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Unioni civili
Ddl Cirinnà, Pd sempre più diviso
Marco Iasevoli
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La verità è che nel merito si entra da lunedì, quando sul dossier unioni civili ci metterà la testa direttamente il premier-segretario Matteo Renzi. Un intervento necessario, perché le divisioni nel Pd aumentano anziché diminuire.

I cattolici del partito, tra i quali anche alcuni renziani di stretto rito, sono decisi a far votare a scrutinio segreto un emendamento per sostituire la stepchild adoption con l’affido rafforzato. I capigruppo Zanda e Rosato e gli uomini più vicini al premier fanno invece intendere che questo è un vicolo cieco perché da un lato non smuoverà Ncd dal «no» su tutta la linea - qualche apertura arriva solo da Fabrizio Cicchitto - e dall’altro farà perdere il sostegno di M5S.

Renzi e Boschi sono pronti a ricucire nei prossimi 15 giorni con il triplo scopo di portare il Pd più unito possibile al voto, non perdere i numeri a Palazzo Madama e non aprire uno scontro traumatico con Alfano.

L’ipotesi sulla quale si ragiona è quella di riscrivere la norma sulla stepchild restringendone il significato e la portata. Tuttavia sono i toni interni al Pd il vero problema. La polemica inizia ad andare oltre i livelli fisiologici. Franco Monaco si rivolge direttamente a Renzi: «Vorrei capire chi ha deciso la linea del Pd – dice il deputato cattodem commentando le recenti dichiarazioni di Cirinnà, Scalfarotto, Campana e Serracchiani che considerano semiblindato l’attuale testo -. Fermo restando la libertà di coscienza, serve una direzione. Lo segnalo al premier che, al tempo del governo Prodi 2, partecipava al "Family day"».

Un affondo e un richiamo - quello alla posizione che assunse nel 2007 l’attuale segretario Pd - che dice dell’aria che si respira nel partito. La risposta a Monaco arriva da Scalfarotto: «La linea l’ha decisa il congresso». Ovvero: vale la promessa che Renzi ha fatto durante le primarie del 2013, più morbida rispetto al matrimonio gay che invece sostenevano Cuperlo e Civati.
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