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Dopo la piazza, ddl Cirinnà in aula
Marco Iasevoli
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«Oggi più di ieri, avverto il dovere politico di mediare e di cercare il consenso più ampio possibile nel Pd, nella maggioranza e con le opposizioni. Abbiamo ancora una settimana di tempo per confrontarci. Poi si voterà e si deciderà, perché così funziona in democrazia». Pesa le parole Matteo Renzi. E seleziona con cura anche i destinatari delle sue sensazioni e impressioni private sulla piazza del Circo Massimo.

LA MANIFESTAZIONE DEL 30 GENNAIO AL CIRCO MASSIMO


Il premier non ha proferito parola pubblica sabato scorso, dopo le manifestazioni del mondo gay. E non rilascia dichiarazioni ufficiali alle agenzie e alle tv nemmeno stavolta. «Vi sembrerà strano – dice il presidente del Consiglio ai senatori e ai collaboratori più stretti – ma io sono contento perché si sta sviluppando un dibattito vero, rispettoso, partecipato, al netto di qualche eccesso».

Tuttavia qualche nodo inizia a sciogliersi nei ragionamenti di Renzi. «Per il mondo gay il ddl-Cirinnà è acqua fresca. Il Circo Massimo ci dice che è da respingere in toto. Sono più convinto di prima che il nostro compito è cercare un punto di incontro». E allora si proverà sino all’ultimo minuto a trovare, tra gli emendamenti presentati o altri in faticosa gestazione, una soluzione che metta più paletti alla stepchild e argini più decisi alla pratica dell’utero in affitto, che il premier ha pubblicamente condannato. Attenzione però, il Circo Massimo, con i suoi numeri e le sue ragioni, qualcosa ha spostato e a Palazzo Madama delle ripercussioni ci saranno. I centristi hanno decisamente meno margini di manovra per agganciarsi ad un accordo dell’ultimo minuto. E anche i cattodem sentono più acuta la questione di coscienza legata alle adozioni: in diversi ammettono che anche in presenza di un emendamento di sintesi nel Partito democratico voterebbero comunque per lo stralcio a voto segreto della stepchild. Senza contare che su M5S il premier non ha mai posto grandi aspettative.

Insomma la bocciatura in Aula dell’articolo 5 è una eventualità sempre ben presente sul tappeto e che nessuno sente di poter escludere, a maggior ragione dopo ieri. Anzi, dopo la piazza mobilitata da Difendiamo la famiglia il consenso per l’abolizione dell’'adozione del figliastro' potrebbe crescere, perché non sono pochi i laici dem che temono, al pari dei cattolici, la legalizzazione di fatto della 'gestazione tramite terzi'. E se l’articolo 5 salta, Renzi un’idea su come proseguire ce l’ha: chiudere comunque la legge con quel che resta (i diritti e i doveri della nuova formazione sociale), correggendo i punti di rilevanza costituzionale sottolineati anche dal Colle nei dialoghi informali. E poi ottenere a stretto giro la seconda lettura della Camera sul testo 'tal quale', senza consentire alla sinistra dem di riaprire la questione-stepchild (da rinviare semmai a una organica riforma delle adozioni). E questo per un duplice motivo: mantenere la promessa di aver comunque condotto in porto una legge sulle unioni civili e non portare per le lunghe una vicenda che crea distacco tra il premier e un sentimento diffuso nella maggioranza degli italiani. 

Chi ha raccontato a Renzi dei passaggi salienti della manifestazione, ha sottolineato quello striscione sotto il palco proveniente dritto dritto dalla narrativa renziana, 'Non rottamate la famiglia', quelle parole rivolte direttamente a lui da Gandolfini e Adinolfi («Ci ricorderemo di quello che farai»), la mobilitazione sul web, il richiamo di chi ha parlato dal palco alla sua partecipazione al Family day 2007. Gli ha parlato di «gente coerente», non ostile a lui ma pronta a trarre le conseguenze sui temi che ritiene cruciali. Sono osservazioni alle quali il premier non risponde a freddo. Il tempo dell’ascolto e della riflessione non è finito.

Martedì il Senato voterà a scrutinio palese le pregiudiziali di costituzionalità, poi sino a giovedì sarà solo discussione generale. Il dito sul pulsantino rosso, i senatori, inizieranno a schiacciarlo solo dal 9 febbraio. Renzi ha ancora 10 giorni in cui mettere sul piatto il dovere di decidere, il dovere di mediare e il dovere di ascoltare.
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