﻿<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><rss version="2.0"><channel><title>Avvenire RSS Feed - Mondo</title><link>http://www.avvenire.it/Mondo</link><description /><generator>Microsys RSS Generator for SharePoint 2010</generator><copyright>www.avvenire.it</copyright><managingEditor /><webMaster /><ttl>2</ttl><language>it-IT</language><docs>http://www.rssboard.org/rss-specification</docs><pubDate>Fri, 17 Jun 2011 14:38:20 GMT</pubDate><lastBuildDate>Mon, 20 May 2013 08:12:21 GMT</lastBuildDate><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/bombe-in-iraq.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Due autobomba a Bassora: 11 morti</title><subtitle>Due autobomba a Bassora: 11 morti</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/bombe-in-iraq.aspx</link><description>È di almeno 11 morti il bilancio dell'esplosione di due autobomba a Bassora, nel sud dell'Iraq. Lo riferisce al Arabiya. Ieri, in diversi attacchi contro alcuni checkpoint erano stati uccisi 10 agenti.&lt;br /&gt;</description><pubDate>Sun, 19 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/america-della-crisi-spedisce-i-malati-alla-fermata-del-bus.aspx</guid><category>Mondo</category><title>L’America della crisi spedisce i malati alla fermata del bus</title><subtitle>L’America della crisi spedisce i malati alla fermata del bus</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/america-della-crisi-spedisce-i-malati-alla-fermata-del-bus.aspx</link><description>Lo strano uomo con capelli e barba incolti che aveva suonato il campanello di Betty Lindsey era sporco e chiaramente confuso. La signora era in ritardo per andare all’università a tenere un corso, e l’interruzione la disturbò. Poi l’uomo si mise a parlare e Lindsey si accorse con orrore che quell’essere umano alla deriva, con addosso solo un camice da ospedale, era suo figlio Daniel, che stava cercando da tre mesi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 30enne, che, dopo un incidente di moto sente voci che non esistono e fatica a parlare in modo coerente, era scomparso dal suo appartamento, a pochi isolati di distanza. Lindsey lo portò al centro psichiatrico della contea di Harris, in Texas, dove vive. Nei giorni successivi la donna avrebbe scoperto che Daniel era finito in ospedale in seguito a una crisi che aveva spinto i suoi vicini a chiamare la polizia. Da lì, dopo essere stato stabilizzato in 48 ore, era stato dimesso e mandato in taxi, senza soldi né medicine, a una struttura privata del vicino New Mexico che ospita in dormitori persone senza fissa dimora, ex carcerati e malati di mente, pagando le proprie spese “trattenendo” i loro assegni di disabilità. In poche parole, Daniel era stato scaricato. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E nessuno aveva pensato di avvisare lei, il cui nome era scritto su un pezzo di carta nel portafogli di Darrell – nel frattempo sparito. Il caso denunciato qualche mese fa dalla famiglia di Daniel è emblematico di una pratica sufficientemente diffusa negli Stati Uniti da avere la sua definizione legale: &lt;em&gt;patient dumping&lt;/em&gt;, o abbandono terapeutico. I casi non sono abbastanza da balzare alle cronache con frequenza, ma tendono a riapparire ogni volta che il Paese attraversa una nuova fase di tagli alle spese sanitarie, soprattutto per i malati di mente. Come adesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È una misura alla quale gli ospedali statunitensi fanno ricorso da almeno mezzo secolo. Molti esperti di politiche sociali americane la fanno risalire ai primi anni Sessanta, quando John Kennedy propose il reinserimento dei pazienti con turbe psichiche nella comunità. La legge passò, ma senza adeguato finanziamento. Se alcuni Stati riuscirono ad organizzarsi, molti non avevano le risorse o l’esperienza necessarie per gestire a domicilio la massa di persone improvvisamente emersa dalle istituzioni psichiatriche. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Ai miei tempi la chiamavamo terapia Greyhound, come la marca dei bus di lungo raggio», spiega Mike Harvey, direttore di un’associazione per i diritti dei pazienti psichiatrici in Texas. Lui stesso soffre di depressione, e conosce bene il metodo. Negli anni Settanta fu scaricato da un ospedale di Austin, in Texas, con un pacchetto di Camel, 25 centesimi per una telefonata e un biglietto di sola andata su un Greyhound per il New Mexico. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I nosocomi Usa assicurano che questi episodi sono una reliquia del passato, ma la realtà è che, 40 anni più tardi, quelli più oberati da pazienti senza casa, senza famiglia e non paganti, vi fanno ancora ricorso.&lt;br /&gt;Fra il 2009 e il 2012 gli Stati americani hanno tagliato quasi 4 miliardi e mezzo dal loro bilancio per la salute mentale. Secondo un rapporto della National Alliance on Mental Illness, le riduzioni si sono tradotte nell’eliminazione di molti servizi, come strutture residenziali per i pazienti più gravi e il supporto terapeutico alle famiglie o alle associazioni comunitarie. Il risultato è che i pronto soccorso, i rifugi per i senza fissa dimora e le carceri sono diventate il punto di arrivo di persone con malattie croniche, soprattutto psicologiche. Un ruolo che molti ospedali che non vogliono o non possono permettersi di assumersi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Due mesi fa, James Brown, che è schizofrenico, venne ricoverato al Rawson-Neal Psychiatric Hospital, a Las Vegas. Depresso e con tendenze suicide, Brown vi era finito dopo una crisi violenta nella “casa” semi-privata dove viveva insieme ad altri. Dopo tre giorni i dottori decisero che era pronto per andarsene. Ma non lo rimandarono alla struttura residenziale dove riceveva il suo assegno mensile, forse per paura di vederlo tornare nel giro di qualche giorno. Invece, un infermiere chiese a James se gli piaceva la California. Lui ammise che «sembrava un bel posto». James si trovò alla stazione dei bus, con un biglietto di sola andata per Sacramento, sei bottiglie di una bevanda nutrizionale e medicine per tre giorni. Sulla lettera di dimissione era elencato, come indirizzo: «Stazione dei bus diretti in California». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stando a dati emersi in seguito alla vicenda di James, dal 2008 gli ospedali del Nevada hanno spedito ad altri Stati quasi 1600 pazienti, senza un accompagnatore né istruzioni da seguire una volta arrivati a destinazione. Una serie di agenzie, statali e federali, hanno aperto inchieste sull’accaduto. La prima ad essersi conclusa è quella del Centro per Medicare e Medicaid, i due programmi di mutua federale per i poveri e gli anziani, che ha scoperto che l’ospedale Rawson-Neal non stabilisce una chiara responsabilità per le dimissioni, né ha una procedura unica per il rilascio dei pazienti. Ora l’ospedale rischia di perdere milioni di dollari di fondi federali. Intanto James, dopo avere passato alcune notti per strada, ha trovato un assistente sociale che lo ha messo in contatto con sua figlia, sulla costa orientale degli Usa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Nevada di James e il Texas di Daniel hanno un elemento in comune. Nel 2009 il Nevada spendeva 64 dollari pro capite in servizi per la salute mentale, circa la metà della media nazionale di 123 dollari. Oggi ne spende 40. In Texas l’ammontare è di circa 20 dollari per persona. