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Politica
L'intervista
Boschi: «Le riforme non sono bandiera elettorale»
Arturo Celetti e Luca Mazza
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«Ora c’è un testo di partenza su cui lavorare... Certo, nell’iter parlamentare ci saranno modifiche, ma un punto è stato fissato...». Maria Elena Boschi esita un istante poi riparte con un interrogativo: «Vuole la verità? Sono soddisfatta, anzi sono molto soddisfatta: non era un risultato scontato e, invece, questo governo in carica da settanta giorni ha centrato un primo obiettivo importante». Sfidiamo Maria Elena Boschi: raccontano però che lei abbia dovuto minacciare le dimissioni per arrivare a questo primo sì. Il ministro delle Riforme risponde senza riflettere: «Non solo non l’ho mai detto, non l’ho nemmeno mai pensato. Per me la parola dimissioni non esiste oggi e non esisterà domani. Sto facendo un lavoro con grande impegno, con convinzione, con entusiasmo e soprattutto con determinazione. Il nostro governo non si scoraggia alla prima difficoltà e non lascia a metà percorso». Ancora una pausa leggera, poi una nuova sottolineatura: «Forse qualcuno si è anche augurato che mi dimettessi, ma ha fatto male i conti. Nel governo prevale la responsabilità e chi studia nuove imboscate e nuove frenate sappia fin d’ora che noi andiamo avanti».

Ministro, senza Forza Italia si sarebbe raccontata un’altra storia. Berlusconi è, e sarà, decisivo per le riforme. 
È positivo che anche Forza Italia abbia mantenuto fede agli impegni e votato a favore del testo base. Ed è importante che sostenga la proposta del governo per cercare di realizzare una riforma storica che il Paese aspetta da troppo tempo.

Esiste l’ipotesi che dopo il voto la maggioranza si allarghi a Forza Italia?

È importante che un partito votato da milioni di cittadini partecipi attivamente al processo di riforme. Ma un conto sono legge elettorale e Nuovo senato, un altro è il governo e la sua stabilità. Oggi possiamo contare su una maggioranza forte capace di condividere un preciso percorso politico. Con Forza Italia non c’é lo stesso tipo di condivisione. Berlusconi gioca la sua partita e Fi fa l’opposizione. A volte alzando anche eccessivamente i toni. Ma se in Italia ci saranno finalmente opposizioni e maggioranze civili che dialogano e non insultano non potremo che essere contenti.

Renzi ieri ha detto "riforme-palude 1 a 0". Ma chi è la palude?

È quella parte di vecchia classe politica e di apparato burocratico che si batte per conservare piccoli privilegi. Che non ha necessariamente un colore preciso, ma che trama per rendere immodificabile lo status quo. È una palude dove sguazzano partiti come M5S, che si propongono come rivoluzionari, ma in realtà nei fatti e nella loro attività in Parlamento si dimostrano più conservatori di tutti gli altri. È la burocrazia la palude. È Grillo la palude, sono i suoi Cinque Stelle che quando c’è un progetto di riforma vero si oppongono, scappano, non partecipano e addirittura cercano di bloccarlo.

Perché?

Perché i grillini non hanno un’idea diversa di Paese, non vogliono un’Italia nuova, migliore, capace finalmente di funzionare. Vogliono solo creare caos. Sono entrati in Parlamento con lo slogan dell’apriscatole, ma da allora non ho visto una sola proposta vera, concreta.

Ministro, mandi un tweet a Grillo.

Lui è la rabbia, noi la speranza; lui insulta, noi dialoghiamo; lui sfascia e noi costruiamo. Se poi vuole allargare rispetto ai 140 caratteri diciamola così: tante persone gli hanno dato fiducia perché pensavano potesse incarnare un cambiamento vero, hanno lanciato un grido d’allarme.... Lui sta sprecando questa occasione, sarebbe più nobile dare una mano che lavorare con il solo obiettivo di far saltare tutto. Sarebbe più utile. Sarebbe più bello.

C’è chi dice che il vero scopo del governo sia arrivare a un voto sulle riforme prima delle Europee.

Il tema delle riforme non è un tema elettorale e a noi non servono bandierine da sventolare in vista del 25 maggio. Sono trent’anni che aspettiamo una riforma vera e non faremo nulla per mettere a rischio l’obiettivo finale. Se in questo clima tutto elettorale qualcuno teme che il nostro obiettivo sia trarre vantaggio dalle riforme lo rassicuro: non abbiamo nessuna difficoltà a dire rinviamo anche il voto della Commissione a dopo le elezioni europee. Sgombriamo il campo da ogni possibile equivoco: le riforme sono per il Paese non per il Pd e non per Renzi.

Un vostro senatore, Corradino Mineo, ha deciso di non partecipare al voto. Delusa o arrabbiata?

Delusa, per lui: avrei preferito che avesse votato a favore. Ci dovrebbe essere un senso di appartenenza a un gruppo. Dovrebbe essere naturale: se vieni candidato significa che condividi un progetto politico. Se decidi di rimanere dentro a un gruppo - e non è un obbligo - è perché condividi quel progetto politico. Ognuno di noi dovrebbe essere rispettoso delle indicazioni che arrivano sia dal confronto interno sia dalle richieste dei cittadini.

Berlusconi le chiede un segnale sul presidenzialismo...
No, sul presidenzialismo non ci sarà nessun segnale. Anche perché se mettessimo oggi sul campo delle riforme l’elezione diretta del capo dello Stato ci sarebbe chi utilizzerebbe questa scelta come una pillola avvelenata per far saltare l’accordo tra partiti della maggioranza e Forza Italia. Vogliamo le riforme e lasceremo fuori ogni elemento divisivo.

Nel fronte che dice "legge elettorale e poi subito al voto", c’è anche lei?

Io no.  È vero c’è un pezzo del Pd che preme. E non è solo Giachetti. Dicono: "oggi siamo forti, incassiamo subito il dividendo". Io no. Stiamo affrontando seriamente problemi irrisolti nei due decenni che ci hanno preceduto e serietà e responsabilità saranno la nostra bussola. Vogliamo arrivare fino al 2018 per cambiare l’Italia, per ridare alla gente fiducia e speranza, per voltare pagina, per declinare parole come equità, meritocrazia e per mettere fine a privilegi e a vecchi schemi. Non ci faremo guidare da piccoli calcoli elettorali.

Crede che il risultato del 25 maggio possa influenzare il cammino delle riforme?

No, non conterà il risultato elettorale, conterà l’atteggiamento dei partiti, dei parlamentari, conterà la determinazione e la condivisione degli obiettivi. Il voto europeo non è un test per il governo e non c’è nessuna volontà di utilizzare i nostri risultati per un punto percentuale in più.
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