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Colonne d'Ercole A cura di Cinzia Bearzot
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Atene e l'occhio del popolo sui magistrati
 
 
Sul Corriere della Sera di sabato scorso, Eva Cantarella ha ricordato la procedura di selezione dei magistrati fatta dagli Ateniesi attraverso la cosiddetta dokimasia, l'esame preventivo che chi ambiva a una magistratura doveva affrontare e che prevedeva sia l'accertamento dei requisiti tecnici (per esempio, avere l'età legale), sia la verifica delle qualità morali dell'aspirante: l'oratore Lisia ricorda che la dokimasia implicava il rendiconto della propria intera vita, e noi sappiamo che si poteva essere respinti perché ritenuti di sentimenti antidemocratici, come accadde a Teramene. Agli aspiranti alla magistratura suprema, l'arcontato, si chiedeva se erano di discendenza ateniese, se partecipavano regolarmente ai culti, se pagavano le tasse, se avevano svolto il servizio militare e persino se si comportavano bene nei confronti dei genitori. Può valer la pena di osservare che questa non era l'unica forma di controllo dei magistrati nella democrazia ateniese. Essi erano controllati in modo quasi ossessivo sia durante il loro mandato, sia alla fine di esso. Per ben dieci volte, nel corso dell'anno, si chiedeva all'assemblea se i magistrati esercitavano bene la loro carica; in caso di risposta positiva essi venivano riconfermati, mentre in caso contrario venivano deposti dalla loro carica e si avviava nei loro confronti una procedura giudiziaria. La deposizione seguiva di solito ad accuse molto gravi, come il tradimento o la corruzione, e il magistrato rischiava pene severe, compresa la morte. Persino Pericle fu deposto dalla strategia nel secondo anno della guerra del Peloponneso, quando l'andamento inatteso del conflitto gli alienò le simpatie del popolo, e condannato a pagare una multa. I magistrati venivano poi controllati ulteriormente alla fine dell'anno di carica, quando dovevano sottoporsi al processo di rendiconto. Nel IV secolo la procedura, che ci è descritta da Aristotele, richiedeva prima un esame di tipo finanziario, per verificare che essi avessero ben utilizzato il denaro pubblico loro affidato, poi un esame della gestione complessiva della magistratura. Dieci funzionari sedevano nell'agorà per ricevere le eventuali denunce dei cittadini, ne vagliavano l'ammissibilità e le rimettevano al tribunale competente. C'era forse, in tutto ciò, qualche eccesso. Un democratico convinto come Demostene deplorava che il popolo fosse troppo diffidente verso i magistrati in carica, tanto che uno stratego rischiava di morire, a suo dire, più per le accuse ricevute dal popolo che in guerra. È questa certamente una stortura del sistema, la cui drammaticità è evidente a chi legga l'ampio racconto che Senofonte (Elleniche, I, 7) ha dedicato al processo, svoltosi in assemblea, contro gli strateghi vincitori, nell'autunno del 406, della battaglia delle isole Arginuse, accusati di non aver raccolto naufraghi e caduti dopo la vittoria. Il processo, caratterizzato da diverse forme di illegalità e da un clima di intimidazione che finì per manipolare l'assemblea e indirizzarne le decisioni nel senso voluto dai demagoghi che lo orchestrarono per motivi politici, non è una bella pagina della democrazia ateniese. Tra i magistrati che presiedevano l'assemblea in questa occasione, solo Socrate seppe cogliere il confine tra difesa della legalità e giustizialismo e resistere alle intimidazioni: di fronte alle minacce di chi rivendicava il diritto del popolo di «far ciò che voleva», egli oppose un fermo rispetto delle procedure legali.

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