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"Stepchild", un colpo alle adozioni
Luciano Moia
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Non si vota solo sul disegno di legge Cirinnà. Si vota anche sul destino delle adozioni. L’Italia deve decidere se sostenere e promuovere questo istituto che oggi è in gravissima crisi, oppure affossare definitivamente una scelta che rimane tra le più alte espressioni di solidarietà umana. Dare a un bambino che ne è privo la miglior famiglia possibile – e non il contrario – dovrebbe rappresentare anche un obiettivo politico nell’accezione più nobile. Invece, se il ddl sulle unioni civili passerà senza correzioni, soprattutto con l’articolo sulla stepchild adoption, tutto l’intero pianeta adozioni subirà un contraccolpo durissimo. Non soltanto in termini culturali, con il ritorno a una logica possessiva che trent’anni fa – era il 1983 – la legge sulle adozioni aveva tentato di cancellare. Ma soprattutto in termini numerici.
 

>> SCHEDA: 5 RISPOSTE PER CAPIRE

Le adozioni internazionali si dimezzeranno. Quelle nazionali continueranno nella loro stagnazione per un combinato disposto determinato da scelte politiche, cultura giuridica e malaburocrazia. Non vogliamo fare del terrorismo sociale. Vogliamo rilanciare un allarme che le maggiori associazioni del settore si sentono di esprimere, pur con varietà di accenti. E proprio per evitare discorsi demagogici, partiamo dai numeri.

LE STATISTICHE
Che le adozioni internazionali siano in calo in tutto il mondo è un dato di fatto incontestabile. Gli Stati Uniti, il Paese più generoso, che accoglieva fino a pochi anni fa oltre diecimila bambini ogni anno, sono scesi ai 6.441 del 2014. La Francia è passata dai 1.995 bambini del 2011 ai 1.069 dello scorso anno. Il nostro Paese da oltre 4mila adozioni nel 2011 è sceso sotto quota duemila lo scorso anno. Si tratta di una stima, largamente condivisa, perché da oltre due anni il nostro governo non comunica i dati ufficiali. Un problema che affronteremo tra poco. Torniamo al calo delle adozioni. Tante le cause: certo ha pesato la crisi economica, ma anche nuove scelte politiche, con legislazioni più attente ai minori, da parte dei Paesi che permettono tradizionalmente l’adozione. E poi ci sono altri fattori. Non è un mistero che nella decisione di 'chiudere le porte' o comunque di operare una selezione più rigorosa, siano risultate determinanti anche le nuove leggi favorevoli alle nozze omosessuali approvate in vari Paesi europei e negli Stati Uniti.
 
«NO ALLE COPPIE OMOSESSUALI»
La posizione più intransigente è quella della Russia, da cui arrivano in Occidente migliaia di bambini ogni anno. Quando Stati Uniti, Francia e Spagna, in tempi diversi, hanno aperto alle coppie gay, i russi hanno bloccato le convenzioni. Poi la situazione si è andata risolvendo sulla base di accordi bilaterali in cui il Paese dove avviene l’adozione deve sottoscrivere un impegno formale a non collocare il bambino presso coppie omosessuali, anche per quanto riguarda i cosiddetti 'fallimenti adottivi'. «Se l’Italia votasse la stepchild adoption – osserva Marco Griffini, presidente Aibi – è facile immaginare che anche per il nostro Paese si alzerebbero muri. Considerando che dalla Russia arriva almeno un quinto dei bambini adottati in Italia, il calcolo è presto fatto». Ma, dall’elenco delle aree d’arrivo andrebbero cancellati anche il Congo e altri Paesi africani, altrettanto fermi nella decisione di non concedere i loro piccoli alle coppie dello stesso sesso. E nuove difficoltà nascerebbero probabilmente anche con alcuni Paesi dell’America Latina.

LE CONSEGUENZE PER L’ITALIA
Quanti bambini 'perderebbe' allora il nostro Paese in caso di apertura alle coppie omosessuali? Aibi stima un dimezzamento secco. Da circa duemila e meno di mille. Che per un Paese ormai a crescita zero non è proprio il massimo. Ma forse un effetto altrettanto grave sarebbe quello ipotizzato da Frida Tonizzo, memoria storica dell’impegno associativo, che fa parte della segreteria nazionale Anfaa (Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie): «Questo dibattito tutto giocato sui diritti degli adulti ci fa arretrare di un trentennio. Rischiamo di svilire tutto il significato culturale delle adozioni. E le derive, anche per quanto riguarda quelle internazionali – pronostica Tonizzo – ci saranno sicuramente. E non saranno leggere». Concorda Marco Mazzi, presidente di Famiglie per l’accoglienza: «La cultura che sta dietro la stepchild adoption è quella che pretende di mettere al centro l’adulto e non il bambino. Non possiamo piegare la realtà al nostro desiderio, dimenticando che di fronte a noi c’è comunque una persona che ha problemi e che chiede il nostro aiuto. L’adozione diventa dono se si accetta di fare un cammino insieme, mettendo al primo posto le esigenze dei piccoli».

ADOZIONI DA RIVEDERE
Il tema stepchild adoption diventerebbe dirompente anche perché si inserisce in un quadro politico e legislativo che, per quanto riguarda le adozioni, è appesantito da ritardi e inadempienze. La legge 184 del 1983 andrebbe profondamente rivista, ma il tema non è neppure all’ordine del giorno. Come nessuno sembra preoccuparsi del fatto che la Cai, Commissione per le adozioni internazionali – che dipende direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei ministri –, non si riunisca da circa due anni e che, nello stesso arco di tempo, non abbia più pubblicato alcun dato relativo al numero delle adozioni. Ma non si tratta dell’unico mistero. L’Italia è l’unico Paese occidentale che non disponga di un registro dei bambini adottabili. Era previsto nella legge 149 del 2001 che ha disposto la chiusura degli orfanotrofi, ma il Ministero della Giustizia, incaricato del compito, non ha mai provveduto nonostante una sentenza del Tar. Motivo? I 29 Tribunali dei minori esistenti sul territorio nazionale non dispongono di archivio informatico. Un po’ assurdo, se non incredibile. Come tutta questa vicenda.

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