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il governo federale, lo stesso che ha imposto agli Stati la chiusura dei manicomi, potrebbe fare poco per rimediare, anche se avesse fondi sufficienti. Il motivo è una legge, l’Omnibus Budget Reconciliation Act del 1982, di Ronald Reagan, che ha quasi eliminato ogni responsabilità economica federale per la salute mentale, trasferendola agli Stati. E il livello di cure e di strutture cambia tanto drasticamente da Stato a Stato che a volte “esportare” un paziente appare agli ospedali più facile che reinserirli nella loro comunità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ne sa qualcosa Betty Lindsey, che continua a fare scoperte sui tre mesi di peregrinazioni del figlio. Dopo essere venuta a sapere che, durante il soggiorno di Daniel in New Mexico, un “amico” aveva svuotato il suo appartamento di vestiti, mobili, denaro, la donna ha smesso di indagare. Invece ha trovato una casa di cura privata che può ospitare suo figlio a tempo indeterminato. Grazie all’aiuto finanziario dei suoi dei genitori, Daniel non verrà più scaricato. </description><enclosure url="http://www.avvenire.it/Mondo/PublishingImages/ImmaginiArticolo/MDF23291_2_37750469.jpg" length="" type="image/jpeg" /><pubDate>Sun, 19 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Elena Molinari</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/alle-macchine-il-potere-di-sparare.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Alle macchine il potere di decidere se sparare</title><subtitle>Alle macchine il potere di decidere se sparare</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/alle-macchine-il-potere-di-sparare.aspx</link><description>Gli esperti militari sono concordi: la prossima rivoluzione militare sarà robotica. Il campo di battaglia è sempre più tecnologico e i sistemi automatizzati sono abbastanza “evoluti” da poter innovare drammaticamente il modus operandi della guerra. I robot sono già impegnati da molti degli eserciti più avanzati del mondo: alcuni sminano, altri esplorano, altri però sparano. I teatri iracheno e afghano sono stati in questo dei giganteschi laboratori di prova. Perfino il Rusi (Royal United Services Institute) ha più volte denunciato il pericolo di una corsa alle armi robotiche e i rischi conseguenti per l’umanità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È uno fra i più influenti think-tank del mondo della difesa, tutt’altro che pacifista. «Sarà il secolo dei robot: gli automi cingolati, i velivoli automatizzati e le cimici nanotecnologiche diventeranno la peggiore iattura per la sicurezza delle persone», afferma interdetto Noel Sharkey, professore di scienze informatiche all’Università di Sheffield. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prospettiva, ormai ventura, è quella di un’automatizzazione dell’uso della forza, dell’atto di uccidere e di distruggere. I missili antirazzo israeliani Iron Dome possono già decidere se annientare un razzo nemico in funzione della sua pericolosità, senza alcun intervento umano. Altrettanto fanno alcuni cannoni della Marina americana (Mk Phalanx). Fortunatamente sono mezzi difensivi, ma il salto fatidico all’azione offensiva non è lontano, nonostante la prudenza attuale di alcuni stati maggiori militari. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando il Quinto Corpo d’armata statunitense invase l’Iraq, nel 2003, non possedeva che un drone e nessun robot terrestre. Cinque anni dopo allineava in teatro 12mila mezzi automatici, fra cui i famigerati Swords, armati di mitragliatrici, fucili di precisione e lanciagranate, mai attivati. Lo Swords può colpire un frammento a 300 metri di distanza, mentre un fante ben addestrato non ci riuscirebbe. É infinitamente più “economico” di un uomo in operazioni: un combattente inviato in Afghanistan “costa” al Fisco americano un milione di dollari l’anno. Uno Swords non supera i 150mila dollari. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È il solito connubio fra soldi e guerra, che tende a trascurare o addirittura ignorare l’etica. Il successore dello Swords, Maars, è una vera e propria macchina per uccidere: può essere imbottito di armi e di altoparlanti, per intimare al nemico la resa o invitare i civili ad evacuare un’area. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Entro pochi anni, un terzo di tutto ciò che combatte nell’esercito americano o israeliano sarà telecomandato. Con quali rischi per i civili inermi? Emula di Washington e Gerusalemme, anche Parigi sembra aver valicato la linea rossa. Senza annunciarlo pubblicamente, avrebbe accolto nel 2011 il principio dei robot-killer. La prudenza dello scrittore di fantascienza Isaac Asimov e le prescrizioni della convenzione di Ottawa (sulle mine antiuomo) sembrano finite nel dimenticatoio. Nel 2035, nell’esercito francese ci sarà spazio per gli “automi” armati. In termini militari è già domani. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le macchine tenderanno a compensare la riduzione di risorse e di effettivi negli eserciti occidentali e ad affiancare gli uomini in una molteplicità di compiti, soprattutto in ambiente urbano. Il che solleva interrogativi angoscianti. Il dispiegamento di robot-killer in contesti complessi inasprisce i timori di una disumanizzazione della guerra. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’allarme è già stato lanciato da un rapporto di Human Rights Watch e dell’Harvard Law School of International Human Rights Clinic. I robot che potrebbero essere sviluppati nei prossimi 20-30 anni decideranno in autonomia quali obiettivi eliminare. Negli Stati Uniti, c’è già un esempio. Il progetto X-47C punta a sviluppare un drone d’attacco (Ucav) capace di realizzare missioni in totale autonomia, decollando da una portaerei con più di quattro tonnellate di bombe. Washington vi ha investito 1,4 miliardi di dollari in otto anni e l’agenzia del Pentagono per la ricerca tecnologica (Darpa) ha sfornato un dimostratore capace di eludere i radar avversi e di proporre al comando una o più opzioni d’attacco, esplodendo le bombe, se autorizzato da terra. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La corsa ai droni armati è appena cominciata. Almeno 12 sono i Paesi possessori di Ucav o in procinto di diventarlo (Usa, Israele, Iran, India, Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Cina, Taiwan, Turchia e Russia). Altri 30 stanno studiando come ricalcarne le orme. C’è chi si lambicca e chi spia contemporaneamente. L’intelligence industriale cinese è bramosa d’informazioni sui semiconduttori, sui microprocessori e sui sistemi di guida e controllo, integrabili anche negli Ucav. E proprio Pechino ha appena svelato il suo Lijian. Secondo il quotidiano ufficiale &lt;em&gt;Global Times&lt;/em&gt;, quest’Ucav invisibile ai radar, sarebbe guidato dal sistema di posizionamento autoctono Beidu, equivalente al Gps americano. Può colpire in profondità il dispositivo nemico, operando da basi terrestri o da portaerei.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Ma siamo sicuri di essere sulla strada giusta? Se lo sono chiesto le università di Stanford e di New York, per le quali gli attacchi dei droni sono addirittura controproducenti e non garantiscono una migliore sicurezza agli Stati Uniti. Nel rapporto intitolato «Living under drones», gli studiosi americani hanno stimato per le aree tribali pachistane cifre drammatiche: dal 2004 ad oggi, i morti per mano degli Ucav sarebbero più di 3mila, fra cui 800 civili inermi.