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Lorenzin: «Un piano per la natalità»
Arturo Celletti
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«I risparmi sulla sanità verranno reinvestiti nella sanità. Tutti, non una parte. Tutti quei 10 miliardi che recuperemo nei prossimi tre-quattro anni». Beatrice Lorenzin per qualche istante resta in silenzio. «Potevamo utilizzarli per tagliare le tasse, ma abbiamo deciso che c’è un interesse superiore: la salute». I primi minuti sono un monologo del ministro sulle sfide che prendono forma dietro il Patto per la Salute. Lorenzin le racconta con numeri e con immagini.

«A giorni vedrò Padoan (il ministro dell’Economia, ndr) per la stretta finale e a maggio si chiude. Ma serve determinazione e buona fede. Quella del Mef e quella delle Regioni». L’ufficio del ministro è grande e arredato con sobrietà: c’è un divanetto di pelle chiara e una scrivania piena di documenti e con le ultime agenzie di stampa. Parliamo di tagli alla spesa, di Terra dei fuochi, di lotta all’azzardo, di corruzione nella sanità. E anche di stile di vita. «Alimentazione corretta e un po’ di sport ogni giorno ti allungano la vita. Ma io dovrei stare zitta: mangio in modo assolutamente sballato, non so più cosa sia una palestra, insomma sono un pessimo esempio. Ma ora devo ricominciare a prendermi cura di me oltre che degli altri». Ride Beatrice Lorenzin. Solo per qualche secondo. «Sul diabete con un corretto stile di vita si possono risparmiare fino a tre miliardi di euro ogni anno. E invece stili di vita sbagliati creano danni drammatici. Se uno beve, mangia grasso, fuma, rischia di ammalarsi seriamente e presto. E allora dico: la nuova frontiera è l’educazione».

Ministro che vuol dire recuperare 10 miliardi dalla sanità e reinvestirli nella sanità?
Vuol dire fare una rivoluzione. Basta sperperi, basta cattive gestioni. Le faccio un esempio: la razionalizzazione delle degenze ci porterà 900 milioni in tre anni per fare i nuovi Lea e inserire le malattie rare, oggi ignorate. Abbiamo giganteschi margini per recuperare fondi e reinvestirli in tecnologia, ricerca, risorse umane. Sono questi i pilastri. Abbiamo il dovere di rendere le strutture sempre più all’avanguardia, di rimettere a posto gli ospedali, di potenziare la medicina del territorio. E poi pensiamo a un’altra emergenza che va superata: abbiamo il blocco del turn over, i medici giovani non entrano più. Non bastano e non servono parole: serve un’immediata risposta e Economia e Regioni devono fare la loro parte, altrimenti la Sanità rischia di diventare un dramma sociale.

Si spieghi...
La forza del nostro sistema sanitario è che diamo sanità a tutti su tutto il territorio; diamo i farmaci più costosi e innovativi. E senza distinzione d’età. Un malato di ottant’anni ha lo stesso diritto a essere curato di uno di venticinque. Ora però siamo a un bivio e senza una vera rivoluzione ci sarà chi comincerà a interrogarsi se è giusto spendere migliaia di euro per "regalare" tre anni a un vecchio senza lunghe prospettive di vita. Io questa scelta non l’accetto, questa è eutanasia. Non ci sto a interrogarmi se trapiantare solo un giovane. È terribile pensare che una parte della società rischia di essere abbandonata perchè mancano risorse e c’è l’obbligo di scegliere.

Anche Napolitano parla di fine vita e propone un dibattito in Parlamento.
Serve un dibattito vero in Parlamento e nel Paese. Un dibattito sensibile alla sofferenza dei malati, su come aiutarli e su come sostenere la vita in tutti i suoi aspetti e in tutti i suoi momenti. Cerchiamo però di parlarne pensando alle persone, con umanità e compassione, senza cadere in uno scontro tra ideologie che non serve.

Pensare alla vita vuol dire pensare anche ai bambini...
Già, i bambini. Devono tornare a nascere e serve educare alla maternità. Ho in testa una nuova sfida, un grande piano nazionale di fertilità. Il crollo demografico è un crollo non solo economico, ma anche sociale. È una decadenza che va frenata con politiche di comunicazione, di educazione e di scelte sanitarie. Bisogna dire con chiarezza che avere un figlio a trentacinque anni può essere un problema, bisogna prendere decisioni per aiutare la fertilità in questo Paese e io ci sto lavorando. Sia chiaro: nessun retropensiero e nessuno schema ideologico, ma dobbiamo affrontare il tema di un Paese dove non nascono i bambini.

