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Colonne d'Ercole A cura di Cinzia Bearzot
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Quando la polis limitò il potere dei padri
 
 
È quasi inevitabile, questa settimana, parlare di famiglia. Nel mondo antico la famiglia naturale aveva un ruolo fondamentale come cellula originaria della società e dello stato, secondo la teorizzazione di Aristotele. Non sorprende, dunque, che il diritto greco e romano dedichino enorme attenzione alla tutela della famiglia.
In Grecia, il ruolo centrale della polis pone fin dalle origini il problema del rapporto fra il diritto della città e il diritto dell'oikos, la "casa", il gruppo familiare con il relativo patrimonio. La città lo risolve integrando almeno parzialmente nel proprio sistema giuridico gli aspetti del diritto familiare non incompatibili con gli ordinamenti cittadini: per esempio, le norme sull'omicidio o l'adulterio. Un grande legislatore come Solone legiferò ampiamente sul matrimonio, la filiazione, le questioni ereditarie, ritenendo che il diritto familiare avesse grande importanza per la stabilità della società e dello stato. Il problema dei diversi ordinamenti esiste anche anche a Roma, dove la familia era costituita dal padre, da tutti i soggetti sottoposti alla sua autorità (moglie, figli, schiavi) e dal patrimonio; l'enorme potere paterno venne col tempo ridotto dall'interferenza dello stato, ma gli antichi mores familiari mantennero un valore indiscusso.
La legislazione familiare antica presenta aspetti molto lontani dalla nostra sensibilità. Pensiamo al caso dell'adulterio. Ad Atene, l'adultero sorpreso con una donna libera poteva essere ucciso dal marito, dal padre, dal fratello di lei, ma solo se colto in flagrante all'interno dell'oikos della donna, mentre essa veniva punita privandola della possibilità di partecipare ai riti familiari e cittadini. A Roma gli adulteri sorpresi in flagrante potevano essere entrambi uccisi impunemente dal padre o dal marito della donna; Augusto regolò poi questa normativa con la legge Giulia sugli adulteri. E' chiaro che norme di questo tipo non miravano affatto a proteggere la morale familiare in quanto tale, ma intendevano soprattutto tutelare oikos e familia, evitando che vi venissero introdotti elementi spuri.
La famiglia è vista dunque come una "istituzione", ed essa in effetti trovava origine in un accordo tra i loro gruppi familiari, non nei sentimenti privati degli sposi. Suo era obiettivo assicurare la nascita di figli legittimi, che succedessero nella titolarità del patrimonio familiare e ne salvaguardassero l'integrità. Ad Atene si cercava di mantenere il patrimonio all'interno dell'oikos con opportuni accordi matrimoniali (è il motivo per cui le ragazze greche sposavano spesso uno zio o un cugino), mentre a Roma si ricorreva assai spesso all'adozione, più rara in Grecia. In ogni caso, ciò non impediva affatto la riuscita dei matrimoni: Iscomaco, il protagonista dell'Economico di Senofonte, è legato alla giovane moglie da affetto e stima sinceri, e nelle famiglie romane la solidità degli affetti è ampiamente testimoniata.
Del resto, non necessariamente la famiglia fondata sull'innamoramento e la libera scelta degli sposi assicura, come ben vediamo oggi, migliore riuscita. Non che si voglia tornare, sull'esempio degli antichi, al matrimonio combinato! Ma quando il Papa sottolinea che la Chiesa non chiede agli sposi se sono innamorati, ma se sono decisi a compiere consapevolmente il passo del matrimonio, ricorda quanto sia illusorio fondare sui soli sentimenti umani una pretesa di eternità. Le società antiche, sebbene con qualche durezza che ci può spiacere, ne erano consapevoli.

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