</description><enclosure url="http://www.avvenire.it/Mondo/PublishingImages/ImmaginiArticolo/Fig_1_Neur_37751132.jpg" length="" type="image/jpeg" /><pubDate>Sun, 19 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Francesco Palmas</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/germania-i-bimbi-non-nati-sono-persone.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Germania, svolta al Bundestag: i bimbi non nati sono persone </title><subtitle>Germania, svolta al Bundestag: i bimbi non nati sono persone </subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/germania-i-bimbi-non-nati-sono-persone.aspx</link><description>In Germania è ora possibile dare legalmente un nome, e dunque un’identità giuridica e una sepoltura ufficiale, ai bambini nati morti anche se di peso inferiore ai 500 grammi. Finora in Germania li chiamavano “Sternenkinder”, bambini delle stelle, il loro nome infatti era scritto solo in cielo, nessuna traccia sulla terra. Oggi questi piccoli nati morti potranno essere iscritti dai genitori nel registro civile e avere una degna sepoltura. Lo ha stabilito il Bundestag, la legge è entrata in vigore mercoledì scorso. I bambini non nati, anche se morti durante la gravidanza, vengono quindi ufficialmente inseriti nel &amp;quot;mondo&amp;quot; degli esseri umani. La legge tedesca si incanala nella strada che sta aprendo la petizione europea «Uno di noi». E la coincidenza con la legge tedesca rafforza la campagna di raccolta delle firme e spinge le istituzioni europee a far propria l’istanza per la dignità dell’embrione. </description><pubDate>Fri, 17 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/asilo-agostino-sistema-scolastico.aspx</guid><category>Mondo</category><title>L'asilo di Agostino e il sistema scolastico </title><subtitle>L'asilo di Agostino e il sistema scolastico </subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/asilo-agostino-sistema-scolastico.aspx</link><description>Il nome ufficiale è «Chikondi Sukulu ya mkaka», che vuol dire «Scuola materna amore», ma tutti nel piccolo villaggio di Toleza lo conoscono come “l’asilo di Agostino”. Lui è Agostino Trussardi, pensionato originario di Clusone, in provincia di Bergamo, e da ormai sette anni vive qui, dove grazie a tanta forza di volontà e all’aiuto di tanti ha potuto portare a termine il suo sogno: offrire ai bambini del posto un luogo bello e pulito in cui potessero giocare e imparare. Cose scontate in Italia, un po’ meno in Malawi. &lt;br /&gt;Il progetto di Agostino è nato dopo una tragedia personale: nel 2003 la morte del figlio Mauro, poi, nel 2006, quella della moglie Emilia. A quel punto Agostino non ha avuto dubbi e si è trasferito qui. Quando arriviamo all’asilo, ci sono circa 150 bambini tra i 3 e i 6 anni ad accoglierci con canti e filastrocche. A occuparsi di loro sono otto educatrici e sei cuoche. &lt;br /&gt;A metà mattinata arriva il momento della merenda, che, in assenza della corrente elettrica, viene preparata in due grandi calderoni sul fuoco a legna. “Si tratta di una miscela chiamata Likuni Phala – spiega Agostino – contiene tre tipi di cereali e dello zucchero: è molto nutriente. Basta poco per offrire un pasto in questo asilo: ai miei sostenitori chiedo solo 30 euro l’anno”. &lt;br /&gt;Nel cortile sono stati installati alcuni giochi tra cui un grande scivolo; in un angolo sotto un albero, invece, un altarino con le foto di Mauro ed Emilia, davanti al quale spesso i bambini vengono a pregare.  &lt;br /&gt;“Qui riescono a imparare tante cose – continua Agostino – le educatrici insegnano loro anche i numeri e le lettere dell’alfabeto, tanto che a 6 anni sanno già leggere e scrivere. Il problema, semmai, è che poi quando iniziano a frequentare la scuola pubblica dimenticano tutto”. Una battuta forse, ma il problema della qualità dell’insegnamento in Malawi è reale. &lt;br /&gt;La scuola primaria, che dura otto anni, è gratuita ma non obbligatoria, tanto che il numero di chi lascia prima della fine del ciclo scolastico è altissimo: “Nelle zone rurali – sottolinea Agostino - si arriva anche al 60-70 per cento di ritiri. E’ basso anche il livello degli insegnanti: in molti a inizio carriera hanno un semplice diploma e non hanno mai effettuato nemmeno un tirocinio”. &lt;br /&gt;Spesso le lezioni si svolgono all’aperto per mancanza di spazio nelle aule: non è difficile facendo un giro nei villaggi a metà mattinata vedere 50-60 bambini fare lezione seduti all’ombra di un grande albero. La maggior parte di loro ha un solo quaderno per l’intero anno scolastico per tutte le materie. E spesso mancano anche le sedie. Mercoledì in tutto il Paese si sono tenuti gli esami finali della primaria: ebbene, ventiquattro ore prima le strade erano “invase” da alunni che portavano la loro sedia da casa a scuola per allestire l’aula in vista degli esami del giorno dopo.&lt;div&gt; &lt;/div&gt;
In questo contesto è facile capire l’importanza e la peculiarità di una struttura come quella realizzata da Agostino, con aule funzionali e tutto il necessario per i primi basilari apprendimenti. Agostino, peraltro, ha già ultimato il suo nuovo progetto: a pochi passi dall’asilo ha costruito un ambulatorio medico e due casette per le infermiere che verranno a lavorarci. “Sto aspettando il via libera definitivo del governo, spero che da settembre si potrà iniziare l’attività medica – spiega - qui su istruzione e sanità c’è ancora tanta strada da fare”.</description><pubDate>Thu, 16 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Paolo M. Alfieri</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/argentina-morto-videla.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Argentina, morto a 87 anni l'ex dittatore Videla </title><subtitle>Argentina, morto a 87 anni l'ex dittatore Videla </subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/argentina-morto-videla.aspx</link><description>​È morto in un carcere di Buenos Aires all'eta di 87 anni Jorge Rafael Videla, l'ex comandante dell'esercito che depose Isabelita Peron e guidò l'Argentina durante la dittatura militare tra il 1976 e il 1981. Lo ha confermato la moglie Cecilia Pando, spiegando che è spirato nel sonno. Videla era rinchiuso nel penitenziario di Marcos Paz, dove stava scontando due condanne all'ergastolo e una a 50 anni per crimini contro l'umanità, tra cui l'assassinio e la tortura di 30mila persone. </description><enclosure url="http://www.avvenire.it/Mondo/PublishingImages/ImmaginiArticolo/videla90.jpg" length="" type="image/jpeg" /><pubDate>Thu, 16 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/Franciaokdegfinitivonozzegay.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Francia: Hollande promulga la legge sul matrimonio gay</title><subtitle>Francia: Hollande promulga la legge sul matrimonio gay</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/Franciaokdegfinitivonozzegay.aspx</link><description>In un Paese profondamente spaccato, il progetto di legge più contestato nella Francia del Dopoguerra, quello volto ad autorizzare nozze e adozioni gay, ha superato ieri l’ultimo esame istituzionale prima della promulgazione, avvenuta questa mattina, da parte del presidente socialista François Hollande. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora la legge è esecutiva, tanto che le prime nozze gay saranno siglate a Montpellier il prossimo 29 maggio. Lo ha annunciato il sindaco della cittadina, la socialista Helene Mandroux. