sabato 20 febbraio 2016
Alla vigilia della ripresa dei lavori sul ddl Cirinnà, ​una proposta di riflessione: 35mila minori vivono fuori dalla famiglia e un milione è «orfano» di padre vivo. Non è questa la priorità? DOSSIER
Ipotesi Grasso: via il «canguro» 
L'urgenza? Cambiare le leggi sui minori
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Modesta proposta di riflessione ai senatori che attendono di affrontare di nuovo, tra pochi giorni, la legge sulle unioni civili. Soprattutto quelli che si dicono preoccupati per il futuro di circa 550 minori a cui è capitata la sorte di vivere all’interno di una coppia omosessuale e che – secondo i sostenitori della stepchild adoption – dovrebbero assolutamente poter essere adottati dal partner del genitore biologico per poter sperare in un futuro accettabile. Quanto questa sollecitudine sia immotivata, perché fondata soltanto su presupposti soprattutto ideologici e comunque non rispondenti ai reali bisogni del minore, l’abbiamo ribadito in mille modi. Allora perché non riflettere sul fatto che in Italia la legislazione sulla famiglia e sui minori sia stata così trascurata negli ultimi anni da presentare emergenze davvero pesanti e necessità di interventi ormai non più rinviabili? Se è giusto bloccare per mesi l’attività politica e il dibattito mediatico sulla situazione di poche centinaia di minori legati a coppie dello stesso sesso – che non offre in realtà alcun motivo di allarme perché la maggior parte di loro avrebbe comunque un altro genitore biologico disponibile ad intervenire – perché dimenticare i circa 35mila bambini e ragazzi che vivono fuori dalla famiglia? O ancora il milione di minori 'figli della separazione' nell’ultimo decennio? In entrambi i casi si tratta di situazioni che presentano molto spesso risvolti drammatici. Tra i circa 35mila 'fuori' dalle proprie case, più o meno equamente divisi tra affido familiare e case-famiglia, ci sono infatti realtà non più disciplinate dalla legge del 1983, in parte modificata nel 2001. Come totalmente da rivedere è la legge sull’affido condiviso del 2006, di cui proprio in questi giorni si ricorda il decennale dell’entrata in vigore. Se la politica che da mesi si confronta con la questione della stepchild adoption abbandonasse schermaglie procedurali e ripicche ideologiche per confrontarsi con i problemi reali, non potrebbe non accorgersi che tra le centinaia di migliaia di minori che vivono loro malgrado con un solo genitore – le stime vanno da 900mila ad oltre un milione e mezzo – ci sono situazioni al limite dell’insostenibile. Bambini 'orfani' di padre vivo a cui, proprio per le carenze della legge, viene impedito di vedere il proprio genitore. Nove volte su dieci appunto il padre. Bambini che soffrono perché, anche dopo la separazione, la conflittualità familiare è così dirompente da risultare non solo insidioso ostacolo educativo, ma soprattutto da mettere a rischio troppo spesso l’incolumità personale. L’elenco delle tragedia causate dalle incomprensioni tra genitori separati si allunga mese dopo mese, nell’indifferenza delle istituzioni. Eppure, come indicano esperti ed associazioni, le possibilità di intervenire, modificando la legge e cercando di prevenire le situazioni che sono all’origine della conflittualità, ci sarebbero. L’affido condiviso nasce su presupposti scientifici incontestabili. Primo tra tutti quello che sottolinea l’importanza di assicurare ai bambini la presenza di entrambi i genitori anche dopo la separazione. Ma servono norme capaci di tradurre in prassi concrete la buona idea della bigenitorialità. E oggi la legislazione italiana è ferma ai principi, se è vero che nel 90 per cento dei casi il genitore collocatario rimane la madre. E che solo il 2% dei figli di coppie separate vive lo stesso tempo con papà e mamma (in Svezia il 40%, in Belgio il 30%).  Altrettanto pesante il dato che indica come il 90% dei figli di separati perda il contatto con uno dei genitori, mentre nei Paesi del Nord Europa che si sono già dotati di una diversa legge sull’affido bigenitoriale, chiamato 'materialmente condiviso', questo dato non supera il 15% dei casi. Nell’ottobre 2015 il Consiglio d’Europa ha invitato gli Stati a modificare le proprie legislazioni per introdurre l’affido materialmente condiviso. Da noi nessuno ha raccolto l’appello. E non si vede perché le direttive europee debbano valere quando si parla di unioni omosessuali e non quando si sottolinea l’importanza della pari responsabilità educativa tra papà e mamma. Servirà a poco ricordarlo. Ma quando capiterà una nuova tragedia tra genitori separati – perché purtroppo capiterà – non dimentichiamo questi vuoti della politica sugli interventi decisivi per la famiglia, e la montagna di demagogia sulla stepchild adoption.
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