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Utero in affitto, Livia Turco: «abominevole»
Lucia Bellaspiga
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«L’utero in affitto? Una pratica semplicemente a-bo-mi-ne-vo-le». Scandisce le sillabe, Livia Turco, e poi chiede conferma: «Lo sente come sono indignata? ». Una vita politica tutta a sinistra, tra Pci, Pds, Ds e Pd, più volte ministro nei governi Prodi e D’Alema, oggi è presidente della Fondazione "Nilde Iotti: le donne, la cultura, la società".

Per quali precise ragioni ha aderito anche lei, insieme a tante donne della sinistra e del femminismo, alla campagna contro la cosiddetta maternità surrogata?
Dopo tante battaglie di civiltà, oggi il corpo della donna è ridotto alla più bieca forma di mercificazione. Dopo tante conquiste, dopo tanti anni, tante passioni, energie spese a far capire ai nostri uomini che la maternità è una relazione, che il corpo della donna è un grembo psichico, è il luogo che dà la vita, ripiombiamo indietro di secoli. Non è accettabile. Abbiamo detto a gran voce queste cose quando si è trattato di far riconoscere il valore della maternità come dimensione e pensiero femminile. Come libertà delle donne. Come etica e responsabilità tutta nostra. Le abbiamo dette quando si è trattato di rivendicare la bellezza della maternità ma anche quando giustificavamo una scelta dolorosa come l’aborto... Ci abbiamo impiegato anni a capirlo noi e poi a farlo capire ai nostri uomini, e oggi, dopo tutto ciò, questo grembo che dà la vita è ridotto a mercimonio, proposto ad altri per denaro.

Decenni di rivendicazioni vanificate dalla banalissima forza del business, dunque?
Si parla di gratuità, ma non ci credo, e comunque al più si tratterebbe di casi eccezionali. La norma è lo sfruttamento.

Come giudica l’ambiguità di molti giornali e tivù, che ancora prospettano l’utero in affitto come una conquista di civiltà e, se costretti a ospitare le ragioni del no, accanto pubblicano – a difesa – inverosimili storie di felici maternità surrogate?
Non capiscono cosa dicono. Questo modo di fare giornalismo è frutto di arretratezza, ottusità e subalternità culturale al mercantilismo che nella nostra società prevale su tutto. Ma anche al pesante relativismo etico, per cui tutto è diventato diritto. Da quando in qua esiste il diritto a un figlio?

C’è chi sostiene che la mobilitazione contro è strumentale, visto che in Italia la pratica è illegale.
Non mi basta che qui sia proibita, perché chi vuole farlo va all’estero. Posso essere d’accordo sul fatto che la questione delle adozioni non c’entri e che unire i due temi sia una forma di strumentalizzazione politica da parte di alcuni, ma ciò non può giustificare in alcun modo il silenzio contro un obbrobrio vero e proprio, indegno di una società civile.

L’appello, per molti anni rimasto appannaggio del solo mondo cristiano, ora ha raggiunto e unito trasversalmente il mondo laico. Ma prima delle femministe italiane si sono fatte sentire quelle francesi, capitanate da Sylviane Agacinski, che per febbraio ha annunciato una massiccia mobilitazione. Come mai questo ritardo in Italia?
Perché in Francia vige una laicità meno attenta ai valori: a causa di un minore senso religioso, le pratiche e le tecnologie corrono di più che nel nostro Paese, dunque lì c’era una maggiore urgenza di reazione.
 
Tra i tanti firmatari, ancora pochi uomini. Eppure quanto accade dovrebbe indignare tutti in quanto esseri umani. Non trova? Aderiscano anche loro, li vogliamo accanto. Spero capiscano che avere un figlio non significa fabbricare qualcosa. Mi rivolgo soprattutto ai nostri figli, ai giovani padri: imparino quanto di umanamente straordinario c’è nella relazione tra una madre e il figlio che mette al mondo. Solo pensare che una donna possa 'fare' un figlio perché con quel figlio, che non vedrà mai più, potrà campare è blasfemo.

Se avvenisse gratuitamente, sarebbe meno grave?
Cambia poco. Quel figlio ha una sola madre, che non può produrlo per altri. Io da ministro della Solidarietà sociale ho sempre sostenuto che la genitorialità non è automaticamente quella biologica ma è la capacità di una presa in carico, sono sempre stata a favore della genitorialità diffusa, insomma, ma portare in grembo un figlio per cederlo ad altri su commissione è una forma di arretramento spaventoso. E questo va detto chiaramente ai giovani, ingannati dai media e superficiali, che non immaginano a cosa ci porterà questa logica individualista se non ci fermiamo in tempo.
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