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella sua decisione pubblicata ieri, il Consiglio costituzionale, alto organismo di verifica legislativa, ha espresso riserve sul testo, ma senza avanzare quelle obiezioni formali o sostanziali che avrebbero potuto quantomeno amputare le parti più controverse del provvedimento, come sperava il fronte vastissimo che negli ultimi mesi ha manifestato il proprio rifiuto in ogni modo e angolo del Paese. Il Consiglio ha concentrato i suoi rilievi critici soprattutto su un aspetto: in nome della centralità dell’«interesse del bambino», la legalizzazione dell’adozione non è un «diritto al figlio». Un punto, questo, che pare alludere a un’opposizione dell’organismo ad eventuali tentativi futuri d’innesto nella legge dell’accesso delle coppie omosessuali alla procreazione assistita, nel caso delle donne, o alla maternità surrogata. Tecnicamente, erano stati 60 deputati e 60 senatori dell’opposizione neogollista e centrista a sottoporre al giudizio del Consiglio una serie di passaggi e d’implicazioni del provvedimento, già considerati anche da eminenti giuristi come potenzialmente in attrito con la Carta fondamentale francese, oltre che con almeno due Convenzioni internazionali già ratificate dalla Francia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In prospettiva futura, invece, diversi esponenti dell’opposizione neogollista hanno promesso un ritiro del provvedimento in caso di alternanza al potere. Intanto, le nuove proteste già programmate non saranno annullate e si attende in particolare un nuovo fiume umano a Parigi il 26 maggio. Inoltre, circa 15mila sindaci hanno già annunciato che delegheranno i riti ad altri esponenti municipali. E mentre in Francia i giudici annunciavano la loro decisione, anche il Portogallo apriva alle adozioni. Il Parlamento di Lisbona ha infatti approvato una riforma che consente per le coppie gay sposate l’adozione da parte di uno dei due coniugi del figlio biologico o adottivo dell’altro. Le nozze gay sono state approvate nel Paese nel 2010.</description><pubDate>Thu, 16 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/aboma-sotto-assedio-licenzia-capo-irs.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Obama sotto assedio licenzia capo Irs </title><subtitle>Obama sotto assedio licenzia capo Irs </subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/aboma-sotto-assedio-licenzia-capo-irs.aspx</link><description>Prima contromossa del presidente Usa, Barack Obama, per far fronte allo scandalo Irs, l'Agenzia delle entrate accusata di aver preso di mira alcuni membri dell'opposizione, in particolare i gruppi legati al Tea Party. Il presidente statunitense ha licenziato il capo dell'agenzia, Steven Miller, una misura già applaudita da alcuni repubblicani, anche se altri la considerano un modo per fare del commissario Irs solo un capro espiatorio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La decisione di Obama è arrivata al termine di una giornata in cui il presidente ha tentato di riguadagnare l'iniziativa nel turbinio di una serie di scandali che stanno minacciando il suo secondo mandato: &amp;quot;Gli americani hanno ragione a essere arrabbiati, io stesso sono arrabbiato&amp;quot;, ha osservato Obama.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;quot;Farò tutto quanto è in mio potere per assicurami che non accada si ripeta chiamando a rispondere (dell'accaduto) i responsabili e avviando nuovi controlli e nuove misure di salvaguardia&amp;quot;, ha detto il presidente, poco dopo essersi riunito con il segretario al Tesoro, Jack Lew. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su indicazione di Obama, Lew ha chiesto e &amp;quot;accettato&amp;quot; la rinuncia del commissario ad interim, che dirigeva di fatto l'agenzia dal novembre dell'anno scorso e che, secondo la stampa americana, era al corrente delle&lt;br /&gt;pratiche dal maggio 2012. Lo stesso Miller ha confermato, in un messaggio ai suoi collaboratori, che abbandonerà l'incarico &amp;quot;all'inizio di giugno&amp;quot; perchè &amp;quot;c'è un bisogno forte e immediato di ricostruire la fiducia del pubblico nell'agenzia delle imposte del Paese&amp;quot;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha detto ancora Obama: &amp;quot;Non tollererò questo tipo di comportamento in nessuna agenzia, ma soprattutto nell'Irs, considerato il potere di cui dispone e la portata (del suo lavoro) in tutte le nostre vite&amp;quot;.</description><enclosure url="http://www.avvenire.it/Mondo/PublishingImages/ImmaginiArticolo/737f88e6d6_37720114.jpg" length="" type="image/jpeg" /><pubDate>Wed, 15 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/crolla-fabbrica-in-cambogia.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Cambogia, crolla fabbrica di scarpe: decine sotto le macerie</title><subtitle>Cambogia, crolla fabbrica di scarpe: decine sotto le macerie</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/crolla-fabbrica-in-cambogia.aspx</link><description> È di tre morti e sei feriti - di cui tre in modo grave - il bilancio del crollo avvenuto questa mattina in una fabbrica di scarpe in Cambogia. Lo ha riferito Ith Sam Heng, ministro per gli affari sociali, annunciando che non c'è nessun operaio ancora intrappolato sotto le macerie dello stabilimento Wing Star Shoes, a 40 km dalla capitale Phnom Penh.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalle prime ricostruzioni, l'incidente - avvenuto poco dopo le sette - sembra essere stato provocato dal cedimento di alcune travi d'acciaio che sostenevano un'area nel tratto comunicante tra due edifici, al piano ammezzato. Sotto accusa è l'eccessivo peso caricato su quel piano sopraelevato in cemento, stipato di scarpe e macchinari. Al momento dell'incidente, gli operai all'interno del complesso erano una cinquantina.&lt;br /&gt;     &lt;br /&gt;La fabbrica, gestita da circa un anno da una società taiwanese nella provincia di Kampong Seu, produce calzature in particolare per la Asics: tra le macerie sono stati rinvenuti diverse scatole di scarpe da ginnastica del marchio giapponese. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo scorso marzo, gli operai della Wing Star Shoes avevano scioperato per chiedere un aumento di salario e migliori condizioni di lavoro. &lt;br /&gt;    &lt;br /&gt;Lo stabilimento fa parte della galassia dell'industria tessile cambogiana, che impiega oltre 500 mila persone, e che con 4,6 miliardi di dollari di fatturato contribuisce più di ogni altro settore alle esportazioni nazionali, dopo il boom di investimenti avvenuto nell'ultimo decennio. Le retribuzioni sono tra le più basse in Asia; recentemente, dopo un'ondata di scioperi nelle fabbriche d'abbigliamento, il governo ha portato il salario minimo mensile a 75 dollari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; L'incidente giunge sulla scia della tragedia del 24 aprile alla periferia di Dacca, in Bangladesh. Il crollo del complesso che ospitava cinque fabbriche di abbigliamento ha provocato 1.127 morti, scatenando un dibattito globale sulle responsabilità delle grandi aziende tessili occidentali che producono in massa nei Paesi dell'Asia meridionale e sud-orientale.</description><pubDate>Wed, 15 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/afghanistan-basta-oscurantismo.