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Renzi e Monti, sfida sull'Europa
Vincenzo R.Spagnolo
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L’Italia? È fra le prime della classe. E l’Europa? Da rigida 'maestrina' con la bacchetta in mano, è declassata ad alunna svogliata. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, nel suo intervento alle Camere alla vigilia dell’odierno Consiglio europeo, conferma la linea del governo nella trattativa con Bruxelles. Il premier- segretario del Pd non si cura dei cattivi presagi evocati nei giorni scorsi dal Financial Times (dopo due anni di governo, la sua fortuna «gli si sta rivoltando contro») e prende a prestito una frase del verdiniano Riccardo Mazzoni, senatore di Ala: «Condivido la sua felice intuizione di definire l’Italia come un Paese che sta facendo i compiti, mentre l’Europa non li sta facendo ancora. E non sono accusabile di lesa maestà per questo».
 
Renzi snocciola l’agenda del vertice odierno («Sul tavolo ci sono vari dossier, dal referendum inglese all’immigrazione»), ma la lingua batte dove il dente 'politico' (la mancanza di un idem sentire europeo sulle grandi sfide) duole: «Il fil rougeè uno: se nei prossimi anni l’Europa torna ad essere comunità o sarà solo un contratto», avverte, riaprendo la schermaglia con la commissione Juncker sulla flessibilità: «Solo chi non vuole vedere, può giudicare la nostra posizione come quella di chi batte i pugni sul tavolo per ottenere un decimale in più» rispetto ai paletti fissati nel Patto di Stabilità. Il riferimento è alla richiesta di fruire di una clausola di flessibilità dello 0,2% del Pil, calcolabile in 3,3 miliardi di euro, per far fronte all’emergenza migranti, che farebbe attestare nel 2016 il deficit italiano al 2,4%. Bruxelles nicchia, ma Renzi oggi tornerà alla carica: «Il decimale in più ce lo possiamo prendere. Abbiamo il deficit più basso negli ultimi dieci anni, siamo terzi dopo Germania e Olanda per contenimento del debito».

Una linea che non piace a uno dei suoi predecessori a Palazzo Chigi, il senatore a vita Mario Monti: «Lei rischia di far fare passi indietro all’Europa – critica il professore –. Lei sa come in Europa il nostro sia percepito come un Paese con una scarsa propensione al rispetto delle regole». Monti suggerisce al premier di lottare piuttosto contro l’evasione fiscale, «pari a oltre il 7,5% del Pil». Ma il rimbrotto fa irritare Renzi, che ribatte: «Le procedure di infrazione quando lei ha lasciato erano 104, oggi sono 91 e sono in diminuzione... Il deficit era al 3,9% del Pil, adesso al 2,4%. Sul rispetto delle regole non accetto lezioni». Non solo: «Nel 2015 –prosegue il premier – il livello di recupero dell’evasione ha toccato i 14,8 miliardi di euro, un record storico». Al battibecco al Senato, in serata segue una polemica alla Camera, quando il premier se ne va, a dibattito ancora in corso. Il capogruppo di Si, Arturo Scotto, protesta: «Renzi tratta il Parlamento come un talk show televisivo. Parla, distribuisce slogan e se ne va senza ascoltare nessuno». In merito agli altri nodi sul tavolo europeo, Renzi manifesta preoccupazione per l’incognita Brexit (il referendum per chiedere ai cittadini britannici se intendano restare in Europa): «Vanno fatti tutti gli sforzi necessari per tenere il Regno Unito nell’Ue. Sarebbe un danno drammatico per tutti gli europei. Tuttavia, aggiunge, «non dobbiamo accettare pedissequamente le richieste di Londra. Noi siamo per un compromesso e la lettera di Tusk va in questa direzione. C’è da discutere e lo faremo».

L’altro tema rovente è l’emergenza migranti: il premier chiede ancora una volta ai leader dei 28 Stati Ue di varare un sistema europeo per l’asilo e i rimpatri. Il regolamento di Dublino «è sbagliato, non funziona», ripete, e se prima era solo l’Italia a parlare di «regole miopi e asfittiche », ora la questione è un tema europeo. Sul punto, il premier può contare sul sostegno del capo dello Stato, che ieri sera lo ha ricevuto per un scambio di vedute alla vigilia del Consiglio europeo. In mattinata, intervenendo all’apertura del vertice Ifad, Sergio Mattarella ha ammonito come le tragedie dei migranti, «impongono, a livello europeo, l’esigenza e l’urgenza di una politica unitaria, coordinata ed efficace», perché salvare vite umane è «un dovere morale».
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