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L'INTERVISTA
«Nei suoi gesti una profonda libertà spirituale»
Papa Francesco è «un grande predicatore che ha il genio del linguaggio dei gesti», un testimone «autentico e semplice» della «freschezza che non ha mai abbandonato la Chiesa». Sono questi i tratti del nuovo Pontefice che hanno colpito il quasi novantunenne cardinale Georges Cottier, teologo emerito della Casa Pontificia.

Eminenza, da teologo, pensatore e pastore, che impressione ha avuto ascoltando le prime parole e osservando i primi gesti di papa Francesco?
Un senso profondissimo di libertà spirituale. Questo ci dona un grande respiro, perché la teologia, che deve avere rigore scientifico, non deve chiudersi in se stessa. La teologia ha senso soltanto se ci aiuta a capire meglio il Vangelo. E sentire questo soffio di Vangelo vivo, assieme semplice e forte, è bellissimo.

Sarà un papa dei gesti più delle parole?
Aspettiamo a dirlo. Di certo ha il genio del linguaggio dei gesti, un linguaggio che nasce dalle convinzioni. Lo si vede nelle piccole cose che ha fatto: ad esempio la scelta del vestito o l’andare a piedi. Sono tutte cose semplici, ma messe assieme dicono molto. D’altra parte tutti in quest’uomo hanno riconosciuto una grande semplicità e un dono straordinario per la comunicazione.

Nei suoi primi discorsi ha mostrato un saldo fondamento teologico...
In realtà direi piuttosto dottrinale e spirituale, perché ha ricordato i temi basilari nel Vangelo, che non sono materia di discussione teologica. Direi che ha mostrato un senso spirituale.

Lei ha vissuto il Concilio: ha ritrovato l’eredità del Vaticano II nelle parole di Bergoglio?
Certo, è molto vicino e ispirato dal Concilio, sarà anche lui un Papa del Concilio. Le sue parole mostrano una visione di Chiesa come popolo di Dio, come presenza di Cristo e anche come testimone di Cristo. Ha posto l’accento su quello che fa l’essenza della Chiesa. Ad esempio si veda la definizione che ha dato del potere, che vale prima per la Chiesa ma, in maniera analogica, anche per le realtà temporali. Il potere, ci ha ricordato, è un servizio per i poveri e i più deboli. E qui sta tutto il Vangelo: basta ricordare il Discorso della montagna. Insomma, papa Francesco ha detto delle cose fondamentali ma le ha dette anche con l’intenzione di metterle in pratica. Si può parlare, insomma, di una testimonianza semplice e autentica, come semplice e autentica è la verità. Ho seguito alla televisione la bellissima omelia tenuta nella chiesa vaticana di Sant’Anna, dove il Papa si è mostrato un grande predicatore. Con grande semplicità offre una parola «vissuta», si sente. Non dà una dichiarazione o una spiegazione, ma si vede che parla di ciò che lui stesso vive. Ci fa «abitare il Vangelo» assieme a lui, è bellissimo.

Trova qualche analogia con l’aria che si respirava nel periodo conciliare?
Certo, ritroviamo il clima di quei grandi momenti. Mi torna alla mente la conclusione del Concilio in piazza San Pietro con Paolo VI, ma anche il momento in cui Giovanni XXIII annunciò il Concilio. E questo dimostra che la freschezza del Vangelo non ha mai lasciato la Chiesa e qualche volta lo Spirito Santo ci fa gustare di nuovo questa novità permanente.

Quali i temi che l’hanno colpita di più nei primi discorsi di papa Francesco?
Le parole sulla tenerezza: si vede che vive un profondo senso di rispetto per i poveri, perché li considera persone che come tutti hanno diritti e bisogni. Ci ricorda che tutti hanno diritto a essere amati, come sono amati da Dio e quindi il nostro amore per gli ultimi è un riflesso della paternità di Dio.

A proposito, cosa pensa di questa forte affettività che Bergoglio ha mostrato nei suoi primi giorni da Papa?
La cosa molto bella è che papa Francesco è umanamente molto equilibrato, non cede a nessun sentimentalismo. E sappiamo quanto il sentimentalismo possa essere ambiguo. Il Papa offre le parole nel loro senso più diretto e profondo e tutti l’hanno capito. Mi ha colpito, ad esempio, il riferimento al diavolo: ha mostrato di non illudersi riguardo agli ostacoli che il male pone ancora all’annuncio del Vangelo, come è sempre successo nella storia della Chiesa. Ostacoli che non sono esteriori e che riguardano tutti, perché tutti sono sottoposti alle tentazioni. Ma la risposta a questo sono l’umiltà e il senso della Croce.

Ma parlare del diavolo oggi non può essere rischioso, non c’è il rischio che venga frainteso?
Perché rischioso? Il Vangelo in sé è rischioso. L’unico rischio è quello della verità. D’altra parte attenuare le verità cristiane significa ridurle a delle grandi banalità, che sono tiepide e non fanno né male né bene.

E che impressione ha avuto dell’incontro con i delegati fraterni?
È stato un incontro molto bello per il calore umano. Il Papa ha insistito sul fatto che alla base del dialogo dev’esserci l’amicizia, il riconoscimento che ciascuno è amato da Dio, anche i più lontani. E anche, qui rimettendo Cristo al centro, ha ancora una volta proposto una delle grandi verità della fede. Verità che nelle sue parole sono così spontanee grazie al suo vissuto.

Si è riconosciuto quando il Papa ha chiesto ai cardinali di trasmettere la saggezza ai giovani?
Speriamo di averla: è un dono di Dio. Possiamo tutti domandarla allo Spirito Santo.

Cosa auspica per questo pontificato?
Che il Vangelo entri sempre di più nella vita quotidiana. Che si realizzi cioè il messaggio di san Francesco.​

Matteo Liut
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