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Colonne d'Ercole A cura di Cinzia Bearzot
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Inquinamento, assillo anche per gli antichi
 
 
Abbiamo già parlato, in novembre, del rapporto uomo/ambiente nel mondo antico, a proposito delle catastrofi naturali. Anche l'inquinamento è un problema non ignoto agli antichi: i centri urbani presentavano affollamento, traffico, rumore, inquinamento dell'acqua e dell'aria, limiti del sistema fognario, difficoltà nello smaltimento dei rifiuti. Le autorità si preoccupavano della qualità della vita. Ad Atene, gli astynomoi curavano che gli addetti alla nettezza urbana non scaricassero l'immondizia vicino alle mura, che non si ostruissero le strade con costruzioni abusive, che i balconi non debordassero, che non vi fossero tubature che scaricavano in strada, che venissero raccolti i cadaveri; gli agoranomoi controllavano la qualità delle merci in vendita nei mercati. Aspetti urbanistici e infrastrutture finalizzate ad assicurare servizi ai cittadini erano molto curati: in particolare ci si preoccupava della gestione dell'acqua potabile. Un decreto ateniese della seconda metà del V secolo a.C. vieta di mettere i pellami a imputridire nel fiume Ilisso e di gettare gli scarti della lavorazione del cuoio nel fiume: il pericolo di inquinamento dell'acqua e il rapporto di causa-effetto tra attività industriale e rischio per la salute pubblica erano dunque ben chiari. A Roma, la tradizione attribuisce ai re etruschi la realizzazione di un primo sistema fognario sotterraneo, con un collettore principale, la Cloaca Massima, che convogliava gli scarichi nel Tevere. Già le Leggi delle Dodici Tavole (metà del V secolo a.C.) mostrano preoccupazione per la programmazione territoriale. In seguito però Roma crebbe in modo rapido e incontrollato, e dalle abitazioni di proprietà a un solo piano si passò ai condomini (insulae) a più piani, con appartamenti in affitto; le regole sulla distanza tra gli edifici non furono più rispettate. Questo sistema abitativo favoriva il rischio di crolli e incendi. A partire dalla fine del II secolo a.C. inizia una legislazione sulla tutela della salubritas, dedicata soprattutto al problema dell'acqua, che resta primario; l'approvvigionamento idrico venne assicurato dagli acquedotti, ma venivano usate tubazioni in piombo, di cui pure era nota la tossicità (l'architetto Vitruvio proponeva di sostituirle con tubazioni in terracotta). Una grande città come Roma era afflitta anche dal rumore e dall'inquinamento da fumo e da polvere, che induceva chi poteva farlo a rifugiarsi nelle ville suburbane. Il traffico era molto intenso e provocava inquinamento acustico a causa del cigolio dei carri, del rumore provocato dagli zoccoli degli animali da tiro (per non dire delle grida di incitamento di chi li guidava) e dalle ruote (spesso cerchiate di metallo) sulla pavimentazione in pietra. Per decongestionare il traffico diurno di Roma, la circolazione dei carri all'interno delle mura era vietata dall'alba al tramonto, con alcune eccezioni (trasporto di materiali da costruzione, rimozione delle macerie, forniture per l'allestimento di eventi pubblici, celebrazioni religiose). Il degrado ambientale nelle aree urbane, correlato allo sviluppo delle attività umane, era dunque noto e contrastato per quanto possibile. Era però visto come il prezzo da pagare per godere dei benefici dello sviluppo economico. Il geografo Strabone, a proposito della città fenicia di Tiro (16, 2, 23), afferma che «sebbene il gran numero di laboratori della porpora renda la città poco gradevole per viverci, d'altro canto ciò l'ha resa estremamente prospera».

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