quale si possa sempre tracciare il confine giusto-sbagliato sul fondamento di un'astratta immagine della norma, sottratta alla variabilità degli usi concreti». Invece la lingua è un organismo vivente e il parlato finisce per imporsi, per esempio nell'uso del dativo “gli” al posto di “a loro” che un tempo faceva inorridire le maestre, mentre ormai è comunemente accettato. Non ci sono, dunque, confini invalicabili tra la correttezza e l'errore, e resta un ampio margine di opinabilità, talché le risposte della Crusca sono sempre firmate da uno dei trentatré illustri linguisti che se ne assumono la responsabilità. Qualche paletto, tuttavia, bisogna pur metterlo e Setti ribadisce, per esempio, che “qual è” si scriverà sempre senza apostrofo, e che “soqquadro” non rinuncerà mai alle due “qq”.
Giovanni Nencioni, che nel 1990 fondò “La Crusca per voi”, firma parecchie risposte pubblicate nel volume. Egli, fra l'altro, mette in guardia «contro certe pseudoregole grammaticali che si tramandano oralmente pur non avendo alcun fondamento linguistico: quali il divieto di cominciare un periodo col gerundio o con la congiunzione “e”, di collocare l'apostrofo in fin di rigo e simili». Un caso interessante riguarda l'eventuale plurale di “euro”. Nel 1997, quindi prima dell'entrata in vigore della moneta europea, Severina Parodi era favorevole al plurale: un euro, dieci “euri”. Nel 2002, Raffaella Setti ricordò la direttiva europea del 26 ottobre 1998 che inopinatamente prescrisse l'invarianza di “euro” in inglese, italiano e tedesco, lasciando libere le altre lingue di seguire la loro morfologia specifica; in dissenso verso Francesco Sabatini, allora presidente della Crusca, favorevole all'invarianza, Setti perorò per il plurale in -i, personalmente convinta che «l'uso parlato resterà vario e spero che nessuno si scandalizzerà di fronte a chi dirà “euri”». Nel mio piccolo anch'io preferisco “euri”.
Applausi a Mara Marzullo che nel 2003 ha scritto: «“Sé” indica il pronome, che essendo sempre tonico, deve essere scritto con l'accento: le pur diffusissime varianti “se stesso”, “se medesimo”, contrariamente a una diffusa opinione, non sono pertanto giustificate; “se” indica il pronome atono usato talora in luogo di “si” (se lo mangia) e la congiunzione». Sul punto, Luciano Satta ha pronunciato l'arringa definitiva a favore di “sé stesso”, con un'argomentazione che è troppo lunga per essere riportata qui, ma che sarò lieto di fornire a lettori incuriositi e interessati.

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