venerdì 25 luglio 2014
La proposta di abbassare la retribuzione massima da 358mila a 240mila euro. Ma parte la contestazione di 300 funzionari. L’ira della Boldrini: guardino il Paese reale.
La Camera che non vuole il tetto di Massimo Calvi
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«Complimenti! Bravi! Che bel lavoro...». Montecitorio, ore 9.45. Nel corridoio davanti allo studio della presidente Laura Boldrini, oltre trecento fra funzionari, commessi e consiglieri rompono la quiete che di solito regna fra marmi e busti di bronzo per contestare i membri degli uffici di Presidenza di Camera e Senato, "rei" di aver appena approvato in una riunione congiunta gli «indirizzi» per l’avvio della contrattazione degli stipendi dei circa 2.300 dipendenti dei due rami del Parlamento. L’intento è di estendere entro il 2014 agli stipendi del personale delle due amministrazioni (Camera e Senato hanno rango costituzionale) il tetto massimo di 240mila euro lordi annui (più oneri previdenziali dell’8,8%) fissato dal governo Renzi con il decreto legge 66/2014 per i dirigenti pubblici. Ma la sforbiciata non è gradita ai dipendenti, che nei giorni scorsi non avevano mancato di farlo notare, mentre le «bozze riservate» di lavoro venivano più volte ritoccate e diffuse sui giornali. Ora che si è giunti a un documento ufficiale, la contestazione è salita di tono. E così, quando Luigi Di Maio e Roberto Giachetti escono dallo studio della Boldrini, vengono accolti da un applauso polemico. Ma i commenti più fragorosi scattano al passaggio di Marina Sereni, che presiede il Comitato affari personale (Cap): «Ci vorrebbe una telecamera per far vedere agli italiani ciò che sta accadendo – ha ribattuto la vice presidente della Camera –. E comunque certe cose vanno fatte se sono giuste. E non certo per ricevere applausi. Non erano stati mica i dipendenti ad assegnarsi, negli anni, quegli stipendi, era stata la politica. E ora, in tempo di crisi, è la stessa politica ad assumersi questa responsabilità».In prospettiva, il taglio maggiore potrebbe riguardare almeno 130 fra dirigenti e consiglieri parlamentari (che attualmente entrano con 64mila euro annui e al 40esimo anno di anzianità possono raggiungere i 358mila), con applicazione graduale fra il 2014 e il 2018. Quanto agli altri dipendenti, il documento non menziona fasce di reddito, ma sono presumibili riduzioni a cascata per le altre categorie: operatori tecnici (in cui sono compresi imbianchini ed elettricisti, ma anche i 7 barbieri tuttora impiegati a Montecitorio) che ora hanno stipendi da 30mila euro iniziali a 136mila a fine carriera; assistenti parlamentari (retribuzione quasi identica); collaboratori tecnici (fino a 152mila euro con 40 anni di attività); segretari parlamentari (fino a 156mila); documentaristi, tecnici e ragionieri (fino a 237mila). L’operazione potrebbe far risparmiare, entro il 2018, circa 20 milioni di euro al bilancio della Camera (su una spesa annuale di 274 milioni) e una decina al Senato. «Anche attraverso tale misura», spiegano i vertici delle Camere, si intende «contribuire allo sforzo di risanamento delle finanze pubbliche». Parole ferme arrivano dalla presidente Boldrini, che parla di «un passo positivo» con «un atto che vuole rafforzare l’istituzione parlamentare, mettendola in sintonia con la realtà difficile» dell’Italia. «Spiace e rattrista – prosegue – che non lo abbiano capito quei dipendenti della Camera» che hanno protestato, proprio mentre fuori dal palazzo, altri «lavoratori lamentano il mancato finanziamento della cassa integrazione in deroga. È il Paese reale, che non ha più reti di protezione sociale. E anche chi lavora dentro Montecitorio è chiamato a rendersene conto».Ora inizia la contrattazione: si profilano il muro contro muro e strascichi di contenziosi milionari. Lo fa presagire la tensione del primo incontro a Palazzo Madama fra i due organismi delle Camere e le 25 sigle sindacali dei dipendenti. «Non difendiamo privilegi, ma soltanto il rispetto dei diritti» avverte l’Osa, che rappresenta molti dipendenti e lamenta un «illegittimo esercizio di potere impositivo, in totale spregio dell’articolo 23 della Costituzione».
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