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Stepchild, scienza e diritto al servizio di chi?
 
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Una provetta per smontare il legame naturale tra genitori e figli, una sentenza per riassemblarlo a piacimento. La tecno-medicina che 'produce' nuova vita apre la strada alla giurisprudenza che crea nuovi diritti. Ma in entrambi i casi l’operazione manipolatoria non può che imitare la realtà di cui ogni donna e ogni uomo hanno esperienza – una mamma, un papà, un figlio... – senza riuscire in alcun modo a rimuovere la consapevolezza che si tratta di una forzatura medica combinata con una costruzione giuridica. La vicenda sulla quale hanno sentenziato i giudici minorili romani riassume in sé due pretese: mettere al mondo deliberatamente figli privi di una delle due figure genitoriali (il padre, in questo caso) e ovviare a questa assenza comunque incolmabile con un’operazione legale che sembra voler ridisegnare la struttura dell’umano anziché riconoscerne le caratteristiche, come sarebbe suo compito. 


Fa impressione constatare come certa giurisprudenza fantasiosa si affanni a inseguire lo sfoggio di potenza esibito dalla medicina riproduttiva e la corsa senza fine dei desideri umani ribattezzati come 'nuovi diritti'.

Lo fa senza più rispetto per la sua vocazione, che non è quella di legittimare tutto ciò che è tecnicamente possibile e che qualcuno chiede di ottenere. Il diritto piegato a questa potente combinazione di scienza e volontà non guarda più in faccia a nessuno: non al Parlamento, ancora impegnato a decidere se la stepchild sia lecita, e che sinora ha scartato questa ipotesi; non alla Corte Costituzionale, che ha appena giudicato inammissibile il ricorso su un caso del tutto analogo a quello di Roma, e non ha ancora reso note le motivazioni di questa sua scelta; non agli italiani, che sondaggi di ogni orientamento mostrano sul punto più che perplessi. I giudici, al pari dei politici, sollevino la testa dai loro sottili ragionamenti, e tornino a dar retta alla realtà umana.
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