Colonne d'Ercole
A cura di Cinzia Bearzot
19/07/2012
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Le «guerre giuste» dell'imperialismo
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Il dibattito sulla guerra in Iraq fu largamente influenzato dall'ipotesi, data come una certezza, che Saddam Hussein avesse scorte di armi chimiche. Il regime del tiranno iracheno resta indifendibile, ma ormai sappiamo che non era così e che l'argomento fu usato per convincere la titubante opinione pubblica occidentale, in buona parte contraria, per motivi diversi, all'intervento. Ora si comincia a parlare delle scorte di gas di Assad e potrebbe profilarsi un'altra guerra “umanitaria”, ipotesi che provocherà certamente un dibattito non meno intenso di quello cui si alludeva più sopra.
Che gli antichi avessero già avuto di fronte problemi di questo tipo, basterebbe a dimostrarlo l'attualità che il tema dell'imperialismo antico, ateniese e romano, ebbe, negli Stati Uniti e non solo, proprio all'epoca della guerra in Iraq.
Nelle guerre in oriente, iniziate nel 229 a.C. con la prima delle due guerre illiriche, i Romani, accusati di aggressione imperialistica, ricorsero spesso, e non senza ragione, all'idea di guerra difensiva. Le guerre illiriche ebbero in realtà lo scopo di difendere i commercianti italici attivi sulla sponda orientale dell'Adriatico e di tutelare la posizione dell'Italia in vista della guerra annibalica. Le prime due guerre macedoniche (215-205 e 200-196) furono provocate dall'attivismo di Filippo V di Macedonia, che stabilì patti prima con Annibale, poi forse anche con Antioco III, re di Siria, per spartirsi il dominio del Mediterraneo in caso di sconfitta romana; un ruolo importante ebbe la volontà dei Romani di tener conto della prospettiva degli alleati (Pergamo, Rodi, l'Egitto). La guerra siriaca (192-188) fu dovuta alle ambizioni espansionistiche di Antioco III, cui toccò il ruolo di aggressore; la martellante (e improvvida) propaganda di Antioco convinse l'opinione pubblica romana che fosse minacciata la stessa sopravvivenza di Roma. Queste guerre furono quindi considerate “guerre giuste”, di carattere difensivo e preventivo, a tutela degli interessi propri e degli alleati, gravemente esposti alle minacce che provenivano (o si credeva provenissero) dall'area del Mediterraneo orientale.
Diverso fu il caso della terza guerra macedonica (172-168). La Macedonia si era ampiamente ripresa, sul piano demografico ed economico, sotto il regno di Perseo, successore di Filippo V. A questa ripresa si diede un significato antiromano; lo storico Polibio accusa espressamente Filippo V di aver concepito e preparato la guerra contro Roma e Perseo di essere stato l'esecutore materiale del progetto. Nulla dimostra la fondatezza di questa accusa, ma quel che certo è che Roma cercò con ostinazione il pretesto per una guerra che chiudesse definitivamente il problema macedone sul piano politico, forse anche attirata da nuove fonti di guadagno.
Le consapevoli provocazioni messe in atto nei confronti di Perseo suscitarono perplessità già nei contemporanei. Quando Quinto Marcio Filippo ingannò Perseo, tirando in lungo i negoziati solo per permettere a Roma di prepararsi meglio ad un intervento ormai deciso, Tito Livio (XLII, 47, 2) parla dell'affermazione di una nova sapientia, un inedito modo di pensare e di agire, in contraddizione con i principi che fino a quel momento avevano mosso la politica estera romana, a cominciare dalla preoccupazione per il carattere “giusto” della guerra.
Decidere una guerra implica la valutazione di fattori complessi, alcuni apertamente dichiarabili, altri no: così motivazioni fondate e argomenti pretestuosi da sempre si intrecciano, nelle decisioni dei governi e nelle riflessioni dell'opinione pubblica.