Mi ha fatto riflettere un articolo pubblicato sul settimanale "Tempi", in cui si parlava delle difficoltà cui va incontro oggi la famiglia, struttura basilare per la società insidiata da più parti, e si sosteneva l’importanza, per la famiglia stessa, di essere inserita in qualcosa di più grande, una "tribù" di parenti e amici capace di sostenerla nei momenti di crisi. In effetti la sostituzione della famiglia nucleare alla famiglia in senso più ampio (non uso il termine "allargata", ormai ambiguo) ha portato con sé maggiore autonomia e un salutare distacco da legami talvolta oppressivi, ma anche, come spiacevole contraltare, solitudine e isolamento, che la minima difficoltà intrafamiliare evidenzia in modo drammatico. Se la famiglia si concepisce come una monade che basta a se stessa, viene a mancare la "rete" di sostegno costituita da altri esponenti del gruppo familiare e dai membri di altre, più ampie comunità sociali. Nel mondo antico questo non sarebbe potuto accadere. La famiglia che si forma con il matrimonio resta inserita nell’ambito di aggregazioni più ampie. In Grecia, ogni gruppo familiare è inserito in una fratria, una comunità costituita da persone che si considerano discendenti da un antenato comune. Il legame con la fratria non dipende dalla volontà del singolo, ma è mantenuto attraverso una serie di obblighi di carattere giuridico: alla fratria il cittadino greco presentava la moglie, offrendo per lei un sacrificio; presentava i figli neonati, come segno di riconoscimento; ripresentava i figli adolescenti, per attestare che avevano superato l’infanzia, cosa non scontata in un’epoca in cui la mortalità infantile era altissima; offriva sacrifici per i defunti. La fratria era così implicata in tutte le fasi più importanti della vita familiare, e assumeva un ruolo fondamentale in caso di problemi di carattere giuridico. Penso al caso dell’ateniese Callia, che ebbe un figlio da una relazione con la suocera; il bambino fu accolto dai parenti della donna e su loro pressione Callia, dopo molte resistenze, accettò infine di riconoscerlo davanti alla fratria. O al caso di Plangone, una donna libera ateniese che aveva avuto due figli da una relazione di concubinato con un certo Mantia; i bambini, non riconosciuti dal padre, vennero cresciuti nella famiglia della madre, partecipando alla vita sociale e religiosa del suo gruppo familiare, finché, divenuti maggiorenni, poterono rivendicare i loro diritti; in ogni caso, gli zii paterni erano pronti ad adottarli per legittimare la loro posizione. L’inserimento in una realtà "familiare" ampia offre in questi casi a persone in condizione di difficoltà (donne non regolarmente sposate, minori illegittimi) un sostegno affettivo, educativo e giuridico. A Roma, il rapporto fra singola familia e gens è messo in bella evidenza dall’onomastica, che designa l’individuo con il nome personale (prenomen), il nome della gens (nomen) e il nome familiare (cognomen) e mostra con ciò di concepirlo non tanto come individuo, quanto come parte di una realtà giuridica più vasta, all’interno della quale egli poteva ottenere solidarietà e appoggio. In latino, la parola liber significa "libero", ma anche "figlio": perché si è liberi nella misura in cui si appartiene a qualcosa di più grande, a cominciare dalla famiglia. È la stessa prospettiva di San Paolo: «non avete ricevuto uno spirito da schiavi… ma uno spirito da figli adottivi… E se siamo figli, siamo anche eredi».