Colonne d'Ercole
A cura di Cinzia Bearzot
12/07/2012
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Culla degli esposti: l'eccezione degli Etruschi
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Per la prima volta dalla sua istituzione, nel 2007, è stata utilizzata alla Clinica Mangiagalli di Milano la culla termica che ripropone l'antica «ruota degli esposti», istituita, non senza qualche polemica, per consentire alle madri in difficoltà di dare una opportunità ai figli che non possono allevare.
Benché l'esposizione dei bambini risalga al mondo antico, l'atteggiamento degli antichi a questo proposito era piuttosto lontano dalla nostra sensibilità. Sia in Grecia che a Roma, il bambino era considerato inferiore all'adulto e, come la donna, non era soggetto di diritto. La sua accettazione in famiglia dipendeva interamente dalla volontà del padre, che poteva rifiutare il neonato per diversi motivi: il sospetto che fosse adulterino, dubbi sulla sua salute, o anche la semplice volontà di non crescerlo (perché ce ne erano già troppi, o perché era femmina). Ben noto è il caso di Sparta, che eliminava sistematicamente i neonati trovati non perfettamente sani al controllo eseguito dagli anziani della tribù di appartenenza della famiglia. Ma a parte questi eccessi di tipo eugenetico, era ritenuto normale rifiutare i figli, sui quali il padre aveva diritto di vita e di morte. Del resto, la mortalità infantile era così alta che i bambini non erano veramente considerati parte della famiglia fino all'adolescenza: a Roma, addirittura, non veniva loro imposto il nome fino al superamento dell'infanzia (le iscrizioni funerarie ricordano i bambini morti prematuramente col generico nome di pupus).
Ma cosa comportava, nella pratica, il rifiuto di un figlio? I figli deformi erano spesso uccisi, ma perché visti come un presagio ostile, quello che i Romani chiamavano portentum. In caso di sospetto di illegittimità, o comunque di rifiuto di allevare il neonato, si ricorreva in genere all'esposizione, la cui frequenza può essere dedotta dal ricorrere della questione nella letteratura antica e persino nella documentazione papiracea. I bambini venivano abbandonati nei santuari (come più tardi si farà nelle chiese e nei conventi) oppure in luoghi di passaggio, accompagnati da segni di riconoscimento: questo significa che non si dava per scontato che dovessero morire, ma si prefigurava (e forse si auspicava) che il bambino avesse comunque una possibilità di essere raccolto e allevato. Ciò accadeva, ma spesso i bambini esposti, una volta raccolti, diventavano schiavi e, se femmine, venivano avviate alla prostituzione. Solo nel IV secolo d.C., in una società ormai molto influenzata dal cristianesimo, l'esposizione degli infanti divenne un reato; essa è del resto deplorata già in precedenti opere di autori appartenenti alla tradizione giudaico-cristiana, a cominciare da Filone Giudeo, il quale, nel De specialibus legibus (III, 110), considera l'esposizione un asebema, un atto di empietà.
Esisteva tuttavia, nel contesto antico, una lodevole eccezione: quella degli Etruschi. I Greci avevano una visione distorta della società etrusca: ritenevano che gli Etruschi tenessero le donne in comune e fossero per questo troppo tolleranti con loro; trovavano disdicevole che esse curassero il corpo, facessero esercizi sportivi, stessero a tavola con gli uomini e bevessero liberamente vino; accusavano inoltre gli Etruschi di allevare i neonati senza curarsi di chi ne fosse il padre. Dietro a questi pregiudizi si possono ravvisare alcuni aspetti storici dell'atteggiamento degli Etruschi verso la famiglia: diversamente da Greci e Romani, essi non temevano l'introduzione di figli spuri in famiglia e rifiutavano l'esposizione dei bambini.