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Afghanistan, «Diciamo basta all’oscurantismo»</title><subtitle>Afghanistan, «Diciamo basta all’oscurantismo»</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/afghanistan-basta-oscurantismo.aspx</link><description>È il caso del bicchiere a metà: qualcuno lo vede mezzo pieno, qualcun altro mezzo vuoto. Ma la considerazione più realistica è forse che il bicchiere ondeggia tanto da rendere impossibile capire quanta acqua vi sia al suo interno. È quanto sta avvenendo oggi in Afghanistan: dopo dodici anni di presenza militare straniera il quadro è tutt’altro che stabilizzato, mentre si avvicina inesorabile la data del ritiro dei contingenti internazionali, da completarsi entro il 2014. Per i pessimisti, è impossibile che la missione a guida Nato di aiuto militare e economico al Paese (Isaf) riesca oggi a sconfiggere i taleban e a garantire la stabilità proprio mentre si appresta ad andarsene.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«La Nato non abbandona l’Afghanistan – è la risposta degli alti comandi militari –. Noi continueremo a sostenere le forze di sicurezza afghane (Ansf) e il governo di Kabul, mantenendo anche dopo il 2014 almeno 10-12.000 soldati, oltre ad assicurare il sostegno aereo nelle battaglie contro gli insorti quando richiesto, l’intelligence e le attività di training». Tanto è vero che la parola ritiro (&lt;em&gt;withdrawal&lt;/em&gt;) è bandita dal linguaggio Isaf, che preferisce parlare di riposizionamento (&lt;em&gt;redeployment&lt;/em&gt;), anche se gli afghani, in tutti gli incontri, lasciano trasparire la preoccupazione che il nostro sia davvero un disimpegno che li lasci soli.E certo non è facile indulgere all’ottimismo, guardando indietro a tutti gli errori militari e politici commessi, alla corruzione dilagante, al fallimento nello sconfiggere i taleban, alle interferenze straniere. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Una questione di fiducia?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Quanto non viene percepito in Occidente, sostengono tuttavia i vertici Isaf, sono i miglioramenti delle Ansf. In effetti gli ultimi dati sembrano permettere un cauto, prudente ottimismo. Innanzitutto, a dispetto delle fosche previsioni che si erano diffuse, le forze di sicurezza e di polizia afghane tengono meglio il campo, riuscendo a rintuzzare gli attacchi dei taleban, nonostante il progressivo disimpegno delle truppe occidentali dai combattimenti terrestri. In più, si è avuta notizia nei mesi scorsi di reazioni da parte degli abitanti di distretti contro la presenza degli insorti: molti afghani sembrano non voler tornare indietro a prima del 2001, in un Paese senza scuole, telefonini, tv, dispensari per la popolazione femminile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di qui il cauto ottimismo dei militari Nato: quanto conta è ottenere successi per aumentare la fiducia degli afghani nelle proprie forze di sicurezza. Non a caso, l’ultimo mantra di Isaf – ripetuto in continuazione – è «confidence is the center of gravity»: la fiducia nei propri mezzi è il perno dell’azione. Una fiducia ottenuta a caro prezzo, visto le perdite molto alte – decine di uomini ogni settimana – fra i soldati afghani. Ma di cui sembrano più colpiti i comandi occidentali rispetto a quelli locali: oltre alle differenze culturali, contano anche i decenni di guerra civile ininterrotta che ha tragicamente reso la morte un fattore quotidiano nella vita di questo popolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Visitare il centro di addestramento delle forze armate afghane, poco fuori Kabul, rivela questo senso di maggior fiducia e di &amp;quot;normalizzazione&amp;quot;. L’ultima volta che vi ero stato, quattro anni fa, il training era guidato da un centinaio di addestratori, occidentali, con gli ufficiali afghani relegati in seconda fila. Oggi, vi sono solo cinque consiglieri della Nato che controllano le attività di addestramento gestite completamente dal ministero della Difesa di Kabul. Migliaia di soldati, sottufficiali e ufficiali si esercitano a ritmi serrati, mentre il comandante afghano diffonde ottimismo e dati trionfali. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Ma in realtà – mi dice un addestratore anglosassone – questi soldati vengono mandati sul campo assolutamente impreparati ad affrontare situazioni veramente critiche». E la selezione degli allievi ufficiali avviene principalmente sulla base di due criteri che non rassicurano troppo: il rispetto delle quote fra i diversi gruppi etnici che compongono la popolazione afghana (e che spesso si detestano) e la capacità – anche minima – di leggere e scrivere. Lo sforzo militare, tuttavia, non è decisivo di per sé: è chiaro che l’Afghanistan non potrà mai stabilizzarsi senza un miglioramento della situazione politica. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Elezioni e negoziati di pace&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Nel 2014 scadrà l’ultimo mandato del presidente Hamid Karzai e da tempo, a Kabul, si gioca un risiko politico fra i possibili candidati per la ridefinizione delle regole elettorali. Il presidente non è più rieleggibile, ma ciò non esclude sue interferenze per cercare di portare un proprio uomo alla presidenza. L’obiettivo della comunità internazionale è impedire al governo di Kabul di manipolare le prossime elezioni, evitando il disastro vergognoso del 2009: brogli scandalosi e controlli inesistenti. Da parte loro, i vari partiti e potentati afghani si muovono in modo estremamente ambiguo: se vi è una parte della società civile e dei &amp;quot;tecnocrati&amp;quot; che spinge per aumentare la trasparenza delle verifiche e la semplicità delle regole, vi sono anche i vecchi mujaheddin, i capi tribali e altri politici che giocano in modo molto più cinico. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il problema di fondo è come sempre il ruolo dei pashtun, il gruppo etnico più importante, da secoli alla guida dell’Afghanistan, ma indebolito dal fatto che i taleban provengono quasi esclusivamente da questa etnia. Per molti il presidente deve essere un pashtun; ma tanto più forte sarà la guerriglia (che opera principalmente nelle province in cui essi sono la maggioranza) tanto minore la partecipazione di questo gruppo etnico al voto e tanto più deboli i loro candidati. Per questo, sono state avviate trattative con la galassia dei taleban, un’etichetta che racchiude gruppi molto diversi tra loro: dai vecchi ideologizzati, a quelli &amp;quot;per interesse&amp;quot;, ossia pashtun in lotta con Kabul per questioni di potere o di soldi, a semplici gruppi criminali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le trattative fra governo e insorti avviate da tempo a Doha, tuttavia, non sembrano portare alcun risultato, soprattutto – è la visione afghana – per colpa del Pakistan, che controlla molti capi e che sarebbe ostile a ogni ipotesi di accordo che non assicuri un grande potere di interferenza nelle vicende di Kabul al governo di Islamabad. Sembrano dare più frutti i contatti sul terreno degli emissari del presidente Karzai, i quali – non sempre in modo limpido – negoziano armistizi con comandanti locali o con i gruppi di insorti considerati meno legati ai pachistani. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il miglioramento dell’efficienza della Ansf e l’idea dei negoziati sembrano in effetti produrre qualche segno di stanchezza nel composito fronte degli insorti. Secondo alcune stime, l’inizio della tradizionale di primavera di combattimenti mostra una leggera riduzione degli attacchi dei taleban. Anche se, vi è chi – più prosaicamente – sostiene che il decremento sia colpa del tempo cattivo. È certo comunque, che la strategia di eliminazioni mirate dei capi degli insorti (per quanto moralmente molto discutibili) qualche contraccolpo sul loro morale la stia dando. