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Intervista
Per le banche riflettori. E per famiglie e poveri?
Marco Iasevoli
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«I risparmiatori di banca Etruria meritano attenzione, solidarietà e soprattutto risposte in tempi rapidi. Ma un Paese serio deve avere il senso delle proporzioni...». Si ferma su quest’ultima parola Gigi De Palo. La ripete quasi sillabandola: pro-por-zio-ni. «Ci sono centinaia di migliaia di famiglie che conoscono solo la parola povertà, non quella risparmio. Che non hanno un euro sul conto. Che non possono nemmeno chiedere un prestito. Beh, perché politica e media continuano a fare finta di nulla? Perché non si rendono conto che le famiglie numerose povere devono essere la vera priorità di ogni governo?». Il neo presidente del Forum delle famiglie sfoglia un quotidiano continuando a scuotere, quasi incredulo, la testa. «Mozioni di sfiducia, commissioni di inchiesta... I nostri politici sono bravissimi a scatenare dibattiti surreali e incapaci a fissare regole per aiutare le giovani coppie ad ottenere un mutuo». Ancora una pausa e ancora una considerazione amara: «Questa Italia è davvero surreale».


Surreale?
Sì, surreale. Perché siamo un Paese a nascita zero dove chi fa un figlio diventa povero. Dove le donne devono nascondere il pancione al datore di lavoro per non rischiare di perdere il posto. E dove i giovani devono emigrare per riuscire a farsi una famiglia. Queste cose meritano una riflessione vera, approfondita, larga. E invece si fanno pagine e pagine di giornali sulla triste vicenda di Banca Etruria.


Che messaggio si agita dietro le storie di tanti risparmiatori finiti male?
È necessario che nelle scuole, nelle università, nei consultori, nei luoghi di lavoro ci siano percorsi di educazione all’uso dei soldi, ai meccanismi e alle regole della finanza. Anche il nostro Forum, magari in sinergia con le sigle dei consumatori, deve dare strumenti e supporti. Altri paesi europei sono molto più avanti in questo senso. Bisogna dare alle famiglie e alle persone le giuste conoscenze per scegliere bene.


Le banche sono nemiche delle famiglie?
Le banche devono essere per le persone e dunque per le famiglie, ma spesso non è così. Non c’è una visione, non si capisce fino in fondo che proprio il risparmio delle famiglie ha permesso all’Italia di restare in piedi in questi anni di crisi. Si pensa molto all’interesse della banca e poco ai bisogni della persona. È un rapporto sbilanciato, asimmetrico, con un soggetto forte e uno debolissimo. Mi permetta un’altra considerazione: se è vero che alcune obbligazioni sono state "vendute" insieme a tassi di mutuo più bassi, beh magari questo non è punibile penalmente ma è un vero e proprio ricatto.


Il governo vuole riformare il sistema tramite accorpamenti e un nuovo modello di vigilanza…
Quanto alla vigilanza, credo che la vera novità potrebbe essere proprio la valorizzazione delle famiglie come portatori di interessi. Spero ci sia un segnale in questo senso. Spero anche che nell’arbitrato proposto dal governo non siano coinvolti solo professoroni e supertecnici, ma anche rappresentanti delle famiglie. Insomma nei nostri meccanismi di controllo serve la voce di chi porta i soldi in banca. Non condivido invece gli attacchi alle popolari: al netto di errori che ci sono stati, la vicinanza tra banca e territorio è una garanzia per le famiglie e i risparmiatori, non un danno.


Lei diceva all’inizio: grande attenzione ai risparmiatori, poca ai poveri e alle famiglie in difficoltà…
Se parliamo di attenzione politica, senz’altro. In Parlamento si continua a eludere un serio dibattito sul contrasto alla povertà, che spesso coincide con un dibattito sul grave stato economico delle famiglie con figli. Le risorse messe su questi capitoli sono ancora poche. È in corso un processo di riduzione e riforma fiscale, ma i carichi familiari sono ancora poco considerati. Se davvero Renzi vuole guardare all’Italia dei prossimi 20 anni, come ha detto alla Leopolda, allora deve capire che la strada è dare dignità a chi oggi non ne ha, strumenti che possano servire ad attivare nuovamente la mobilità sociale, che oggi è bloccata.


Proposte concrete?
Introdurre finalmente il quoziente familiare. È il momento giusto. Si può fare a scaglioni, andando a regime in 3-4 anni. Ma intanto iniziamo, ce lo chiede la realtà del Paese.
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