Aiutare a nascere vuol dire anche pensare alla famiglia...
L’abbiamo chiaro qui al ministero della Salute. E le voglio rispondere con i fatti: siamo decisi a rimettere mano ai ticket sanitari tenendo conto dei carichi familiari. Serve una svolta di equità. Le famiglie hanno pagato in questi anni di crisi il prezzo più duro. E con loro le fasce deboli. Disoccupati e cassintegrati ora non devono pagare.

Anche questa sfida sarà operativa con il patto sulla Salute?
Esatto e per questo serve essere chiari. Il patto deve essere quantificato dal punto di vista del valore monetario, qualificato dal punto di vista del progetto e misurabile: bisogna accettare dei sistema di valutazione che ci permettano di fare un bilancio non tra tre anni, ma passo dopo passo. Io voglio una verifica in tempo reale e se non lo fanno, sarà il ministero a muoversi a livello centrale.

Nel patto ci sarà anche una dichiarazione di guerra al gioco d’azzardo?
Il gioco d’azzardo è un dramma vero, un problema sociale che si è trasformato in emergenza sanitaria. E allora nei nuovi Lea ci sarà la ludopatia: sfideremo il gioco non a chiacchiere ma in modo concreto con l’aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza. E questo vorrà dire che ci saranno risorse per curare una dipendenza come alcol e droga. I malati di gioco vanno seguiti. Ci sono famiglie sul lastrico, serve assistenza psicologica.

Ministro la terra dei fuochi è un’emergenza o no?
È un’emergenza drammatica e qui nessuno minimizza. Questo è un governo che si è mosso con decisione, io non mi sono accontentata dei report dell’Istituto superiore di sanità che ho letto e che non hanno dato risposte sufficienti alla popolazione. Quei dati non bastano a me e non bastano alla gente che ha paura.

La gente ha paura?
Le racconto un episodio: ero in treno e per caso c’era nel mio vagone un gruppo di medici di Acerra. Mi hanno spiegato come la popolazione vive il dramma. Uno mi ha raccontato un episodio: "Un bambino aveva mal di testa da due giorni e la mamma e il papà erano talmente spaventati che hanno preteso che gli si facesse una tac. Temevano che avesse il cancro...". Vede, noi non possiamo ignorare i segnali che ci vengono dal territorio e lo screening di massa servirà a questo: a evitare che si viva nel terrore. Abbiamo messo solo su Terra dei fuochi e sulla questione Ilva a Taranto 50 milioni di euro. L’Istituto superiore di sanità sta lavorando e a giorni si capiranno nei dettagli gli esami che andranno fatti. È un lavoro imponente, ma in pochi mesi avremo la verità e se l’emergenza sarà confermata interverremo con un’operazione di massa e con i migliori medici.

Saviano accusa il governo di minimizzare...
Questo è il primo governo che ha fatto un provvedimento eccezionale e senza precedenti, i processi alle intenzioni sono inaccettabili. Screening di massa così non si sono mai fatti prima, senza tenere conto del fatto che i fondi per la prevenzione sono gestiti normalmente dalle Regioni. E ora tutte le altre mi chiedono di fare lo stesso anche da loro. La Terra dei fuochi è un’emergenza e non mi fermo, non sottovaluto. C’è la salute della gente e ci sono i prodotti agricoli: chi coltiva sui siti a rischio o fa a sue spese le analisi con l’Istituto superiore della sanità o non mette i prodotti sul mercato. Insomma stiamo lavorando con serietà e rigore e non serve disfattismo ma un controllo attento e costruttivo dell’operato delle istituzioni. La popolazione è la sentinella migliore, ci aiuti a controllare, ci dica "guardi ministro la regione non ha fatto ancora questo o quello", ci guidi nell’azione di controllo. Il mio telefono è sempre acceso. Ma processi preventivi no, questi davvero sono inutili. È un disfattismo nazionale che non fa mai vedere nulla di positivo.

Ministro la Sanità è ancora malata e la politica ha colpe vere...
È così: dove c’è un problema di Sanità in Italia c’è un problema di manager e di governance. Non sono mai i medici i colpevoli, è la politica che per anni ha riempito la sanità italiana di cattivi manager dandogli obiettivo falsi ed ecco il risultato: mezza Italia è commissariata. Le Regioni gestiscono la sanità ma devono farlo puntando al merito. Poi chi sbaglia paga e noi anche su questo abbiamo idee. Il manager che non funziona o va a casa o viene affiancato da una task force decisa dal ministero che in pochi mesi potrà rimettere a posto le cose. Sarà così perchè l’Italia deve voltare pagina e perchè la salute è una priorità che ci impone un cambio di passo: privilegi e posizioni di potere verranno scardinati e i diritti dei cittadini torneranno al centro dell’azione politica.
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