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;I timori per il dopo &lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;L’ottimismo che molti afghani ostentano sul fronte militare sembra diminuire quando si parla di politica e di economia, dato che il ritiro dei contingenti Nato avrà un forte contraccolpo anche sull’economia del Paese. Per questo, insistono, la comunità internazionale deve continuare per il decennio a venire a sostenere l’Afghanistan. Ma non solo economicamente: in tutti gli incontri con militari, politici ed esponenti della società civile (spesso la meno diplomatica verso i nostri errori del passato) si ricevono dettagliati e sterminati elenchi delle forniture che noi occidentali dovremmo considerare quale nostro dovere garantire loro: evidentemente nel Paese non devono aver troppo sentito parlare della crisi economica occidentale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In ogni caso tutti – anche gli esponenti dei partiti islamisti pashtun – sembrano convinti che l’Afghanistan non ritornerà al medioevo dei taleban pre-2001: «Anche se dovessero rientrare nelle nostre città – mi dicono –, troveranno una popolazione che ha capito il valore dell’istruzione, dei contatti e della libertà, e non intende farne a meno». Ma non sarebbe male se, prima del 2014, riuscissimo a far capire agli insorti – e al governo di Islamabad che traffica con loro – che su quelle città non riusciranno mai più a mettere le mani.</description><enclosure url="http://www.avvenire.it/Mondo/PublishingImages/ImmaginiArticolo/MDF60362_37687255.jpg" length="" type="image/jpeg" /><pubDate>Wed, 15 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Riccardo Redaelli</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/alfieri-cooperativa-in-malawi-lavoro-per-700.aspx</guid><category>Mondo</category><title>"Andiamo", la cooperativa dei missionari che in Malawi dà lavoro a 700 persone</title><subtitle>"Andiamo", la cooperativa dei missionari che in Malawi dà lavoro a 700 persone</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/alfieri-cooperativa-in-malawi-lavoro-per-700.aspx</link><description>&lt;div&gt;&lt;span style="color:black"&gt;Ha un nome che più italiano non si può una delle migliori iniziative avviate in questi anni per lo sviluppo del Malawi. “Andiamo”, qui a Balaka, è tra i segni più tangibili della presenza missionaria monfortana nel Paese. Ed è una cosa sola e molte insieme allo stesso tempo, tanto che mezza giornata di visita basta a vederne solo una parte. “Andiamo” è una cooperativa che dà lavoro a 700 persone; è una scuola secondaria d’eccellenza e cinque scuole materne; sono i corsi di preparazione tecnica e di informatica; è una sartoria; è un laboratorio artistico; è la casa di una banda musicale, l’Alleluya band, richiestissima anche all’estero; è un centro sportivo; sono i campi in cui si coltiva cotone, mais e altro ancora; sono tre centri sanitari; e l’elenco potrebbe continuare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Padre Mario Pacifici, in Malawi dal 1977, è tra i missionari che ha contribuito – insieme a padre Piergiorgio Gamba, a padre Angelo Assolari e tanti altri – alla realizzazione di questo sogno. “Abbiamo iniziato 35 anni fa con l’Alleluya band – ricorda – suonavamo nei villaggi, alle feste, ovunque ci chiamassero. Dopo un po’ ci siamo però resi conto che con la sola musica non si poteva andare avanti e abbiamo cominciato a darci da fare nel settore dell’agricoltura”. Un percorso lungo e tutt’altro che semplice, ma che ha portato “Andiamo” ad avere oggi ben 32 attività diverse. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“I nostri pilastri sono quattro – aggiunge padre Mario - : educazione; salute; sviluppo sociale; sport e cultura. Tramite l’intreccio dei saperi e delle attività possiamo dire con orgoglio di aver fatto crescere la comunità locale. Forse la povertà non è diminuita, ma di certo oggi c’è più dignità sociale. Una struttura come “Andiamo” contribuisce allo sviluppo del Paese e, va sottolineato, ormai è completamente in mano a giovani del posto”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Nella sola scuola secondaria sono iscritti 250 studenti – spiega il responsabile Fredrick Nyamula – Poi abbiamo gli iscritti ai corsi sia teorici che pratici di meccanica, carpenteria, falegnameria, riparazioni elettriche, sartoria, musica e informatica. E gli studenti che vengono da lontano hanno anche a disposizione gli ostelli interni per dormire”. Nel laboratorio di falegnameria, intenta a realizzare una sedia, incontriamo Ellinanie Honde, 24 anni, originaria di Mzimba. “Sono al mio terzo anno qui, mi diplomerò a dicembre. E una volta fuori mi piacerebbe aprire una mia attività, in modo da dar lavoro anche ad altre persone insegnando loro quello che ho appreso”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Patrick Bwanali, coordinatore del settore educativo, spiega che “per quanto riguarda i corsi tecnici ci sono due tipologie di studenti: alcuni vengono sostenuti economicamente dalle loro famiglie per il pagamento della retta, altri, invece, ricevono un sussidio governativo che copre 138mila kwacha (276 euro) sui 180mila (360 euro) di retta annuale. Il governo sta incentivando l’imprenditoria privata e spera che questi giovani siano gli imprenditori di domani. Chi fa sartoria, ad esempio, alla fine dei tre anni riceve una macchina da cucire. Quello che manca, in realtà, è un collegamento stabile con le banche, in modo che chi voglia poi mettersi in proprio possa disporre di un capitale di partenza. Gli studenti della secondaria, invece, pagano una retta di 45mila kwacha a trimestre (90 euro), una delle più economiche nella zona. E ci sono molte famiglie che “adottano” uno studente anche dall’Italia”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Andiamo”, però, è anche altro. A luglio aprirà ad esempio la clinica ospedaliera per gli adulti, dopo che in passato sono state avviati un reparto maternità e una clinica pediatrica che servono l’intera zona. “A settembre – spiega ancora padre Mario – verrà un infettivologo da La Spezia e si fermerà qui un anno. Sarà importante perché qui a Balaka non c’è nemmeno un dottore, ma solo infermieri specializzati”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lavoro nei campi garantisce i 2mila sacchi di granoturco prodotti ogni anno, oltre al cotone che viene rivenduto. E la cooperativa costituisce per gli agricoltori anche una rete di sicurezza sociale, nel caso in cui ci si ammali o sorga qualche altro problema. Lo sviluppo sociale, poi, riguarda anche la costruzione di pozzi, case e scuole nella zona. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra gli altri laboratori attivi c’è quello di calzoleria, che produce scarpe e sandali, e quello d’arte, in cui il pittore Pabros realizza belle tele dai colori caldi vendute a prezzi dai 2.500 kwacha in su (5 euro). A poca distanza il centro sportivo, con un campo da calcio e uno da basket. E poi, ovviamente, l’Alleluya band, il fulcro da cui tutto è partito e che resta tra i fiori all’occhiello di “Andiamo”. “Quest’estate saremo di nuovo in Italia e poi alla Giornata mondiale della gioventù in Brasile – conclude padre Mario – l’obiettivo del nuovo tour è di finanziare l’acquisto di cibo e medicine per l’ospedale. E laddove non ce la faremo con le nostre forze contiamo nell’ennesimo aiuto della Provvidenza, che in 35 anni non ci ha mai abbandonato”.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
