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Mozioni di sfiducia respinte
Il governo supera lo scoglio delle banche
Eugenio Fatigante
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I ministri Giannini, a sinistra, e Boschi durante il voto (Lapresse)

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Matteo Renzi si presenta in Senato, come promesso, per un intervento tutto all’attacco. Ci sono da affrontare le due mozioni di sfiducia al governo presentate dalle opposizioni, una di Forza Italia più Lega e l’altra di M5S, nate per la vicenda banche che ha portato al semi-fallimento di 4 istituti (Etruria, Marche, Carife e CariChieti). Alza il tono della voce il premier, forte anche del sofferto accordo appena incassato in Europa sui prestiti bancari finiti in sofferenza, e respinge ogni accusa «infima e meschina»: «Per noi non ci sono amici o amici degli amici», dice nell’aula di Palazzo Madama, e «non c’è stato un solo avvenimento che possa far parlare di conflitto di interessi» del ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, il cui padre Pier Luigi è stato vicepresidente di Etruria dal maggio 2014 fino al commissariamento, avvenuto «senza riguardi per nomi e cognomi».
Il voto è scontato e gli esiti lo dimostrano: sono 178 i no (poi 174 sulla mozione M5S), 17 sopra la maggioranza assoluta grazie anche al rinnovato sostegno dei senatori di Verdini (di fatto ormai ufficialmente in maggioranza) e di Tosi. «E poi da che pulpito arriva l’accusa», si difende il premier attaccando i forzisti «sempre meno e divisi». Un attacco condito da una critica precisa: «Ci sono gli stessi refusi in due editoriali del Fatto quotidiano e nella mozione di Lega e Fi – ironizza –, si sta giocando una strumentalizzazione politica comprensibile, ci siamo totalmente abituati». Infatti Renzi mette in conto altre settimane "di fuoco". Le voci, che circolano da giorni, vengono esternate da un senatore di Sel, Cervellini: «Pier Luigi Boschi il 6 febbraio dovrebbe essere indagato». È altro «fango, tenetevelo», afferma il presidente del Consiglio, determinato ad «andare avanti per lasciare l’Italia meglio di come l’abbiamo trovata».

Le banche restano al centro della polemica politica. Renzi difende, a partire dal decreto salva-banche, le misure prese dal governo, l’unico che con la riforma delle banche popolari è corso ai ripari con misure che «andavano prese 25 anni fa», per evitare commistioni tra il sistema del credito e la politica. Fa spallucce e liquida come polemica mediatico-politica i riflettori accesi su Banca Etruria. Ma è la ripresa economica il binario su cui Renzi insiste: ieri l’Istat ha certificato un nuovo primato di fiducia dei consumatori. «Dobbiamo lavorare, perseverare senza tregua. Ma aver restituito il futuro agli italiani è la riforma più bella che abbiamo fatto», esulta il segretario del Pd.

Numeri che in ogni caso interessano al premier più di quelli apparsi sul tabellone luminoso di Palazzo Madama. Renzi lascia l’aula tra le proteste dei grillini e le accuse incrociate tra ex alleati con Maurizio Gasparri che, rivolto a Denis Verdini, gli assicura: «Ora puoi andare anche a pranzo con Carboni: se ci andavi con il centrodestra ti incriminavano per la P3, se vai con la famiglia Boschi sei un "cacciatore di teste"». In ogni caso, i verdiniani stavolta sono ininfluenti (16 i no di Ala), mentre il dato più vistoso alla fine è l’assenza di numerosi senatori di Fi, inclusi volti noti come Niccolò Ghedini e Nitto Palma.

Respinte le mozioni, si torna a fare il punto sui conti pubblici. «Sono sotto controllo sia nel breve, che nel medio e nel lungo periodo», assicura Pier Carlo Padoan. «Non è vero che il debito continuerà a crescere fino al 2026, al contrario è previsto che diminuisca a un tasso del 2% l’anno dal picco», dice il ministro dell’Economia in risposta a un’interrogazione di Fi sul rapporto della Commissione Ue sul debito. Il ministro segnala poi come la previsione di un avanzo primario del 2,5% l’anno «non sia una sfida». Per ottenerlo resta «fondamentale» però il controllo della spesa. Sullo sfondo resta sempre il "rimpastino" di governo. Le nomine potrebbero arrivare già oggi. Per il ministro (degli Affari regionali) «bisogna prima sentire il capo dello Stato, dice Renzi lasciando il Senato: si fa sempre il nome di Enrico Costa (Ncd). In più ci saranno «7 o 8 sottosegretari». In serata il premier lancia un messaggio a Merkel e Hollande in un’intervista al giornale Faz: «Sarei grato se potessero risolvere tutti i problemi, ma purtroppo non funziona così».

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