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Colonne d'Ercole A cura di Cinzia Bearzot
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Amnistia dei Trenta: e il perdono conviene
 
 
Quello del perdono, quando si esce dalla sfera delle relazioni private e si entra nella vita civile e politica, è un tema delicato, che non ammette soluzioni semplicistiche; si tratta di una problematica vivacemente discussa già nell'antichità. Un caso esemplare è quello dell'amnistia ateniese del 403 a.C. Alla fine della guerra civile contro i Trenta Tiranni, il democratico Trasibulo promosse la riconciliazione nazionale chiedendo al popolo di «dimenticare il male subito» (questo il senso della formula me mnesikakein) e di rinunciare, di conseguenza, alla vendetta. L'amnistia copriva tutti i reati politici commessi sotto il governo dei Trenta ed escludeva solo i Trenta stessi e i loro più diretti collaboratori; anzi anch'essi, se si fossero sottoposti a rendiconto, avrebbero potuto rientrarvi. Si trattava di una proposta non facile da accettare: gli Ateniesi erano stati duramente provati dalla tirannide dei Trenta, che li aveva colpiti nei diritti personali, nei beni e negli affetti, e la richiesta di perdonare i nemici, in nome di un superiore ideale di concordia civica, era impegnativa. D'altro canto essa era necessaria, perché permettere l'esercizio della vendetta avrebbe scatenato una spirale di violenze e di contese giudiziarie difficilmente arginabile. Trasibulo si era sempre impegnato a difendere il tradizionale modello politico democratico ateniese, messo in crisi dai colpi di Stato del 411 e del 404. Ma alla base dell'amnistia da lui proposta, che impone il superamento della tradizionale etica della vendetta in nome di un approccio nuovo al problema della ricomposizione dei contrasti civili, non vi sono solo ideali politici. La sua originalità sembra da collegare con le conseguenze etiche della spiritualità tipica della religione eleusina, i cui caratteri innovativi rispetto alla religione olimpica (che vedeva la giustizia divina soprattutto in senso punitivo e, di conseguenza, propugnava il dovere sacrale prima ancora che politico della vendetta) privilegiavano il perdono e il recupero della concordia e della solidarietà umana rispetto ad ogni fattore di divisione, in nome dell'uguaglianza della natura umana e della comune necessità di redenzione e di salvezza. Non tutti i settori dell'opinione pubblica ateniese reagirono con favore, perché la tirannide dei Trenta aveva visto un drammatico susseguirsi di confische, espulsioni, condanne a morte, eliminazioni sommarie. Non mancarono alcuni tentativi di violazione, che furono duramente stroncati; inoltre, dalle orazioni di Lisia emergono le tracce di una contestazione strisciante dell'amnistia, che intendeva suggerire, e promuovere in sede giudiziaria, un'applicazione meno rigorosa delle convenzioni. Al tema dell'oblio e del perdono, Lisia contrappone quello della memoria e della vendetta, da considerarsi non solo legittime, ma doverose; non solo per infliggere la necessaria punizione ai colpevoli, ma anche per prevenire nuove, eventuali minacce antidemocratiche. Non si può negare che chi contestava l'eccessiva generosità dell'amnistia avesse le sue buone ragioni. Ma il perdono diede i suoi frutti, più di quanto avrebbe fatto una rigorosa «giustizia». L'amnistia fu, infatti, un successo: fonti di orientamento non democratico, come Senofonte e Aristotele, riconoscono che il popolo restò fedele al giuramento fatto e che la concordia civica venne rapidamente ristabilita. Un successo che si deve, forse, anche ai suoi contenuti religiosi, che consentirono di guardare al di là delle logiche della giustizia umana.

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