​​​​​​</description><pubDate>Tue, 14 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Paolo M. Alfieri</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/150-studentesse-intossicate-in-afghanistan.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Attacco alle scuole: 150 giovani intossicate Ma il governo non ci crede: suggestione</title><subtitle>Attacco alle scuole: 150 giovani intossicate Ma il governo non ci crede: suggestione</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/150-studentesse-intossicate-in-afghanistan.aspx</link><description>Nuovi casi di &amp;quot;avvelenamento&amp;quot; di studentesse in Afghanistan. Ben 150 ragazze di una scuola superiore di Mazar-i-Sharif, nella provincia settentrionale di Balkh, sarebbero rimaste intossicate in un presunto attacco con gas tossico. Le giovani, riferisce l'agenzia di stampa Xinhua che cita fonti della polizia locale, sono state ricoverate in ospedale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;quot;Centocinquanta studentesse della scuola superiore femminile di Khorasan sono state ricoverate in ospedale dopo essere state colte da vertigini. Molte sono svenute&amp;quot;, ha detto alla Xinhua il numero due della polizia di Balkh, Abdul Razaq Qadiri. Sul caso è stata aperta un'inchiesta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negli ultimi mesi si sono registrati spesso presunti casi di avvelenamento nelle scuole di varie zone dell'Afghanistan, dove all'epoca del regime dei Talebani (1996-2001) era vietata ogni forma di istruzione femminile. È dello scorso anno la notizia di 700 studentesse della provincia di Takhar, nel nord del Paese, rimaste &amp;quot;intossicate&amp;quot; per aver bevuto acqua &amp;quot;contaminata&amp;quot; e respirato un &amp;quot;gas velenoso&amp;quot;. Di recente il ministero dell'Istruzione di Kabul ha minacciato &amp;quot;sanzioni&amp;quot; e punizioni per le studentesse e le scuole con l'obiettivo dichiarato di riportare la situazione sotto controllo: secondo le autorità, infatti, nella maggior parte dei casi le giovani subiscono una mera suggestione semplicemente perchè una compagna di classe viene colta da un malore e non sono affatto vittime di attacchi con gas velenosi o acqua contaminata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;quot;Se qualcuno sosterrà di essere stato avvelenato e l'avvelenamento non verrà confermato dagli esami clinici, si procederà con sanzioni per gli studenti - ha detto la scorsa settimana il ministro dell'Istruzione, Ghulam Faruq Wardak - Verranno puniti anche l'insegnante e il presidente della scuola&amp;quot;.</description><pubDate>Mon, 13 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/birmania-barcone-150-morti-tempesta.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Myanmar, affonda barca di profughi musulmani: circa 150 i dispersi</title><subtitle>Myanmar, affonda barca di profughi musulmani: circa 150 i dispersi</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/birmania-barcone-150-morti-tempesta.aspx</link><description>Tragedia al largo del Myanmar (l'antica Birmania): un barcone che trasportava circa 150 profughi musulmani di etnia Rohingya si è rovesciato e molti potrebbero essere affogati. I musulmani venivano evacuati perché le zone costiere dello Stato di Rakhine rischiano nei prossimi giorni di venire inondate dall'arrivo del ciclone Mahasen. La tempesta sta guadagnando forza nel Golfo del Bengala e dovrebbe toccare terra giovedì notte in qualche punto al confine tra Myanmar e Bangladesh.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'imbarcazione si è schiantata su alcune rocce a pelo d'acqua di fronte alla città di Pauktaw ed è affondata poco dopo. Neanche l'Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari sa quante siano le vittime.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'Onu aveva avvertito la scorsa settimana che l'arrivo del ciclone tropicale avrebbe messo a rischio migliaia di persone che vivono negli improvvisati campi profughi allestiti dopo che le loro case sono state distrutte dai recenti scontri tra la maggioranza buddhista e la minoranza musulmana, lo scorso anno. E l'evacuazione dalla zona è cominciate lunedì. </description><enclosure url="http://www.avvenire.it/Mondo/PublishingImages/ImmaginiArticolo/MDF78999_3_37695425.jpg" length="" type="image/jpeg" /><pubDate>Mon, 13 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/medico-usa-condannato-per-aborti-tardivi.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Uccise 3 neonati: chiesta pena di morte per medico abortista</title><subtitle>Uccise 3 neonati: chiesta pena di morte per medico abortista</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/medico-usa-condannato-per-aborti-tardivi.aspx</link><description>Il dottore Kermit Gosnell, ribattezzato il &amp;quot;medico degli orrori&amp;quot; a Philadelphia, è stato riconosciuto colpevole di omicidio premeditato per aver ucciso tre neonati. Dopo averli estratti dalla pancia della madre li eliminò con le sue mani, usando una tecnica particolarmente crudele. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il caso è al centro della discussione sull'aborto negli Usa. La Procura ha chiesto la pena di morte. Nella sua clinica Gosnell praticava abitualmente aborti oltre il limite legale di 24 settimane. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli anti-abortisti hanno infatti condannato la brutalità dell'uomo, facendo notare che essa appartiene a ogni procedura di interruzione di una gravidanza, soprattutto se in stato avanzato: &amp;quot;Qualche medico abortista potrà avere metodi più puliti di Gosnell - ha detto il repubblicano Christopher Smit - ma quello che fanno, e quello che faceva Gosnell, uccidere bambini e fare male alle donne, è la stessa cosa&amp;quot;. Lo stesso Speaker della Camera, John Boehner, è intervenuto dicendo di &amp;quot;pregare per le vite tolte da Kermit Gosnell&amp;quot;.</description><pubDate>Mon, 13 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/Arabia-Saudita-convertito-donna.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Arabia Saudita, carcere e frustate per una conversione al cristianesimo</title><subtitle>Arabia Saudita, carcere e frustate per una conversione al cristianesimo</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/Arabia-Saudita-convertito-donna.aspx</link><description>Carcere e frustate per avere convertito una donna al cristianesimo. Succede in Arabia Saudita, dove un tribunale ha condannato due uomini - un libanese e un saudita - rispettivamente a sei anni di detenzione e 300 frustate e due anni e 200 frustate per avere convertito, il primo, e aiutato a lasciare il Paese, il secondo, una donna saudita. Lo rende noto il quotidiano di lingua inglese &lt;em&gt;Saudi Gazette&lt;/em&gt;. I due ricorreranno in appello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La legge saudita vieta il proselitismo, nonché la pratica pubblica di culti diversi da quello islamico. E l'apostasia - l'abbandono della fede islamica - è considerata un reato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il caso in questione era emerso l'anno scorso, quando i familiari della donna avevano denunciato i suoi colleghi di lavoro per averla &amp;quot;plagiata&amp;quot; e aiutata a lasciare il Paese con documenti falsi. Stando a quanto riporta il quotidiano, la donna avrebbe trovato asilo politico in Svezia.</description><pubDate>Sun, 12 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/diario-malawi.