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Colonne d'Ercole A cura di Cinzia Bearzot
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Governo dei «migliori», eterna tentazione
 
 
In un articolo su Il Giornale di domenica, Marcello Veneziani è intervenuto a proposito della crisi della politica e dei partiti che caratterizza questa fase della vita del Paese con una provocazione: la proposta di un «ritorno all'oligarchia», «alle piccole minoranze costituenti nell'interesse generale». Questo discorso, evidentemente paradossale, non può che evocare in chi studia il mondo antico un dibattito già vivo nel V secolo a.C. Abbiamo già avuto modo di dire qualcosa, su queste pagine, a proposito del dibattito sulla democrazia. Nel mondo antico, l'idea che i nullatenenti, poveri e quindi «cattivi», cioè moralmente e culturalmente inadeguati a reggere le sorti dello Stato, potessero accedere al governo risultava inaccettabile agli strati più elevati della popolazione, composti di nobili di nascita e di ricchi, i quali preferivano un governo riservato a un'élite individuata attraverso criteri per lo più censuari. La costituzione ideale per la città, l'unica in grado di garantire un «buon governo» (eunomía), era l'oligarchia, il «governo dei pochi» in cui solo un numero limitato di persone qualificate accedeva al pieno esercizio dei diritti politici; al termine oligarchia si preferivano termini meno crudi, come «aristocrazia» (governo degli áristoi, i «migliori»). Non sono poche le voci che, nel V secolo a.C., si esprimono in favore dell'adozione del governo dei migliori, contro la democrazia che aveva portato al potere tutti i cittadini, senza discriminazioni di nascita e di censo. Megabizo, nel dibattito sulle costituzioni che Erodoto ambienta in Persia, prende le parti dell'oligarchia: il suo argomento principale è che, essendo il popolo ignorante e arrogante, il potere deve essere affidato agli áristoi, poiché «è naturale che dagli uomini migliori vengano le deliberazioni migliori» (III, 81). Un'altra voce è quella dell'anonimo autore della Costituzione degli Ateniesi: la vita politica ateniese è per lui un contrasto insanabile tra «buoni», in grado di gestire la cosa pubblica, e «cattivi»; la prevalenza di questi ultimi, i membri del popolo, genera un sistema intrinsecamente malvagio e non riformabile, che deve essere sostituito con il governo dei migliori. Il problema è, ovviamente, la selezione dei «migliori». Tucidide osserva con disincanto che, nelle città greche divise dalle lotte di fazione, i capi di partito usano slogan accattivanti, come «uguaglianza politica» o «aristocrazia moderata», ma in realtà perseguono solo il proprio interesse. Quello del governo dei migliori era dunque, per gli stessi contemporanei, nient'altro che uno slogan; nei fatti, nella Grecia del V secolo i «migliori» finivano per coincidere con i più ricchi. «Si dirà che la democrazia non è né intelligente né giusta, e che quelli che hanno denaro sono anche i migliori per governare meglio», dice il democratico siracusano Atenagora (Tucidide VI, 39), mostrando di capire che i migliori sono poi, in realtà, i più ricchi; e i ricchi – aggiunge l'oratore – sono forse coloro che meglio difendono il denaro, ma «le proposte migliori le fanno gli intelligenti» e «le decisioni migliori le prende, dopo essersi informata, la maggioranza». Si chiarisce così il rischio nascosto dietro le richieste di eccellenza etica e di competenza tecnica che pure sembrano così ben fondate: che l'accesso alla politica sia ristretto a un'élite economico-sociale. I democratici antichi ne erano consapevoli e rispondevano sostenendo il criterio di maggioranza, in quanto più equo e più salutare per lo Stato.

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