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Green belt initiative e sicurezza alimentare</title><subtitle>Green belt initiative e sicurezza alimentare</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/diario-malawi.aspx</link><description>&lt;div&gt;&lt;span style="color:black"&gt;“Svilupperemo canali di irrigazione lungo le rive del lago Malawi, del lago Chilwa e del fiume Shire in modo da poter coltivare i campi in tutte le stagioni”. Anno 2004, Blantyre: Bingu wa Mutharika, appena salito al potere in Malawi, promette al Paese una nuova rivoluzione verde. Ci vorranno ancora cinque anni, poi nel 2009 il governo di Lilongwe introduce la Green Belt Initiative (Gbi): lo scopo è quello di utilizzare le abbondanti risorse d’acqua – che coprono il 21% del territorio nazionale – per incrementare le terre irrigate da 90mila a un milione di ettari. Non si punta solo a raggiungere la sicurezza alimentare, ma anche ad aumentare le entrate derivanti dall’export per sostenere crescita economica e sviluppo.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:'tahoma', 'sans-serif';color:black;font-size:10pt"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:'tahoma', 'sans-serif';color:black;font-size:10pt"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;span style="color:black"&gt;Quattro anni dopo, però, il progetto è ancora in gran parte rimasto sulla carta. Basta un rapido giro nei dintorni di Mangochi, l’ex Fort Johnston situata tra il lago Malawi e il lago Malombe, per accorgersi che i lavori, nonostante i fiumi di denaro investiti, stentano a decollare. Non solo: il progetto sta creando molti contrasti tra l’amministrazione centrale e le comunità locali, che non vogliono saperne di essere trasferite per far spazio ai nuovi “padroni”. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:'tahoma', 'sans-serif';color:black;font-size:10pt"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:'tahoma', 'sans-serif';color:black;font-size:10pt"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;span style="color:black"&gt;Di più: c’è chi ha denunciato il tentativo di accaparramento delle terre da parte di grossi investitori nazionali e stranieri, favoriti dalla natura stessa della Green Belt Initiative. La “cintura verde”, infatti, prevede la concessione di appezzamenti agricoli molto vasti per favorire le maggiori economie di scala possibili, il tutto a scapito dei piccoli agricoltori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attualmente il Malawi è un Paese in cui la distribuzione delle terre è fortemente diseguale. Si stima che il 70% degli agricoltori coltivi meno di 1 ettaro di terra, buona parte del quale dedicato al granoturco, alimento base della dieta locale. Dall’altro lato ci sono invece 30mila aziende agricole che dispongono di appezzamenti tra i 100 e i 500 ettari. “Il paradosso – fa notare un rapporto del Future Agricultures Consortium – è che la Green Belt non tocca la terra in mano all’elite politica e amministrativa ma quella posseduta dai piccoli agricoltori, che in assenza di una cornice legale definitiva viene nominata terra dello Stato”. E ancora: “La mancanza di regole chiare sui trasferimenti di proprietà delle terre mette a rischio la trasparenza della corsa del settore privato all’accaparramento dei campi designati per la Gbi”.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:'tahoma', 'sans-serif';color:black;font-size:10pt"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:'tahoma', 'sans-serif';color:black;font-size:10pt"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;span style="color:black"&gt;Il governo punta però al progetto con decisione: solo nell'ultimo biennio per la Green Belt sono stati investiti 8 miliardi di kwacha (quasi 17 milioni di euro, non una cifra irrisoria da queste parti) e l’impresa rischia di trasformarsi in un pozzo senza fondo,  anche perché la corruzione è diffusa a tutti i livelli. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;span style="color:black"&gt;C’è chi sottolinea che non siano stati raggiunti accordi in grado di dar voce anche alle piccole comunità coinvolte (o travolte?) dall’iniziativa. Da più parti, attivisti della società civile hanno così marchiato la Green Belt Initiative come un progetto disegnato tutto a livello centrale, senza elementi di partecipazione locali, un progetto che invece di migliorare la sicurezza alimentare rischia di peggiorarla. E questo perché le grandi aziende che ne faranno parte risponderanno solo a interessi commerciali, tanto che, ad esempio, non sono stati indicati meccanismi per restringere le esportazioni in caso di una crisi alimentare nel Paese. Le aziende affitteranno la terra per un periodo specifico di tempo determinando in autonomia le proprie priorità produttive, ed è possibile prevedere una svolta decisiva (e rischiosa) verso la monocoltura. Prospettive che, giocoforza, finiranno per avere ripercussioni sull’85% dei malawiani la cui sussistenza dipende proprio dall’agricoltura.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
</description><pubDate>Sun, 12 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Paolo M. Alfieri</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/Afghanistan-esplode-mina-10-civili-uccisi.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Afghanistan esplode mina 10 civili uccisi </title><subtitle>Afghanistan esplode mina 10 civili uccisi </subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/Afghanistan-esplode-mina-10-civili-uccisi.aspx</link><description>&lt;p&gt;Dieci civili, tra cui quattro donne e tre bambini, sono stati uccisi dall'esplosione di una mina lungo una strada nella provincia di Kandahar, nel sud dell'Afghanistan. Lo riferisce la polizia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;quot;Un furgoncino ha urtato una mina nella provincia di Arghistan. Dieci persone sono rimaste uccise, tra cui quattro donne e tre bambini&amp;quot;, ha detto Abdul Raziq, capo della polizia della provincia considerata un bastione dell'insurrezione armata dei talebani.&lt;/p&gt;</description><pubDate>Sun, 12 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/bangasi-autobomba-davanti-a-ospedale-15-morti-e-decine-di-feriti-anche-donne-e-bambini.aspx</guid><category>Mondo</category><title>Autobomba vicino all'ospedale, 15 morti e decine di feriti a Bengasi</title><subtitle>Autobomba vicino all'ospedale, 15 morti e decine di feriti a Bengasi</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/bangasi-autobomba-davanti-a-ospedale-15-morti-e-decine-di-feriti-anche-donne-e-bambini.aspx</link><description>&lt;p&gt;Si contano almeno 15 morti e molti feriti nell'esplosione verificatasi nei pressi dell'ospedale el-Jala di Bengasi. Lo riferisce la tv satellitare al-Arabiya, che cita una fonte ufficiale locale. Secondo i media libici, la deflagrazione è stata provocata da un'autobomba parcheggiata nei pressi dell'ospedale. Tra le vittime si contano donne e bambini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ll viceministro dell'Interno, Abdullah Massoud, confermando che i morti sono 15, ha spiegato che l'esplosione ha causato anche una trentina di feriti, ha distrutto un ristorante e ha &amp;quot;seriamente danneggiato&amp;quot; edifici vicini. Massoud ha precisato che si tratta solamente di un &amp;quot;primo bilancio&amp;quot; e che quindi il numero delle vittime potrebbe salire. &lt;/p&gt;</description><pubDate>Sun, 12 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item></channel></rss>